Feb 042011
 

Roma, Villa Medici, 21 gennaio – 20 marzo 2011

Nella (splendida) cornice di Villa Medici, si tiene dal 21 gennaio al 20 marzo la mostra “Europunk. La cultura visiva punk in Europa, 1976-1980”, che per la modica cifra di 6 euro ripropone, con abbondanza di reperti, una panoramica su quella che è stata probabilmente l’ultima controcultura giovanile: il punk (se si fa eccezione per il movimento new wave, che però è stato un fenomeno quasi prettamente musicale). La mostra è curata dal direttore dell’Accademia di Francia a Roma, Éric de Chassey. Vi sono esposti più di 500 oggetti, tra cui poster, volantini, collages, abiti, copertine di dischi e filmati. Segnaliamo inoltre l’iniziativa del giovedì sera a Villa Medici: aperitivo e proiezione di film sul punk a partire dalle 19.
La mostra si apre con una sala dedicata all’anarcoide e liberatorio exploit della band inglese The Sex Pistols e del loro management (gli stilisti Malcolm McLaren, loro produttore, e Vivienne Westwood), e si chiude con il gruppo (inglese anche questo) dei Joy Division e con la loro musica, espressione dolorosa del leader (suicida) Ian Curtis.
I Sex Pistols (che hanno definito e diffuso le basi del genere nel Regno Unito) non sanno suonare, vestono male, prendono in giro la Regina, Lenin e Stalin (associati all’aquila nazista su una polo a firma McLaren esposta in una delle bacheche), riportano il termine anarchia al suo significato più qualunquista e a-politico in uno dei loro brani più famosi (non accetto regole, non mi va di lavorare, faccio casino). È questa l’essenza del punk, il punto di rottura con i movimenti precedenti, musicali e non: non sappiamo fare niente, e se anche fossimo in grado di fare qualcosa, non ne avremmo comunque voglia! Il punk non è un’alternativa. È la soluzione finale.
“Il mondo è come un torchio che spreme”, scriveva Sant’Agostino “se tu sei morchia, vieni gettato via, se sei olio, vieni raccolto”: è ovvio, i punk sono la morchia. La sottoproduzione della società contemporanea assurge a immagine rovesciata della società stessa. Tutto quello che è sgradevole e a basso costo è l’unica forma di produzione (artistica) accettabile. Il sistema si combatte dai suoi punti deboli, le sue falle sono tanto più evidenti quanto più bassa è la qualità dei suoi scarti di lavorazione. L’occasione è d’oro: artisti, musicisti, grafici e intellettuali si appropriano immediatamente della possibilità di dare corpo alle loro visioni, finalmente liberi da stilemi e legami ideologici proposti dalla (contro) cultura europea e internazionale.
Non a caso la sala successiva è dedicata alla produzione del collettivo di grafici francesi Bazooka e ai loro collages d’immagini ispirati per lo più a tematiche di perversione sessuale. Non può mancare una sala dedicata alla band inglese The Clash (la cui epopea è abbondantemente documentata con poster, locandine di concerti e gadgets), che utilizzò il punk per veicolare le convinzioni anticapitaliste del lead vocalist Joe Strummer.
Per quanto riguarda l’allestimento della mostra, dobbiamo osservare che le didascalie lasciano un po’ a desiderare: fatta eccezione per i testi introduttivi alle sale, mancano le targhette per identificare le varie installazioni e gli oggetti esposti.
Bizzarra inoltre la scelta espositiva dedicata al punk italiano nella sezione dal titolo “GAP” (i Gruppi di Azione Partigiana fondati da Giangiacomo Feltrinelli a Milano, attivi tra il ‘70 e il ’72). Il testo introduttivo alla sala spiega che “non c’è mai stato un vero movimento punk in Italia… i giovani italiani preferirono interessarsi al nuovo movimento delle Brigate Rosse, le loro chitarre diventano dei kalashnikov AK-47”. Sic est, e ci dispiace per i Rats (Modena, ’79), Great Complotto (Pordenone, ’76), e i vari gruppi hardcore italiani (RAF Punk, Wretched, Nabat…) se ai kalashnikov hanno preferito le chitarre punk, perché qui di loro non c’è memoria. Il testo prosegue paragonando la tragica fine di Feltrinelli a quella di Sid Vicious, bassista dei Sex Pistols, entrambi morti “alla ricerca della loro linea guida”. L’unica teca della sala contiene un grande traliccio elettrico: inizialmente ci sembra una versione punk della Tour Eiffel (siamo o no all’Accademia di Francia…). E invece no. Come leggiamo sul catalogo (a uso esclusivo degli addetti stampa) si tratta di un’opera di Scott King (2008) che riproduce il traliccio sotto il quale fu rinvenuto il corpo di Feltrinelli nel ‘72. Le perplessità sono molte: che c’entra la morte di Feltrinelli (ucciso da un esplosivo mentre preparava un’azione di sabotaggio) con quella di Sid Vicious, stroncato da overdose di eroina? Ma soprattutto, cosa c’entrano Feltrinelli, i GAP e le Brigate Rosse con il punk?
Tra le molte foto d’epoca esposte riconosciamo tra gli altri David Bowie (l’antitesi della produzione di bassa qualità) e – udite, udite – Anna Oxa (che agli esordi aveva adottato un look chic-punk per ragioni prettamente commerciali).
Nell’ultima sala, dedicata ai Joy Division, viene proiettato il video del brano “Transmission”, a marcare la fine del punk e l’inizio della sofisticata new wave: il punk come movimento politico antisistema (così come il suo apparato visivo) è ormai demodé: la decadenza è interiore, ognuno pensi per sé, i demoni sono dentro e non fuori.
Ma allora, i ragazzi punk che bevono birra, sputano ai poliziotti, si addormentano ubriachi nei portoni (Sid Vicious docet) dove sono? Beh, non verrete mica a cercarli a Villa Medici.

Recensione di Bonans e Bonnie Babs
foto di Claudia Giacinti

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  4 Responses to “Europunk: punk or not punk… that’s the question!”

  1. “Per quanto riguarda l’allestimento della mostra, dobbiamo osservare che le didascalie lasciano un po’ a desiderare: fatta eccezione per i testi introduttivi alle sale, mancano le targhette per identificare le varie installazioni e gli oggetti esposti.”

    Ci sono eccome le didascalie, ma in una modalità talmente originale che probabilmente alcuni visitatori (tra cui chi ha recensito) non hanno colto. All’ingresso di ogni sala, accanto al pannello del testo introduttivo, c’è uno scatolone contenente fotocopie (da prendere con se e portare a casa, io le ho tutte e 7) sulle quali sono illustrati TUTTI i reperti presenti nella relativa sala. Sul pannello di sala 3 viene spiegato anche che la fotocopia, in quanto alla portata di tutti, è stata il mezzo più utilizzato per veicolare il messaggio punk, sia esso volantino, manifesto, o di più ampio contenuto come una rivista (un esempio su tutte la fanzine “Sniffin’glue”). Io l’ho trovato GENIALE.

    Claudia.

  2. La ringraziamo per la segnalazione, che certamente risulterà utile a chi visiterà la mostra nei giorni a seguire.
    Non possiamo però fare a meno di precisare che il giorno in cui abbiamo visitato la mostra (il primo giorno di apertura) gli scatoloni di cui Lei parla non erano né indicati né visibili; ne sia a riprova il fatto che nessuno dei visitatori ne aveva copie con sé. Per di più il personale di villa Medici (peraltro gentilissimo) non ci ha dato indicazioni in proposito all’entrata.
    Come già riportato nella recensione, un catalogo (a uso esclusivo degli addetti stampa) ci è stato consegnato all’uscita, su nostra richiesta; nessun accenno alla presenza di fotocopie in distribuzione ci è stato fatto nemmeno allora.
    Inoltre, nutriamo qualche dubbio sul fatto che inserire delle didascalie all’interno di scatoloni possa essere definito GENIALE.

  3. Ho sottolineato che è un mio personale punto di vista. Ogni giudizio è lecito.

  4. si potrebbe facilmente dire – forse non lecitamente – che l’idea delle fotocopie iscatolate è semplicemente cretina.

    In realtà sorge subito il dubbio che l’acido commento sia dovuto all’irritazione per il giudizio poco lusinghiero sugli accostamenti Feltrinelli – Vicious e Br-punk. Brucia un fatto di immediata comprensione. Che mentre l’avanguardia italiana andava sempre più indietro, stalinizzandosi, quella UK procedeva oltre, nella critica più che della società capitalista. della società tout court. Brucia ancora questa distanza, che a 30 anni di distanza più che inalterata si è incarognita.
    Fortunatamente in Italia c’è chi è per ragioni storiche immune da questa contrapposizione. L’area mediterranea di Napoli infatti può vantare l’applicazione pratica di quell’acapitalismo ed antisocialità solo vagheggiata ed immaginata dai punk, che peraltro ai concerti fissati per le ore 1900 sanno stare in fila, distanziati e pazienti come mai saprebbe fare un qualunque gruppo anche di agiati borghesi latini. (I primi) Battuti su tutta la linea.

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