Mar 202012
 

Roma, Scuderie del Quirinale, 25 febbraio 10 giugno 2012.

A cura di Vittorio Sgarbi; Commissario generale: Giovanni Morello, Testi: Melania G. Mazzucco, Coordinamento Scientifico: Giovanni C.F. Villa


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La Mostra del Tintoretto alle Scuderie del Quirinale, per la sua magnificenza, rende onore ai suoi organizzatori, e rappresenta un’esperienza visiva di grande fascinazione.
Egli nasce nella Venezia del XVI secolo, capitale della Repubblica Serenissima, metropoli cosmopolita, crocevia di culture, genti e lingue diverse. Pur nel costante stato di guerra, in particolare con gli Ottomani, la città era fiorente di commerci e ricchezze. In questo contesto, dopo la vittoriosa battaglia di Lepanto, 1571, Venezia fu rinnovata urbanisticamente ed ogni palazzo del potere, ogni chiesa furono abbelliti con splendide opere d’arte, realizzate dalla moltitudine di artisti presenti nel periodo.
In questo contesto, il giovane Jacopo Robusti, detto il Tintoretto, a diciotto anni, diviene Maestro ed inizia a dipingere. Dopo qualche anno ottenuta la prima importante commissione da Pietro l’Aretino, trasferitosi in quegli anni a Venezia, realizza lo splendido “Miracolo dello Schiavo” per la Scuola Grande di S.Marco, contenuto nella prima delle 10 sale della Mostra.
Si tratta di un dipinto su una grande tela a olio di oltre cinque metri per quattro, raffigurante il Miracolo di San Marco: in essa quest’ultimo, avvolto nella luce, scende in volo dal cielo al fine di liberare dagli strumenti di martirio il servo condannato a morte dai Turchi per essersi recato in pellegrinaggio alla tomba del santo a Venezia. L’opera è dotata di una grande fascinazione, oggi diremmo di una grande spettacolarità cinematografica: la sua magnificenza creò a quel tempo molto clamore e determinò la fama del giovane pittore, un vero genio rivoluzionario.
Essa è in realtà fortemente vivificata dalla gestualità e dalle espressioni delle persone raffigurate; rifulgono i colori sgargianti delle vesti e delle armature, illuminati da un grande fascio di luce che si riversa sul gruppo di persone attorno allo schiavo nell’atto del suo martirio: egli appare nudo, fortemente carnale, il suo dolore è palpabile, come il suo disperato attaccamento alla vita.
Ma la Mostra presenta anche molte altre opere degne di gran nota, seguendo le tre grandi linee guida della dimensione artistica del Tintoretto: la tematica religiosa, quella mitologica e la ritrattistica. A proposito di quest’ultima, va subito considerato che i due autoritratti, che aprono e chiudono la Mostra risultano di grande suggestione: quello giovanile, dove il Maestro sembra possedere uno sguardo magnetico e spavaldo e quello senile, dotato di uno strano e doloroso magnetismo, forse consapevole dello straordinario percorso di vita compiuto.
Muovendoci tra le vaste sale delle Scuderie assistiamo alla rappresentazione su tela del “Trafugamento del Corpo di S. Marco”, densa di pathos e drammaticità, ove i cristiani di Alessandria si impadroniscono del corpo del loro vescovo, che sta per essere bruciato su di una pira, grazie ad un improvviso uragano che spegne il fuoco e mette in fuga i pagani.
Ci imbattiamo poi in capolavori come “La Madonna dei Tesorieri”e nella splendida “Creazione degli Animali”, dove la varietà degli animali appare in un meraviglioso ordine nell’ambito del quale ciascuna specie è nel suo elemento, gli animali terrestri nel loro ambito, i pesci nel loro habitat marino. Al centro, la figura divina, avvolta nella luce, con l’indice alzato nell’atto della Creazione.
Dopo la splendida visione, densa di colore e di plasticità di “San Giorgio uccide il Drago”, quasi un raffinato affresco che oggi definiremmo di pura “Fantasy”, abbiamo modo di fare un eccezionale confronto tra “L’Ultima Cena” della Chiesa di San Trovato a Venezia e l’altra tela dello stesso nome, effettuata cinque anni dopo, della Chiesa di San Polo: la prima giocata su violenti controluce e chiaroscuri che accentuano l’osservazione della grande tavola ove si rilevano le pose concitate degli apostoli, nel momento drammatico dell’enunciazione del tradimento di Cristo, la seconda invece, realizzata attraverso il balenare delle luci che provengono dall’oscurità, al fine di porre l’accento sull’evento miracoloso che sta per compiersi.
Ancora presente la dimensione religiosa dell’Artista in “Santa Maria Egiziaca”, ove la Santa viene raffigurata nel momento in cui, smesso di leggere, volge lo sguardo verso il paesaggio notturno, quasi rapita in un’estasi contemplativa.
Mirabili anche le opere di argomento mitologico, come “Apollo e Dafne”, “Deucalione e Pirra”, e la splendida “Susanna tra i Vecchioni”, raro esempio di plastico nudo femminile del Tintoretto, che viveva, non dimentichiamolo, nel tempo della Controriforma, e che comunque, anche nel suggestivo “Giuseppe e la Moglie di Putifarre”, presente nella Mostra, esprime una sottile ed ambigua sensualità.
Non manca la ritrattistica con il “Ritratto di Alvise Corsaro”, ove l’Artista affronta il tema della vecchiaia, predominante nei ritratti realizzati negli ultimi anni della sua attività. E’ evidente la capacità di cogliere mirabilmente nel volto del fine umanista e letterato rappresentato, le sfumature psicologiche ed espressive dell’età avanzata.
La dolente “Deposizione nel Sepolcro”, esprime in pieno la potente qualità evocativa dell’immagine del Maestro veneziano, rappresentando il dolore dei credenti con una suggestiva, luminosa ma frammentaria forma pittorica, ove forse inconsapevolmente egli delinea il suo testamento spirituale.
Usciamo dai labirintici percorsi di questa eccezionale Mostra consapevoli di aver vissuto una vera, luminosa avventura dello spirito.

Recensione di Dark Rider

Tintoretto, l’artista competitivo

Era un tipo non troppo simpatico, questo Jacopo Robusti, detto il Tintoretto (1519-1594). Sicuramente inviso a molti colleghi, per le sue pratiche molto aggressive, professionalmente parlando. Uno di quelli che, per accaparrarsi i clienti, si faceva pagare solo i materiali o addirittura regalava i quadri. Ne sanno qualcosa i professionisti della creatività (grafici, fotografi), che oggi devono vedersela con gli archivi on line di opere a prezzi stracciati. Ma anche il contesto di allora era difficile, nella Venezia della seconda metà del cinquecento, con una concorrenza spietata, in campo artistico, dove la scena era dominata da giganti – quali Tiziano, Veronese, Sansovino e Jacopo Bassano, tra gli altri – che si contendevano i favori di una committenza che, quanto meno, era variegata, poiché comprendeva le varie “scuole” e confraternite, oltre ai Dogi e alla nobiltà locale. E così Tintoretto se le inventava tutte, specialmente per contrastare il suo rivale diretto, Paolo Veronese, a contendersi il secondo posto, perché sul podio c’era sempre e comunque Tiziano.

La mostra che le Scuderie del Quirinale dedicano all’artista veneto è la classica monografia a cui ormai le Scuderie ci hanno abituato, se non addirittura viziato, con la sua compiutezza contenuta che fa uscire sazi al punto giusto. Le mostre al Quirinale, infatti, non sono mai troppo (o inutilmente) vaste, anche perché gli spazi sono quello che sono. Però il proposito dei curatori è sempre quello di fornire un ritratto il più possibile compiuto dell’artista, sostenendolo anche con spiegazioni esaurienti, ma mai troppo prolisse. Né troppo tecniche, come spesso altrove accade.

I quadri esposti sono quasi tutti molto belli. E’ una mostra che procura un piacere fisico, non intellettuale. Anche perché Tintoretto, con la sua tecnica veloce (era in grado di fare il bozzetto per un ritratto in mezz’ora) e le sue composizioni teatrali e dinamiche, mai accademiche, sa intrattenere e farsi prendere “a pelle”, senza bisogno di farci sopra tante elucubrazioni.

So bene che il pubblico di Slowcult ama di più l’arte contemporanea. Tintoretto non è un artista propriamente “cult”. Provate ad andarci, però. Non rimarrete delusi, perché anche l’arte rinascimentale – tante volte – sa dare emozioni e divertire anche noi “moderni”.

Recensione di Paolo Subioli

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