Sep 212020
 

Regia di Salvatore Mereu. Con Gavino Ledda, Anna König, Marco Zucca, Corrado Giannetti, Samuele Mei. Durata 128 minuti. Italia 2020.

★★★½☆

locandinaAcqua e fuoco, padre e figlio, passato e presente, bene e male. Sono molti i dualismi che animano “Assandira”, l’ultimo film di Salvatore Mereu, presentato fuori concorso alla 77ma Mostra del Cinema di Venezia. Tratto dall’omonimo romanzo di Giulio Angioni, la storia racconta le vicende legate alla realizzazione di un agriturismo a conduzione familiare attraverso flashback che ne ripercorrono la nefasta sorte. Si parte infatti dall’epilogo, dove sotto un’acqua insistente e scrosciante il protagonista del film, Costantino (interpretato magistralmente da Gavino Ledda, l’ormai 81enne scrittore di Padre Padrone) si trova ad affrontare la morte dell’adorato figlio a causa di un tragico incidente dai contorni ancora non definiti. Sarà infatti grazie al flusso di ricordi e coscienza instaurato tra il vecchio partiarca e il giovane magistrato incaricato delle indagini che il film prende corpo, svelandoci via via una storia che si tinge sempre più di noir. Scopriamo così che il giovane figlio Mario, trasferitosi per lavoro in Germania, torna con l’intento di dare vita a un villaggio vacanze tematico su usi e costumi rurali dell’isola ad appannaggio dei turisti nordeuropei. Incalzato dalla giovane moglie teutonica (la bravissima Anna König che da vita al personaggio più complesso e allo stesso tempo credibile), un mix di sensualità e ambizione, ambiguità e coercizione intorno alla quale ruotano le sorti dell’intera vicenda. Per scardinare le iniziali diffidenze del suocero nello sposare questo progetto, ai suoi occhi uno snaturamento delle tradizioni sentito come un tradimento delle proprie origini a favore del facile guadagno, Grete fa leva usando contemporaneamente sia l’amore tra padre e figlio che le sue doti di ammaliatrice nei confronti di Costantino, non indifferente al fascino della prorompente nuora. Dopo un’iniziale resistenza il vecchio pastore si lascia convincere e viene sempre più coinvolto nelle iniziative di quella che ormai ha preso i connotati di una comune, dove tutto ruota intorno alla matrona tedesca, vera anima del villaggio. Ma c’è un non detto, un qualcosa che viene comunque costantemente percepito e che alla fine vedrà ribaltare una situazione apparentemente idilliaca trasformandola in tragedia e travolgendo i destini di tutte le parti in causa.

Il regista è bravissimo nell’incrociare gli stili narrativi, con una camera che si muove a tratti lenta, a tratti nervosa, assecondando le tensioni e gli stati d’animo propri della narrazione. Il dialetto sardo non viene alterato, anzi si intreccia perfettamente con l’italiano, il tedesco e l’inglese in una sorta di Babele linguistica che contribuisce ad avvalorare il realismo dei personaggi. Ma soprattutto Mereu è bravo nel mettere a fuoco, in tutte le sue sfumature, le caratteristiche proprie della Sardegna e dei suoi abitanti. Folklore, fierezza, ruvidità, bellezza, qualità mostrate che rendono questo film quasi un documento antropologico. La trama noir infatti va di pari passo con una visione che rende all’Isola una dignità spesso offuscata dalle cronache e dalle riviste patinate, riportandola repentinamente più che nelle  corde dei romanzi della Deledda, in quelli raccontati dalla penna  del barbaricino Salvatore Niffoi,  grande affabulatore di memorie arcaiche e ancestrali dell’Isola.
È quindi un film che va oltre, un film di denuncia che prende spunto dalla trama per puntare il dito sul tradimento nel senso più ampio: quello delle origini, quello tra persone, quello tra uomo e natura.

Claudia Giacinti

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