Set 182018
 

Durante le 5 settimane in cui è stato girato il film ho ospitato a casa mia a Roma la mia amica Milvia Marigliano che nel film interpreta la mamma di Stefano Cucchi. Ogni sera dopo il lavoro lei tornava a casa e si portava dietro le emozioni della sua giornata di girato, mi raccontava come cambiavano gli stati d’animo suoi e degli altri, quello che si respirava sul set, il primo ciak, la festa di conclusione riprese……. Per me è stato un po’ come stare lì con loro sul set e partecipare alla nascita e crescita di questo difficile e allucinante racconto di dolore. Come una mosca, presente e invisibile, stavo lì a spiare il “dietro del dietro le quinte”….. Susanna

Il film racconta gli ultimi giorni della vita di Stefano Cucchi con gli occhi di chi? Della famiglia? Dei poliziotti? In che modo si intrecciano gli eventi raccontati?

Milvia MariglianoIl film si occupa dei 5-6 giorni che passano dall’arresto di Stefano Cucchi alla sua morte. Il regista scrivendo questa sceneggiatura con la co-sceneggiatrice ha messo un po’ gli occhi di tutti: la tragica vicenda viene vista innanzitutto con gli occhi del protagonista assoluto che è Stefano Cucchi. Poi con gli occhi dei carabinieri e tutte le guardie con cui si è relazionato. E poi con gli occhi della sorella, della madre,  del padre, a 360 gradi. E’ proprio un film fatto molto di sguardi: ci sono gli sguardi di chi ha un dolore, di chi compie una vigliaccheria, di chi non può confessare…. Ha toccato tutte le anime, sia nere che  innocenti di questa triste vicenda.

Quindi è più un film intimista o più realista?

Intimista e realista per me sono forse un po’ la stessa cosa: è un film vero. Si è cercato di lavorare su sentimenti veri; sui sentimenti che accadono lì in quel momento, almeno per quanto riguarda noi attori. Poi, l’hanno anche scritto in tanti, il pedale della retorica, del pietismo non c’è. Non siamo di fronte a una tragedia greca ma siamo di fronte allo stupore di giorno in giorno degli accadimenti, o di quello che non accade per riparare la situazione. Quindi è intimo nel proprio dolore ed è anche molto realista.

Tu interpreti la madre di Stefano Cucchi. Come ti sei preparata a questo ruolo di una persona reale, ancora in vita? Rita Cucchi: l’hai conosciuta, le hai parlato?

No io non ho conosciuto i genitori, ho conosciuto solo Ilaria Cucchi alla mostra del Cinema di Venezia. Sicuramente è stato molto utile il fatto che invece il regista e la co-sceneggiatrice Lisa Nur Sultan li abbiano conosciuti e, da quello che mi spiegava Alessio Cremonimi, si siano rapportati con la famiglia; anche perché alcuni dati e alcuni fatti raccontati dovevano essere quelli realmente accaduti e la loro esperienza ce l’hanno riportata a tutti noi. A me in realtà quando ho cominciato a fare i primi incontri per questo ruolo tremavano i polsi perché noi di teatro, e comunque tutti gli attori se devono prepararsi su un personaggio, da Shakespeare a un personaggio contemporaneo, cerchiamo di catturare l’anima e poi rendere universale questo sentimento, in modo che il pubblico si riconosca in quel personaggio. Anche in questo caso abbiamo fatto  questo lavoro. Quello che ha fatto il regista e che voleva era che si pensasse che, sì noi raccontiamo  la storia di Stefano Cucchi, ma lì poteva esserci anche un Mario Rossi qualsiasi, cioè la vicenda deve toccarci così da vicino da pensare che potrebbe capitare a chiunque di noi. “Non vogliamo mettere Cristo in croce” lui dice “noi ci vogliamo occupare dei ladroni”. Cioè di tutti quelli a cui potrebbe succedere un fatto del genere. Sapendo che questo personaggio non è un personaggio storico, non è un personaggio del passato, non è un personaggio immaginario di un autore che tu lo capti dal lavoro registico, dalla parole e che lo fai tuo e poi lo interpreti. Anche perché io quando ho avuto il ruolo ho osservato Rita Cucchi nei filmati su youtube, dove c’è tutto il processo, c’è “Un Giorno in Pretura”, ci sono tante interviste ai genitori, ma tutto quello che io vedevo era successo dopo, non si può dire quando il lutto era già elaborato perché è un lutto che non si elaborerà mai per una madre, un padre, una sorella e per questa ingiustizia. Però io vedevo una madre nel dopo. Chi sa com’era la mamma in quei 5 giorni? In televisione io vedevo tante cose e cercavo di captare i suoi sguardi, il suo respiro, il suo dolore compresso in tribunale soprattutto ed è giusto averlo fatto ed assimilato ma in realtà poi si deve buttar via perché noi in realtà abbiamo lavorato sui 5 giorni prima di tutta la “vicenda mediatica”. Che cosa mi ha aiutata? Un’ottima sceneggiatura, perché tu dalla parola scritta capisci che tipo di percorso ha quel personaggio, ed il regista; in questo caso Alessio ha fatto un ottimo lavoro perché sapeva cosa voleva dagli attori, sapeva di non voler spingere mai troppo sul pianto e tenerselo, lo aveva captato, avendoci lavorato tantissimo ed avendo incontrato le persone reali. Mi sono affidata perché mi commuovevo io, Milvia, nel leggere certe frasi, ma sarebbe stato facile cadere nella retorica, nel pietismo e giustamente lui  ha frenato tutto questo per farlo arrivare in certi punti. E’ stato veramente un lavoro di trattenimento continuo del dolore. Certo gli sguardi sono angosciosi ed angosciati dall’inizio alla fine, ma trattenuti. Trattenuti per una dignità di dolore anche perché tu non capisci perché succedono delle cose, rimani come un bambino stupito di fronte alla realtà e tu non ce la fai a spinger completamente il pedale del pianto, sei come in una sospensione… Anche quando si girava c’era un’atmosfera di grande rispetto, di grande dignità e di grande delicatezza, pure nel raccontare una fortissima e straziante storia.

 

Durante le fasi di lavorazione e con il contributo degli attori è cambiato qualcosa nella sceneggiatura oppure il regista e la co-sceneggiatrice hanno  mantenuto la loro idea incontaminata fino alla fine? 

L’idea generale dove si voleva arrivare c’era. Tutt’al più si cambiava una parola, una frase; ma questo succede con tutti i copioni, anche con Shakespeare e anche con gli  autori contemporanei a teatro. Piccole cose possono essere cambiate, una frase cancellata perché magari nell’agito ci si rende conto che uno sguardo rende più di 3 frasi ma l’idea c’era assolutamente, la sceneggiatura era quella. Poi nel cinema c’è il montaggio dove sono state tagliate tante cose perché in cinema si gira tanto, tanto, tanto, tanto per avere più materiale possibile e poi il lavoro del montaggio, come sto capendo adesso, è tutto un altro lavoro ancora.

 

Pur lavorando anche nel cinema, tu sei principalmente un’attrice di teatro dall’esperienza vasta e variegata. Che cosa cambia nel cinema rispetto al tuo modo di lavorare abituale?

La prima cosa che noto è che noi attori di teatro iniziamo insieme dal primo giorno, proviamo 40, 50 giorni per 7 ore al giorno e quindi si creano subito  dei rapporti, cioè ci si tocca subito, si respira insieme, si sta insieme, si condivide parola per parola, giorno per giorno. Si sta tanto su una parola, su un personaggio, sul capire tutto, sia che siano cose drammatiche, tragiche, comiche. Il cinema, come diceva Diane Keaton a Città del Capo, quando ho girato The Young Pope per Sorrentino, è “short time”. Lei mi diceva “Io posso lavorare solo per tempi brevi, non potrei mai fare il teatro”. Al cinema sono tempi strettissimi, è una concentrazione massima, anche di pochi minuti. E poi le scene non vengono girate con consequenzialità. In teatro tu lavori sapendo già che il personaggio entra in scena  in un modo e ne esce in un altro. Invece in cinema tu devi girare l’ultima scena del copione ed il giorno dopo giri la prima. Quindi devi essere molto concentrato. Tante scene vengono ripetute più volte per luci, per questioni tecniche. E’ una concentrazione sintetizzata e soprattutto devi essere pronto a spostare le caselline dei sentimenti. E’ molto diverso il lavoro tra cinema e teatro. Questo non vuol dire che anche qui non si entra in relazione con gli altri attori. La magia è se ci entri subito, in breve tempo, anche se non hai tutti quei giorni di prova. Prima provi la scena una volta lì, sul luogo del delitto mi viene voglia di dire, e dopo di che si comincia a girare. Subito deve crearsi quella piccola magia. Sul set di “Sulla mia pelle” mi è sembrato che ci fosse questa magia, si è creata subito con Max Tortora, mio marito, con la figlia, Jasmine Trinca, si è creata questa delicata empatia tra gli uni e gli altri. E poi se in teatro siano per forza costretti ad amplificare un sentimento perché lo devono vedere, sentire fin nell’ultima fila di un teatro piccolo o enorme, in cinema quella macchina lì riprende anche il poro della pelle che suda. Davanti alla macchina da presa devi togliere, devi stare qualche passo indietro perché basta un soffio, un niente per dare quello che si vuole dare, perché non si deve amplificare. Il mondo di quel personaggio ce lo devi avere ben macinato dentro di te perché poi sembra che basti un nulla per esprimerlo. Le prime volte dicevo: “Ma perché dicono bene, bene? Mi sembra di non aver fatto nulla!” E invece se il nulla è pieno, c’è già un mondo interiore di quel personaggio, è già lì quello che serve.   

Rita Cucchi è un personaggio romano. Tu sei di Milano con padre napoletano: come te la sei cavata a parlare come una donna romana?

Ecco io pensavo di essermela cavata bene con il romano. In realtà alcune persone  mi hanno detto che non si sente per niente; certo vicino a Borghi,  a Trinca, a Tortora… Però mi ha fatto piacere che questo non era richiesto perché quella mamma lì poi è Rita Cucchi o si chiama Gabriella Galbusera, l’importante era che uscisse fuori quel dolore, quella vicenda. Punto. Ecco perché è una vicenda che deve riguardare tutti e non una famiglia di Tor Bella Monaca. 

E poi c’è il passaggio a Venezia, com’è stato? Ve l’aspettavate questo successo?

Beh è stato veramente emozionante. Certamente si capiva che intorno a questo film c’era grande interesse, c’era un’aspettativa. Anche perché sicuramente i più critici s’aspettavano un film ovvio, retorico. E invece non c’è giudizio, sono stati raccontati i fatti e non si è spinta la mano. Quando Stefano va lì si chiude solo una porta poi sta a noi capire… Si capiva che c’era una curiosità, un interesse,  un rispetto per questo lavoro. Poi 8 minuti di applausi in quella sala enorme e poi un silenzio alla fine. E dopo gli applausi la gente che non andava via. E poi lo vedo nella sale. Ieri ho presentato il film a Pavia e in una serata normale alla fine della proiezione gli applausi. C’è una così grande tensione ed emozione che anche il pubblico alla fine ha bisogno di buttarsi dentro in qualche maniera.   

Sei d’accordo che questo film era “necessario” come ha detto Alessandro Borghi per guardare in faccia la realtà tanto difficile e dolorosa dei numerosi decessi di persone in stato di detenzione?

Si era necessario. Quando mi è stato proposto  avevo qualche remora, qualche cosa da dire ma se ne è parlato tanto! In realtà poi più  ero lì con tutti più mi trovavo d’accordissimo con quello che ha detto Borghi, che in questo film è protagonista assoluto e straordinario. Ora mi rendo conto che in Italia sin dai tempi di Rosi, di Petri, questi film non voglio dire neanche di denuncia, ma con un senso di giustizia, di senso civico girati così non con la retorica facile, spiccia, sono fondamentali e necessari perché in un momento di superficialità, di insicurezza politica, ci riporta un po’ a film come “Sacco e Vanzetti”, di un certo spessore, che guardano anche l’ingiustizia, che guardano la realtà, la legge. Insomma una bellissima esperienza, delicata. Mi capita ormai di fare le madri, io che non ho figli, e quindi mi riempie anche il cuore, come dire, personalmente, mi aiuta a crescere.

Quindi viene voglia di vederlo questo film!

Si, direi proprio di si. Io vado tanto al cinema e non sempre me li scelgo e continuo a dire che se anche non ci fossi stata io questo è uno di quei film che avrei voluto vedere. Anche per come è girato:  il direttore della fotografia é straordinario, ogni particolare, ogni oggetto di quella casa, ogni luce è già un’angoscia

Intervista di Susanna Ruffini

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