Mar 142010
 

Invictus – L’invincibile. Regia di Clint Eastwood. Con Morgan Freeman, Matt Damon, Adjoa Andoh, Tony Kgoroge. 134 min – USA, 2009

★★★★☆
Clint Eastwood non sbaglia un colpo; cineasta geniale e poliedrico, riesce ad appassionare lo spettatore, qualunque sia il suo orientamento ideologico e culturale. Il suo Invictus è sicuramente opera della maturità, con la sua pacatezza, il suo respiro lirico che riesce più volte a trasmettere una sensazione di afflato universale. Il grande leader africano Nelson Mandela (uno straordinario Morgan Freeman) viene visto come una sorta di moderno Gandhi, animato da una enorme forza morale, che, una volta vinte le elezioni, rifiuta ogni forma di vendetta e si prodiga per l’unificazione del Sud Africa, ancora fortemente diviso dall’odio tra bianchi e neri. Egli pertanto nomina anche bianchi nel corpo di sicurezza personale, contrariamente al parere dei suoi più stretti collaboratori, assumendo spesso decisioni ostiche per la sua gente.
Ma la grande occasione arriva con la coppa del Mondo di Rugby, cui deve partecipare l’odiata nazionale, simbolo degli Afrikaner, gli Sprinboks.
Questa squadra un tempo gloriosa, decaduta negli ultimi anni, colleziona sconfitte fin quando Francois Pienaar ne prende la guida in qualità di Capitano. Per le sue qualità morali piace ai compagni di squadra ma piace anche all’A.N.C., la formazione politica del leader sudafricano. Contrariamente al parere della sua gente Mandela decide di sostenere la Nazionale, convoca il Capitano (un intenso Matt Damon) e gli spiega che la Coppa del Mondo, da cui il Sudafrica era stato sempre escluso per il suo regime razzista, costituisce una grande occasione, in quanto potrebbe divenire il simbolo della rinascita della Nazione africana, sancendo la pacificazione dopo l’Apartheid.
Sin da quel tempo i Neozelandesi All Blacks sono considerati la più grande squadra al mondo di rugby e sono gli storici rivali degli Sprinboks, anche essi squadra di solide tradizioni: si sono incontrati molte volte con alterne vicende; quando si ritrovano di fronte per la finale della Coppa del Mondo, gli All Blacks, formati da guerrieri Maori che all’inizio di ogni gara terrorizzano gli avversari con una danza potente, la celebre Haka, sono largamente favoriti.
Eastwood racconta con toni realistici e solenni quell’epica gara, la partecipazione emotiva del pubblico bianco e nero, che miracolosamente si ritrova unito, sino al trionfo finale, che sancisce la ritrovata unità della Nazione.
Il film è certamente un po’ didascalico e sorvola sul fatto che nel 1995, anno della Coppa, ci fu serio rischio di guerra civile tra bianchi e neri. Il miracolo di Mandela fu di scongiurare tale rischio. Sono estremamente suggestive le scene che descrivono gli allenamenti della squadra, formata quasi esclusivamente da bianchi, negli slums di Johannesburg tra lo stupore e l’ammirazione dei ragazzini che si stringono attorno all’unico campione di colore. Mandela, ex boxeur ed ex rugbista si trasfigura con il suo Capitano, e prende coscienza del Rugby, mentre l’altro acquisisce la coscienza di essere parte della Storia: prima dell’inizio della gara decisiva il Presidente scende in campo a salutare le squadre indossando la maglia degli Sprinboks. La sua segretaria dovrà chiedergli: “Ma è solo politica?”
Il grande Clint, regista revisionista che ha riscritto la storia profonda dell’America di cui è un cultore, regalandoci opere indimenticabili, come Gli Spietati, il western antiretorico che descrive la crudeltà gratuita di Cowboys imperdonabili, o come Flags of our Fathers,ove la bandiera intrisa di sangue diviene il simbolo della vittoria della seconda guerra mondiale, o Letters from Iwo Jima,dove è di scena il dolore giapponese, o Gran Torino ove descrive la progressiva comprensione ed accettazione del diverso, questa volta delinea il ritratto a tutto tondo di uno dei più grandi uomini politici mai esistiti e nel titolo dell’opera cita la sua lettura preferita durante la carcerazione, il poema vittoriano di William Ernest Henley. Con grande pathos e commozione scrive una nuova luminosa pagina sull’incerto divenire del destino dell’uomo.

Recensione di Dark Rider

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