Feb 052012
 


La tragica scomparsa di Theo Anghelopulos a causa di un banale incidente stradale sul set del suo ultimo film, per il quale aveva scelto Toni Servillo come interprete principale, ci riempie di disappunto, consapevoli di aver perso una delle figue più luminose del Cinema contemporaneo, di cui rappresentava una delle voci più profonde ed autorevoli. Cantore brechtiano della storia greca, delle drammatiche vicende di quella fragile democrazia, aveva sempre rivolto la sua attenzione al Mito, visto come simbolo e storia dell’umanità intera. La Grecia e la Grecità erano assunte a parametro e fondamento perduto della Civiltà. I suoi personaggi, di grande spessore umano ed intellettuale, erano spesso visti come erranti, per le strade polverose dell’Ellade moderna, alle prese con la loro ricerca esistenziale, ove misuravano il loro dolore per gli ideali perduti incrociandolo al fallimento della loro vita. Sublime Poeta dei perdenti, spaziava con la cinepresa su paesaggi meravigliosi ed insoliti, pieni ora di luce, ora di nebbia e tenebre.
Le sue magnifiche opere, purtroppo, non hanno quasi per nulla circolato nei circuiti del Cinema commerciale, come avrebbero potuto? Piene di lunghi silenzi, di poetiche evocazioni d’incubo, di immagini affascinanti e dolorose, pervase da un retroterra di pensiero filosofico abbastanza ermetico e poco esplicitato, riuscivano però a riempire la mente ed il cuore di chi amava il suo Cinema, come pochi altri.
Studioso dell’uomo, quasi un antropologo del Cinema, amava mettere la persona umile a confronto con i grandi avvenimenti della Storia, seguendo le vicende che avvicinavano o allontanavano i destini delle persone, e attraverso di esse esplicitava il suo mondo interiore, con un linguaggio cinematografico vivido ed immaginifico, formato da ellissi e da lunghi piani sequenza (come quello, forse il più bello, che descrive il trasporto sul Danubio di una gigantesca statua di Lenin ne “Lo Sguardo di Ulisse”), da improvvise illuminazioni poetiche (la nebbia che avvolge i protagonisti del film, l’incedere maestoso di un fiume contemplato dalla riva, lo sguardo appassionato di due amanti sulle note di violoncello di Elleni Karaindrou, sua Musa ispiratrice, ed autrice di tutte le più belle colonne sonore dei suoi film).
Nelle sue opere il senso dell’incombente Destino, il Pathos ed il respiro del Pensiero Antico, pur sempre attuale, come quello della amata Grecia per la quale trepidava, e che temeva morisse. Le radici della cultura greca erano sempre la cartina di tornasole delle sue analisi della moderna, desolante, realtà, della caduta degli ideali dei suoi Personaggi, che si aggiravano attoniti e pervasi da ineluttabile senso di sconfitta, cercando nella Poesia e nell’Amore il riscatto dalla loro condizione.
La sua carriera registica ebbe inizio durante il regime dei Colonnelli: egli raccontava i meccanismi della dittatura con estremo rigore, ma in modo talmente allusivo da riuscire sempre ad evitare l’arresto.
“Anaparastassi” (La ricostruzione di un delitto) fu il primo film, nel 1970, ove in forma di thriller veniva descritta, attraverso una rivisitazione del mito degli Atridi, una saga adultera e familiare che ben rievocava l’atmosfera plumbea della Grecia.
Successivamente, l’Autore provò a descrivere con una famosa trilogia la storia del suo Paese:”I giorni del 36” (Meres tu 36, 1972), rievocava il tempo della prima dittatura fascista, “La Recita” (O’ Thiasos,1974) il film che lo lanciò a livello internazionale (Premio internazionale della Critica al Festival di Cannes 1975), un magnifico affresco epico storico poetico di quasi 4 ore in cui le vicende private della vita di una compagnia teatrale di attori girovaghi, ispirata all’Orestea di Eschilo, si intrecciava con gli avvenimenti storici derivanti dalla deflagrazione della seconda guerra mondiale.
Nell’opera veniva mirabilmente descritta la caduta della dittatura di Metaxas, la resistenza all’invasione italiana, tedesca e britannica, l’incontro con l’Utopia Comunista. Fu la volta poi de “I Cacciatori”(1977), ove un gruppo di intellettuali borghesi entravano duramente a confronto con la Storia.
Ottenne nel 1980 il Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia con O’Megalexandros (Alessandro il Grande), storia visionaria ed affascinante di un leader anarchico dell’800 greco, ritenuto un brigante.
Poi con “Viaggio a Citera” (Taxidi sta Kythira, 1984) descrisse la vicenda di un vecchio comunista che tornava in Grecia pieno di speranza dopo 32 anni di esilio in Unione Sovietica, andando incontro ad un’amara disillusione.
Il grande Regista aveva uno sconfinato amore per l’Italia, ed iniziò presto a dirigere nei suoi films i grandi attori italiani, nonché a richiedere la collaborazione di Tonino Guerra, che collaborerà alla sceneggiatura di molti suoi films: nella dolente parabola de “Il Volo” (O’Melissokomos), cupo e tragico road movie, con l’apicultore in viaggio tra l’Epiro ed il Peloponneso Marcello Mastroianni regalò al Regista greco una delle sue più intense interpretazioni: persa la speranza nei suoi ideali e nell’amore per una donna egli affidava alle api il compito di dargli la morte.
Ne “Paesaggio della Nebbia” (Topio Stin Omichli, 1988) la metafora della condizione dell’umana incessante ricerca veniva rappresentata da due bambini che, in un paesaggio avvolto nel silenzio intraprendevano un viaggio alla ricerca del padre emigrato in Germania. Il viaggio come iniziazione alla vita, al suo senso e al suo destino. Memorabili i poetici piani sequenza, ieratici e magniloquenti nella stupefacente rappresentazione della natura, per un’opera dolente e profonda.
La collaborazione con Mastroianni continuava poi ne “Il Passo Sospeso della Cicogna” (1991), ove il grande attore italiano interpretava l’enigmatico coltivatore di patate di uno sperduto villaggio greco ai confini con l’Albania, forse un famoso uomo politico in incognito, disperso da anni: Il regista celebrava ancora una volta il mito della ricerca senza meta, ma forse in maniera meno ispirata che in passato.
Nel magnifico “Sguardo di Ulisse”(To Vlemma to Odyssea,1995) il Regista A. (alter ego di Anghelopulos, un grande Harvey Keitel) ritornava dall’esilio di 35 anni negli Stati Uniti, deciso a recuperare le bobine di un film greco del periodo del Muto. Attraversava, quindi, in un lungo viaggio l’Europa dell’Est martoriata, la Romania, la Bulgaria, a Costanza assisteva al singolare spettacolo della decapitazione di una enorme statua di Lenin trasportata da una chiatta sul Danubio, amando intensamente due donne, facendo molti incontri, sino ad approdare a Sarajevo, città martoriata dagli scontri, ove Levy (Erland Josephson), il Direttore della Cineteca gli mostrava i Tesori nascosti che aveva saputo preservare dalla guerra, compresi i tre rulli che Egli cercava. Innamoratosi della dolce figlia di Levy, immancabilmente la tragedia si compiva: in una delle immagini più suggestive del film, si vedeva Sarajevo avvolta nella nebbia, mentre gli abitanti scendevano in strada a far festa, ritenendosi al riparo dai cecchini. Ma un’improvvisa sparatoria lasciava sul terreno Levy e la figlia, e A. era di nuovo tragicamente solo. Poteva solamente assistere alla proiezione del film agognato, sottolineando come la memoria del Cinema finisse per coincidere con la memoria della Vita. Forse l’opera più suggestiva dell’Autore, con interminabili piani sequenza di poetica e profonda suggestione, come quello che descrive il trasporto della statua sul fiume con la gente che dalle rive si assiepa e corre a vedere lo spettacolo. Il ruolo del Conservatore della Cineteca era stato affidato a Gian Maria Volontè, che morì all’inizio delle riprese. Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes, accolto con disappunto dal Regista, che non fece mistero di attendersi il Gran Premio.
L’obiettivo a lungo coltivato della Palma d’Oro arrivò finalmente con “L’Eternità e un Giorno”(Mia eoniotita ke mia mera, 1998), che descriveva le peregrinazioni reali e immaginarie dello scrittore Alexander (Bruno Ganz) nell’ultimo giorno prima del ricovero in ospedale, i suoi incontri casuali, il suo dolore per la consapevolezza del fallimento del rapporto con la moglie. Egli traeva un amaro bilancio della propria esistenza, venata di egoismo intellettuale. Nel film erano presenti tutti i temi esistenziali dell’Autore; splendida la descrizione delle passeggiate del Protagonista nella città spettrale, dove nella livida alba persino i netturbini assumevano l’aspetto di affascinanti alieni.
La struttura e l’atmosfera della tragedia classica ritornavano anche nell’affresco “La Sorgente del Fiume” (To lividi pou dakrizi, 2002-2004), primo film della trilogia del mare, con tanto di coro, ove un gruppo di profughi greci , che l’Armata rossa aveva cacciato da Odessa, si accampavano alla foce di un fiume. Ciò negli anni turbolenti del Fronte Popolare, della repressione fascista, ed infine della guerra, nel corso della quale, di fronte al mare, si compiva tragicamente il destino dei due figli della protagonista, che militavano in campi opposti. In quest’opera visivamente affascinante e struggente, cominciava ad annidarsi un certo manierismo, che troveremo cospicuo nel secondo film della trilogia, “La Polvere del Tempo”, ove due uomini ed una donna, fortemente legati tra loro, si inseguiranno per mezza Europa, in balia dei loro contrastati sentimenti e delle tragiche vicende del Novecento. Al momento della morte era in corso la lavorazione del terzo film della trilogia, “L’altro Mare”, che speriamo di riuscire a vedere, prima o poi, terminato da altri, affinché non vada perso neppure un fotogramma dell’opera di questo Cineasta di statura mondiale, che ci ha lasciato pagine di Cinema di enorme impatto e profonda, poetica suggestione.
Cantore della malinconia, consapevole del dolore del mondo e dell’inesorabile trascorrere del tempo che cancella, insieme al Mito, le speranze e le idealità di una vita, Theo Anghelopulos è stato un profetico e visionario testimone del suo tempo, drammaticamente presago della crisi di valori della Grecia Moderna e forse anche della sua tragedia personale.

Recensione di Dark Rider

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