Mar 082018
 

Sessant’anni d’oro, acciaio e madreperla

 

Quando diventi famoso non sei tu che cambi ma tutti quelli che ti stanno intorno”. Così Sharon Stone, prendendo in prestito una massima di James Stewart, rende l’idea di come il successo possa influire sulle nostre vite. Del resto, non esiste un libretto d’istruzioni per gestire la fama, tanto meno quella provocata da un “semplice” accavallamento di gambe che, seppur in penombra, abbaglia come un diadema di perle vere.

sharon-stone Nata il 10 marzo 1958 a Meadville, piccolo centro rurale della Pennsylvania, è la seconda di quattro figli. Fin da giovanissima sogna un destino diverso da quello che le può offrire una famiglia di umili origini. A diciassette anni, dopo essere stata eletta “Miss Pennsylvania”, si trasferisce a New York e comincia a lavorare nel mondo della moda. Nonostante s’imponga presto come una delle indossatrici e fotomodelle più quotate degli Stati Uniti, insegue altri traguardi, primo fra tutti il cinema. Il suo esordio sul grande schermo è dalla porta principale, con Stardust Memories (Woody Allen, 1980), ma è solo una piccola parte, così come quella in Bolero (Claude Lelouch, 1982). Finché Paul Verhoeven darà una svolta alla sua carriera con Atto di forza (da lui diretto nel 1990), dove la Stone interpreta la moglie di Arnold Schwarzenegger. Una moglie bellissima, bionda e senza veli, proprio come appare sulle pagine di Playboy nel luglio 1990.

 E’ questo il biglietto da visita per l’entrata in scena della conturbante Catherine Tramell di Basic Instinct (Paul Verhoeven 1992), thriller erotico dall’ambiguo finale, con un punteruolo rompighiaccio di troppo e una presunta colpevole in libertà. A dispetto delle critiche più schizzinose il film avrà vita lunga nell’immaginario collettivo e le grazie della Stone fanno impallidire quelle di Madonna, femme fatale senza scrupoli in un film dello stesso anno (Body of Evidence, Uli Edel). E pensare che il “detective” Michael Douglas avrebbe voluto al suo posto Julia Roberts, all’epoca senz’altro più famosa di lei!

E’ difficile restare nell’occhio del ciclone” – ripete spesso – “Mantenere il successo è davvero un’impresa.” Per farlo non punta solo sulla bellezza, potendo comunque contare fin da bambina su un quoziente d’intelligenza superiore alla media. Accetta nuove sfide e si cimenta con prove sempre più impegnative. Non a caso una delle sue attrici preferite è Bette Davis, ma anche Rita Hayworth e Marilyn Monroe. Un cocktail impossibile? Non per lei.

 Dando filo da torcere a Robert De Niro e Joe Pesci si guadagna una nomination all’Oscar e un Golden Globe come migliore attrice protagonista per Casinò (Martin Scorsese, 1995), nel ruolo di una donna che pretende di accaparrarsi la sua fetta di torta in un mondo tutto al maschile, fatto di gangster, droga e tradimenti. La pagherà cara. Quattro anni dopo schiva al meglio agguati e pallottole per proteggere un orfanello che le è capitato tra i piedi in Gloria (Sidney Lumet, 1999), degno remake sulle orme della strepitosa Gena Rowlands (Una notte d’estate – Gloria, John Cassavetes, 1980). Stavolta la critica l’acclama con trasporto mentre lei ha già alle spalle la fine di un matrimonio (con il produttore televisivo Michael Greenburg) e sta per convolare a nozze con Phil Bronstein, giornalista, reporter di guerra e poi editore di due importanti testate di San Francisco. Con quest’ultimo adotterà tre figli, tutti maschi. Il primo, Roan Joseph, nel 2000, quando il piccolo ha solo un mese di vita.

 Alla fine degli anni 90, seguendo l’esempio di Elizabeth Taylor (da tempo malata), s’impegna nella lotta contro l’Aids assumendo l’incarico di ambasciatrice della Fondazione costituita da Elton John (la Elton John Aids Foundation) e in questa veste gira il mondo in cerca di fondi per la ricerca. La sua immagine serve a sensibilizzare coscienze e portafogli e a dar voce a tutti quei bambini africani costretti a giocarsi un giorno in più di vita tra un latte materno infetto o quello in polvere sciolto in acqua da colera. Impresa impossibile? Non per lei che sarà raggiante quando potrà dichiarare che quell’acqua è stata depurata e resa potabile grazie agli ingenti contributi raccolti.

 Nel 2001, a soli 43 anni, una grave emorragia cerebrale la tiene in coma per più di una settimana. Le danno il 5% di possibilità di sopravvivenza. Devastati occhio e orecchio sinistri, compromessa la deambulazione. Deve imparare daccapo a parlare, leggere e scrivere ma lei tiene duro e non rivela fino in fondo l’entità del danno per timore delle possibili ricadute sul lavoro. “Mi chiamano Sharon “Stones” come per dire che ho le palle più grandi di Hollywood. Forse sottovalutano la forza femminile.” Una forza pari a quella dell’acciaio, anni luce lontana dalla baldanza un po’ arrogante che aveva da ragazza.

Nel 2004 le corre incontro la prima riconferma quando si aggiudica il Premio Emmy come migliore attrice con il serial televisivo  dove, per tre episodi, veste i panni di un’avvocatessa inquieta e coraggiosa. Ma è Jim Jarmusch che nel 2005 le dona un look scintillante nel tenero e malinconico Broken Flowers (con un impareggiabile Bill Murray alla ricerca di un figlio immaginario). Dopo la discutibile scelta di Basic Instinct 2 (Michael Caton-Jones, 2005), riprende un’intensa attività e superati i cinquant’anni si ritrova sul set accanto a Woody Allen in un gioiellino diretto da John Turturro, Gigolò per caso (2013).

Sharon_Stone_1 Fa ancora centro con Mosaic (2017), la thriller app-serie interattiva realizzata da Steven Soderbergh, nella parte di una famosa scrittrice brutalmente assassinata. Per il 2018 conta di comparire in The New Pope, sequel televisivo dell’osannato The Young Pope di Paolo Sorrentino, dopo essere stata già diretta da un regista italiano, Pupi Avanti, in Un ragazzo d’oro (2014), con Riccardo Scamarcio. Quando sta per spegnare le sessanta candeline, separata da Bronstein e con tre figli ormai grandicelli, i rotocalchi tornano a parlare dei suoi amori. Stavolta chi le fa battere il cuore è Angelo Boffa, un imprenditore italiano più giovane di lei di quasi vent’anni.

 “Se fingessi di avere meno anni di quelli che ho non sarei me stessa, non potrei dare il meglio di me”. Non ha paura delle rughe chi ha rischiato di morire così giovane e chi, ultracinquantenne, si vede assegnato il ruolo di Afrodite, la dea della bellezza, nel film Gods Behaving Badly (Marc Turtletaub, 2013), tratto dal romanzo “Per amore di un Dio”, della scrittrice britannica Marie Phillips.

In quasi quarant’anni di attività il fascino di Sharon Stone è rimasto immutato e continua a estasiare il pubblico femminile dopo aver ammutolito quello maschile. Sul red carpet di primedonne più o meno venerate lei svetta con lo charme inconfondibile di una star e a chi le chiede se abbia mai subito molestie sessuali risponde con una fragorosa risata. Un riflesso involontario che riassume più delle parole tutto quello che dev’essere sfilato sotto gli occhi di una ragazza che sognava di turbinare a lungo nell’occhio del ciclone. La stessa risata con cui ha raggelato le più ridicole e spudorate avances.

 Ornella Magrini

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