Feb 282019
 

Il Primo Re, di Matteo Rovere, con Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi, Tania Garribba, Lorenzo Gleijeses, Vincenzo Crea, Nina Fotaras, Emilio De Marchi. Produzione: Italia, Belgio. Durata: 127 min.

★★★½☆

primkCon questa opera di Matteo Rovere, il cinema italiano manifesta finalmente un colpo d’ala. Pur presentandosi come opera di genere epico, storico, di azione, il film trova una sua forza ed uno spessore assolutamente inusuali nel panorama attuale,abbastanza desolante, del nostro cinema.
Merito innanzitutto del regista che dimostra di possedere una capacità di esprimere tensione drammatica, uno spirito epico ed un respiro narrativo di notevole spessore, e di grande fascinazione visiva, dove il cinema di genere raggiunge finalmente una reale maturazione autoriale.
L’opera racconta la genesi di Roma, vista come il più grande impero che la storia abbia mai conosciuto, partendo dall’ assunto che il mito fondativo della Città Eterna non è stato mai trattato dal cinema, che invece ha costruito sulla narrazione delle vicende della antica Roma un filone molto ricco e duraturo.
Essa rappresenta certamente un’ operazione culturale mitopoietica non priva di suggestione, reinterpretando in chiave realistica, con gli stilemi di un film di avventura,  la leggenda dei fratelli Romolo e Remo, non senza tentare, a suo modo, una operazione filologica attraverso un attento esame delle fonti storico mitologiche.
Il film ha una trama volutamente lineare, in linea con alcune delle fonti mitologiche esaminate: inizia con immagini di notevole spettacolarità: I due gemelli, travolti dalla inondazione del Tevere, si ritrovano soli, senza terra né popolo, e vengono catturati dai guerrieri della potente Alba Longa.
Insieme ad altri prigionieri essi sono costretti a partecipare a feroci duelli nel fango, ma essi, astutamente, fingendosi duellanti, riescono a fomentare una rivolta ed a fuggire insieme ad altri prigionieri, ed ad una vestale che porta con sé il fuoco sacro. I guerrieri si avventurano in una foresta misteriosa, sfidando le forze soprannaturali, dove Remo dà prova del suo coraggio di combattente, soggiogando un gruppo di guerrieri nemici, e occupando il loro villaggio, abitato ormai da vecchi, donne e bambini, mentre Romolo, gravemente ferito, lotta tra la vita e la morte. Ma quando la vestale comunica a Remo il suo destino, cioè l’obbligo di uccidere il fratello per diventare re, egli si ribella al volere degli dei, spegne il fuoco sacro di Vesta, e lega la donna ad un albero della foresta, rendendola preda degli animali feroci, non senza compiere, altresì, gravi atti di violenza contro la gente del villaggio sottomesso, di cui uccide anche il sacerdote, creando una propria tribù ribelle, sino al tragico e spettacolare duello fratricida, che segna l’incoronazione di Romolo, che avviene a seguito della acquisizione di una nuova vestale per la cura del fuoco sacro, ed al pentimento di Remo, che induce il fratello ad ucciderlo, affinchè il rito sacrificale previsto nell’oracolo della fondazione di Roma si compia.
Un’epoca barbarica viene descritta:  la nascita violenta di Roma, il mito della fondazione che assume l’aspetto di tragedia classica, la presenza di “hybris”: il film è originale e coinvolgente, sembra essere l’espressione di “barbara carmina” arcani e primordiali. Remo viene sconfitto in quanto empio, essendosi ribellato al volere degli dei, mentre Romolo, conforme al disegno di essi, ottiene il regno.
Stilisticamente brutale, il film di Rovere è molto attento al mistero ed alla natura esoterica, incontaminata dell’alba della civiltà, ed ivi risiede molto del suo potere di fascinazione; epico e solenne, ieratico e drammatico, caratterizzato da crudele magniloquenza, non è affatto privo di immagini di grande suggestione visiva, benchè non sia purtroppo accompagnato da una colonna sonora all’altezza della sfida autoriale che pone, sembrando anzi quella di un banale “peplum”.
Remo, prima dell’atto di fondazione, viene cremato in una suggestiva pira di fuoco, quasi a simboleggiare lo spartiacque tra un’epoca barbarica e l’alba di una nuova civiltà, che assume l’aspetto di una città che farà la storia del mondo.
E’ interessante rilevare lo sforzo produttivo e le fonti degli studiosi che hanno collaborato alla realizzazione dell’opera: girata in varie località del Lazio, come il Bosco del Foglino, ed i comuni di Nettuno, Viterbo e Manziana, totalmente in luce naturale ed in formato anamorfico da Daniele Ciprì, l’opera è recitata in un protolatino antecedente a quello arcaico, parzialmente ricreato grazie alla collaborazione di semiologi dell’Università La Sapienza, e nei punti mancanti, è stato integrato con ceppi di linguaggio indo-europeo, naturalmente inserendo i sottotitoli in italiano. Precisa scelta del regista, che ha inteso calare lo spettatore nella storia che proponeva. I due protagonisti, Lapice e Borghi, si sono peraltro sottoposti a mesi di combattimenti corpo a corpo con lame, spade, mazze chiodate, e mani nude.
In definitiva, traendo spunto da una rivisitazione delle fonti storiche di Plutarco e Tito Livio, viene rappresentata la fondazione dell’Impero, partendo dal Mito, e ritornando al Mito, realizzando, nel complesso, una operazione abbastanza convincente, anche nella matrice spettacolare, che viene realizzata coniugando il film di avventura realizzato con modalità crude e realistiche, con quello autoriale, che narra, con notevole pathos, che si integra mirabilmente con un arcano senso del Sacro e del Mistero, la leggenda dei gemelli Romolo e Remo.
E saggiamente, Rovere, più che ai classici italiani del filone mitologico, guarda al naturalismo di The New World di Terrence Malick, evitando però la sovraesposizione della voce narrante; i dialoghi sono ridotti al minimo, ciò che conta è la gestualità e l’espressione dei volti. Si è pensato, per l’operazione di ricostruzione linguistica, ad Apocalypto di Mel Gibson, che però risulta diverso, essendo essenzialmente mero film di azione. Semmai un modello può essere ricercato in Revenant di Alejandro Gonzalez Inarritu, di cui, comunque, vengono evitati gli eccessi onirici e lirici.

Recensione di Dark Rider

 

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