Apr 032008
 

La Banda, regia di Eran Kolirin Francia/Israele 2007
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La Banda che dà il titolo al film è quella della polizia di Alessandria d’Egitto, chiamata per uno di quei consueti scambi culturali ad esibirsi all’inaugurazione del centro culturale islamico di una cittadina israeliana.
Arrivati in Israele e non trovando nessuno a riceverli, a causa di un malinteso, gli otto elementi del complesso si trovano catapultati in uno sperduto villaggio, dimenticato da dio e dagli uomini, nel quale “non c’è cultura, né araba, né israeliana, è solo un cesso” usando l’efficace descrizione ad esso data dalla barista del villaggio, che ben presto si adopera per trovare ai malcapitati una sistemazione per la notte, in attesa che il disguido venga risolto.
Aiutata da un paio di stralunati avventori che paiono trapiantati qui dalla Finlandia di Kaurismaki, la bella anche se non più giovanissima barista, nel tentativo di scuotere la monotonia della sua squallida esistenza, cerca di scalfire la diffidenza del direttore d’orchestra e le difficoltà di comunicazione dovute alla lingua; il suo tentativo di seduzione non va a buon fine ed allora finisce col consolarsi col più giovane ed attraente del complesso.
Nel frattempo, gli altri musicisti trascorrono la serata arrangiandosi a casa di uno degli avventori del bar, riuscendo alla meno peggio a far “passà la nuttata”, all’indomani della quale raggiungono la destinazione prevista per il loro concerto.
La semplicità della storia non inganni, ci troviamo di fronte ad un piccolo capolavoro, privo di qualsiasi retorica legata alla fratellanza tra i popoli, che evita il politically correct con il quale si cerca sempre di esaltare qualsiasi forma di contatto e confronto tra culture diverse e rifugge altre implicazioni sociologiche.
I piccoli gesti quotidiani di piccoli individui diventano oggetto di una narrazione intensa, proprio grazie alle particolari condizioni in cui si svolge la vicenda; la scelta di un ritmo lento e di una fotografia a tratti statica è funzionale proprio al risalto che si vuole dare a queste azioni solo in apparenza banali ed insignificanti. La leggerezza del tocco riesce e calibrare momenti intensi e drammatici a scenette esilaranti in cui la risata scatta anche solo grazie alla semplice inquadratura di uno sguardo. La musica ovviamente fa da filo conduttore alla storia, passando da brani della tradizione classica araba, di cui la Banda è specializzata, ad una splendida jazz-ballad cantata in israeliano, per finire con una ‘My Funny Valentine’, più volte accennata nel film e utilizzata come una specie di passepartout per aprire il cuore dei personaggi e degli spettatori.
Un’ultima menzione per almeno due degli attori: il “generale” Sasson Gabai, un tenero burbero dagli sguardi intensi e le rughe che nascondono degli inconfessabili segreti ma soprattutto la barista Ronit Elkabetz, vero motore della vicenda, attorno alla quale ruotano gli altri personaggi, sullo sfondo di un luogo spettrale e squallido, dagli angoli del quale emergono comunque storie e volti intensi, come cactus che riescono a sopravvivere nel deserto a condizioni particolarmente proibitive.
Recensione by Fabrizio

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