Feb 042010
 

 

Regia di Fatih Akin. Con Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Anna Bederke, Pheline Roggan. Durata 99 min. – Germania 2009.

 

★★★☆☆

Prendete la giusta dose di amore, passione, tradimento, sesso, musica, sfortuna, invidia, amicizia e fatalità ed otterrete tutti gli ingredienti che compongono la ricetta di Soul Kitchen, commedia brillante e melting pot di generi, a firma del regista turco-tedesco Fatih Akin, già apprezzato autore dell’intenso “La sposa turca” e del documentario musicale “Crossing the bridge”.

La storia narra di Zinos, cuoco di origine greca dotato di scarso talento e di immensa passione che gestisce il “Soul Kitchen” un ristorante-pub nella ex zona industriale di Amburgo. Gli avventori del pub sono perlopiù abitanti della zona, abitudinari nel loro tracannare birra ed ingurgitare pessimo cibo preconfezionato. A fare da contorno al locale gli amici e collaboratori di Zinos, personaggi indolenti parcheggiati a fare i camerieri a termine, fin quando la vita non apra loro la chiave del successo legato alle loro vere passioni, musicali o artistiche che siano. Ne consegue che l’unico a credere e mettere tutto se stesso nel progetto è solo Zinos, che persegue il suo obiettivo con tenacia anche quando la sorte gli riserva una sorpresa dietro l’altra, in una sequenza di negatività senza scampo. Il fratello Ilias, delinquente abituale dedito al furto e al gioco d’azzardo, esce di prigione in semilibertà e pretende un contratto di lavoro solo per poter usufruire del permesso. La fidanzata Nadine, rampolla snob e viziata, decide di trasferirsi in Cina per seguire uno stage di giornalismo. L’amico d’infanzia, squalo del mercato immobiliare, mette gli occhi sul suo locale e cerca di far capitolare Zinos giocando sporco, molto sporco, mettendo in campo anche fisco e sanità. Dulcis in fundo, un’ernia del disco che gli assesta il colpo di grazia e lo mette fuori gioco costringendolo ad assumere un cuoco esperto di haute cuisine ma dotato di pessimo carattere che farà scappare a gambe levate la già esigua clientela. Nonostante tutto, a questo punto si assisterà ad un repentino cambio di registro che porterà, in un susseguirsi di episodi esilaranti e paradossali, uno dopo l’altro tutti i tasselli al loro posto fino ad arrivare all’inaspettato lieto fine.

A differenza dei già citati lavori precedenti, qui l’unico intento del regista è quello di confezionare una storia per il semplice gusto di divertire, senza particolari rimandi a conclusioni riflessive, in cui la contaminazione di generi è la chiave di lettura nella musica che miscela funky, soul, hip-hop ed elettronica, nella regia che attinge dallo stile europeo di origine così come da quello new hollywood cui l’influenza è fortemente presente, nelle etnie che si incrociano nella vicenda che ben rappresentano la Germania di oggi.

Il messaggio, seppur subliminale, che Akin pare voglia far passare è quello di perseguire, al di là delle origini etno-socio-culturali, un piacere fisico fine a se stesso in tutte le sue forme e con ogni mezzo (cibo, sesso, amore, musica) al fine di raggiungere il vero appagamento. Proprio ciò che Zinos urla in faccia all’ispettrice del fisco che gli ha appena pignorato lo stereo: “la musica è il cibo dell’anima!”

Molto divertente.

Recensione di Claudia Giacinti.

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