Apr 032013
 

Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, dal 26 febbraio al 5 maggio 2013

★★★☆☆

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna (Gnam), con la mostra “Arte in Giappone 1868 – 1945”, punta su un aspetto abbastanza trascurato, nei rapporti tra arte giapponese ed occidentale: quello degli influssi che l’avanguardia europea, nel Novecento, ebbe sugli artisti del Sol levante. Generalmente, infatti, si considera soprattutto la forte influenza che questi ultimi ebbero sui pittori europei dell’ottocento. La mostra romana, aperta lo scorso 26 febbraio, copre un arco temporale che parte dal 1868, anno che segna l’inizio del regno dell’imperatore Mutsuhito, le cui profonde trasformazioni economiche e sociali portarono in pochi decenni il paese ai livelli tecnologici delle grandi potenze occidentali. La fine del periodo considerato è il 1945, l’anno di Hiroshima.
In ciascuna delle opere esposte è presente la dialettica tra l’eredità di una tradizione millenaria – con i suoi stili, le sue tecniche, i suoi soggetti ricorrenti – e lo spirito inquieto e iconoclasta della pittura moderna europea. Gli artisti giapponesi, pur essendo fortemente interessati a quello che avveniva nel vecchio continente, continuavano a muoversi nell’ambito di schemi tipicamente nipponici, ereditati dalla tradizione nihonga, quella del cosidetto “stile giapponese”, la cui più tipica espressione sono i kakemono (“cosa appesa”), cioè i dipinti, realizzati su seta, cotone e carta e montati su rotoli destinati ad essere appesi. Tra gli artisti selezionati per la mostra, alcuni ripropongono dei kakemono modernizzati, ma sempre nel solco della tradizione, altri si spingono più in là, ma non c’è nulla che vagamente possa essere accostato ad opere di rottura – presenti nella stessa Galleria due sale più in là – come l’orinatoio di Marcel Duchamp. Ma neanche alle complesse elaborazioni cubiste. La mentalità giapponese è molto diversa.
Nella mostra, organizzata in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita dell’Istituto Giapponese di Cultura di Roma, i 111 dipinti si confrontano con 59 opere d’arte decorativa. Questa dialettica, si intreccia con quella tra arte giapponese e occidentale in modo molto interessante. Possiamo infatti vedere, ad esempio, dei magnifici paraventi, in cui traspaiono, dal profondo della tradizione giapponese, dei caratteri che mancavano del tutto nell’arte occidentale, come il sapiente ricorso alle ampie superfici vuote, per dare centralità al soggetto. Poi ci sono gli oggetti d’arte applicata – come ceramiche, tessuti, kimono, vasi, eccetera – dove pare di vedere rievocato – persino nelle forme – quel concetto di “arte totale” caro al Bauhaus, ma comunque neanche estraneo alla stessa tradizione giapponese.
La mostra è piacevole e interessante, ma non mancano le note dolenti. Innanzi tutto, il prezzo esorbitante di 12 euro, comprensivo anche della visita alla Galleria, un’opzione non certo gradita agli appassionati d’arte, che quelle opere le hanno viste milioni di volte. Per di più, la mostra è in due tempi, perché una parte delle opere viene esposta dal 26 febbraio al 1 aprile, e la restante dal 4 aprile al 5 maggio. Per vederle entrambe, bisognerà acquistare due biglietti, per un totale di 24 euro! Altra pecca è costituita dall’apparato divulgativo. Se volete capirci qualcosa, studiate prima, perché i sommari e le didascalie non vi aiuteranno molto.


Recensione di Paolo Subioli

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