Jan 172016
 

miriami-si-sveglia-a-mezzanotteInglese di nascita ma cittadino del mondo intero, David Bowie, in cinquant’anni di carriera si è imposto non solo come cantante pop rock (anche se, il suo personalissimo stile, è variato di anno in anno, di decade in decade) ma molto di più. Ai grandi successi musicali ed ai famosissimi brani (come Life on Mars?, Space Oddity, Starman, Heroes, che per chiunque di noi, “piccoli” o “grandi”, nati trenta/quaranta/cinquanta/sessanta anni fa oppure negli anni Novanta, sono stati e continuano ad essere parte delle proprie soundtrack esistenziali), Bowie ha saputo re-inventarsi di continuo, creando non solo un mito, ma una vera e originale icona di stile (musicale e non), di carisma e – soprattutto – di trasformismo.

Con molte probabilità è stata la sua capacità innata di essere un camaleonte, capace di sfornare sempre nuovi alter ego come Ziggy Stardust, Halloween Jack, Nathan Adler e White Duke, ad aprirgli le porte della Settima arte, dell’industria dei sogni comunemente conosciuta come cinema. Ebbene, la carriera del mito Bowie non si è limitata solo ed esclusivamente all’ambiente musicale ma ha trovato spazio anche in quello dell’arte cinematografica.

Dagli esordi nel ruolo del misterioso alieno Thomas Jerome Newton nel cult fantascientifico di Nicolas Roeg L’uomo che cadde sulla Terra (The Man Who Fell to Earth, 1976) a Gigolò (Schöner Gigolo, armer Gigolo, 1978) di David Hammings, senza dimenticare il cameo (come quello nel film Zoolander, 2001) nei panni di se stesso in Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo, 1981). Da attore, David Bowie ha lavorato con importanti registi come il compianto Tony Scott (Miriam si sveglia a mezzanotte, 1983), Nagisa Oshima (Furyo, 1983), John Landis (Tutto in una notte, 1985), Martin Scorsese (L’ultima tentazione di Cristo, 1988), David Lynch (Fuoco cammina con me, 1992) e, tra le sue ultime interpretazioni, anche con Christopher Nolan (The Prestige, 2006). Tuttavia non vanno messe da parte le sue interpretazioni in film meno impegnativi come Labyrinth – Dove tutto è possibile (Labyrinth, 1986) di Jim Henson, “papà” dei Muppets.

Capace di districarsi tra ruoli e generi totalmente differenti, senza dubbio l’interpretazione entrata di pieno diritto nell’immaginario collettivo e cinefilo (senza togliere niente a tutte le altre sue splendide performance), è quella del vampiro John Blaylock, amante della Miriam omonima del film di Scott. Nei panni di un principe delle tenebre (affiancato dalle due star Catherine Deneuve e Susan Sarandon), elegante e fuori dall’ordinario fantastico-orrorifico – sia letterario sia cinematografico – purtroppo condannato al decadimento fisico da una inspiegabile e rapida vecchiaia che non lascia scampo (nonostante i vampiri siano, per antonomasia, creature [quasi] immortali), Bowie ha consacrato se stesso e la sua figura nel cinema, riuscendo a mostrare, a dare ulteriore prova delle sue capacità istrioniche.

Artista completo come pochi altri, David Bowie ha segnato, per sempre, la storia della cultura pop moderna e contemporanea, imprimendo nelle menti di ognuno di noi non una semplice figura, ma qualcosa di più elevato: una leggenda, un mito, un eroe tra gli eroi, un vero “alieno” dal fascino criptico e ipnotico. Con la sua scomparsa, il mondo intero ha perduto un pezzo di sé. Ma vi è la certezza, la sicurezza che, mediante il suo lascito, il David Bowie cantante e attore continuerà a vivere anzi, è vivo in tutti i suoi fan, estimatori e appassionati. «We can be Heroes, just for one day» declama la strofa di uno dei suoi grandi successi… ma lui, il White Duke non sarà eroe per un unico giorno ma per sempre perché, in fondo, le leggende, i veri eroi non muoiono mai

Francesco Grano

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