Apr 032014
 

Il 5 aprile 1994 moriva improvvisamente e tragicamente Kurt Cobain, simbolo suo malgrado dell’esplosione del cosiddetto grunge e dell’ultima volta in cui il rock è stato grande. A vent’anni di distanza Slowcult ricorda il leader dei Nirvana, l’ultima rockstar.

Troppo talento

Senza scomodare le teorie complottiste dell’Adam Kadmon della situazione, il ventennale dalla scomparsa di Kurt Cobain rappresenta semplicemente la cartina di tornasole dello stato vegetativo della scena musicale odierna. Valide realtà fortunatamente ancora sussistono (i Radiohead, per citare forse il massimo in circolazione), ma frontman in grado di incarnare il perfetto mix di carisma, talento, rabbia, sofferenza e genialità ammirate nel fondatore dei Nirvana sono oramai un lontano ricordo, che si perde nel rumore sordo di un colpo di fucile rimbombato nell’aprile del 1994.Cobain non era, infatti, solamente il leader della band più influente degli ultimi decenni. E’ stato colui che ha nobilitato un genere, il grunge, portandolo alla ribalta senza mai arrogarsi il diritto d’averlo inventato. Era un uomo soffocato dallo stress del successo, non pago d’aver rappresentato (coi Nirvana) l’ultima reale scossa dell’epoca musicale recente, investendo un’intera generazione col capolavoro di Nevermind. Lui preferiva di gran lunga In Utero, giudicato meno “patinato”. Ma In Utero Kurt voleva chiamarlo I hate myself and I want to die, ma per evitare problemi di natura censoria desistette; purtroppo non lo farà dal proposito sotteso, che avrebbe attuato pochi mesi dopo. Neanche s’è reso conto di aver ammaliato il mondo con un Unplugged all’epoca inimmaginabile, osando l’impossibile tra grunge acustico e cover di Bowie, visto che al momento dell’uscita del disco lui se n’era già andato. Restano nella mente le qualità straordinarie del Cobain compositore, quella Smells like teen spirit che vale un’intera discografia di un qualunque altro gruppo, resta la sacrale tristezza perennemente impressa negli occhi di un uomo (ragazzo?) che neanche il successo era riuscito ad anestetizzare, forse peggiorando addirittura le cose, amplificando quel disagio, quel malessere che non lo abbandonava mai, quel senso di vuoto dal quale scappare senza mai trovare la forza di reagire e godersi fama, gloria, moglie, amici, figlia. Paradossalmente, Kurt sentiva di essere votato a deludere tutti, ed un giorno d’aprile ha spento il microfono. Ed è inutile, ormai, ritornare sulla dipendenza dall’eroina, sulla depressione, sulle zuffe con Courtney Love. Se n’è parlato anche troppo. Del resto, per lui “era meglio bruciarsi che spegnersi lentamente”. Aveva solo ventisette anni, una moglie, una figlia bellissima e guidava una delle band più idolatrate del pianeta. E un pugno di dischi alle spalle che avrebbero segnato la storia. Ha smesso presto di scrivere musica evitando, come temeva, di diventare col tempo patetico. Speranza vana. Kurt Cobain non ci sarebbe mai riuscito. Aveva semplicemente troppo talento.

Fabrizio 82

 

La forza anticonformista della musica, figlia di una storia
Portavoce di una generazione, angelo decaduto, anima tormentata, depressione, suicidio, eroina, MTV. Ecco, in una riga ci siamo tolti di mezzo tutte le cose inutili e ritrite che si possono leggere un po’ ovunque su Kurt Cobain, troppo facilmente trasformato in una figura piatta e semplificata, buona per le magliette e per il superficiale racconto mainstream. Al contrario a vent’anni di distanza dalla sua morte e con un po’ di prospettiva storica è essenziale ricordare le tante sfaccettature di un personaggio di tale importanza, forse l’ultima grande rockstar.
Kurt Cobain è stato prima di tutto un grandissimo scrittore di canzoni, uno di quelli che con un approccio ultraessenziale di dichiarata scuola punk, senza fronzoli né dal punto di vista esecutivo né da quello dell’arrangiamento (ma quante idee c’erano in quella semplicità!), era in grado di sprigionare una forza d’urto e un’emotività con pochi eguali, non importa se con un brano aggressivo e potente o con uno morbido e dolce. Mettendo da parte i titoli più famosi per fare un esempio basta pensare a due estremi opposti: “Milk It”, da “In Utero”, all’inizio barcollante e sfuggente e poi squassante, e “Something in the Way”, che sottovoce, con commovente delicatezza chiudeva “Nevermind”. Senza dimenticare però il suo amore per la melodia pop, anche scema, che gli faceva tirare fuori dal cappello gemme come “Sliver” o “In Bloom”. E pur vantando un talento così puro Cobain non ha mai fatto mistero di quali fossero le sue radici, spesso arrivando a sminuire le sue stesse creazioni per dare credito alle band che lo avevano ispirato in qualche aspetto (ad esempio lo straordinario uso delle dinamiche, ripreso esplicitamente dai Pixies), testimoniando umiltà e consapevolezza della storia di cui faceva parte.
Con questo spirito è stato un grande cultore e fervente sostenitore della musica indipendente americana e non (è ormai leggendaria la lista dei suoi 50 album preferiti, contenuta nei suoi diari), sfruttando continuamente la sua privilegiata posizione di rockstar popolarissima per accendere una luce sulle band che apprezzava, spesso oscure e sconosciute al grande pubblico: ne sanno qualcosa i Meat Puppets, ospitati nel magnifico “Unplugged in New York”, o i Vaselines, di cui i Nirvana hanno suonato diverse cover, ma anche tutte le band scelte come spalla nei vari tour, dai Melvins (nella cui sala prove Cobain conobbe Krist Novoselic) in giù. In questo modo Kurt Cobain sembra quasi voler ripagare un debito verso l’enorme movimento underground sviluppatosi negli USA negli anni ’80 e di cui il grunge ha rappresentato la punta dell’iceberg e il canto del cigno. La musica, ma anche le pratiche e l’etica di tutte quelle band (Black Flag, Minor Threat, Sonic Youth, Hüsker Dü, Minutemen, Big Black tanto per citarne qualcuna), hanno contribuito in maniera imprescindibile a forgiare la cultura alternativa poi esplosa e quindi fagocitata dal mainstream lungo tutti gli anni ’90. Sostenendo e promuovendo quella musica e quella cultura Cobain vuole spiegare che i Nirvana e la scena di Seattle non vengono dal nulla, non sono un fulmine a ciel sereno, come spesso raccontato, ma sono figli di una storia che meritava almeno una parte dei riflettori, ma anche che sarebbe stata distrutta se troppo esposta e trasformata in qualcosa di trendy, come poi puntualmente è accaduto.
Per questo motivo durante la breve storia dei Nirvana Kurt Cobain ha lottato duramente per la completa indipendenza artistica della sua band, soprattutto dopo l’imprevedibile successo di “Nevermind” che lo aveva sicuramente scottato e spaventato. Sono famose e importanti le sue decisioni controcorrente e anticonformiste: la scelta di Steve Albini come produttore per “In Utero”, che aveva come obiettivo un album con un suono duro, aspro, reale perché senza compromessi, l’esatto contrario del suono che aveva garantito l’enorme successo di “Nevermind”, molto addolcito rispetto al devastante impatto live della band (andatevi a leggere la lettera che Albini, guru del rock indipendente e leader di Big Black, Rapeman e Shellac, scrisse ai Nirvana nel momento in cui accettò quel compito così delicato). Ma anche la scaletta dell’“Unplugged in New York”, completamente depurata dalle hit (in uno dei momenti di massima visibilità della band e sul canale simbolo del corporate rock!) e piena di splendide cover. Non sono di certo il primo a dirlo, ma è inevitabile sottolineare che il più grande rammarico di chi ama i Nirvana è quello di avere in mano una discografia di soli tre album, e di non poter sapere quale direzione artistica, date queste splendide premesse, avrebbe preso la band negli anni successivi.
A vent’anni di distanza da questa storia straordinaria, molta della musica che viene prodotta oggi, e certamente la sua porzione più esposta verso le grandi masse, è tremendamente edulcorata, sfumata, malleabile, innocua, e il rock (nonostante tutto quello che ha rappresentato e potrebbe ancora rappresentare in tempi come questi, in termini di carica innovativa e controculturale) è diventato una faccenda per sempre meno persone sempre più avanti con gli anni: farebbe ancora comodo un personaggio come Kurt Cobain, qualcuno in grado di assumere posizioni artistiche (e di conseguenza sociali e politiche) così nette e radicali e di supportarle con la sola immensa forza della sua musica.

Andrea Carletti

 

Last Days: L’Abisso di Kurt Cobain
Last Days, di Gus Van Sant. Con Michael Pitt, Asia Argento, Kim Gordon, Harmony Korine. Drammatico, durata 97 min. USA – 2005. Ispirato agli ultimi giorni di vita di Kurt Cobain.

La tragica morte di Kurt Cobain non poteva non toccare Gus Van Sant, forse il regista della New Hollywood più sensibile alle tematiche dell’alterità, della non convenzionalità; studioso della “Beat Generation” e delle culture alternative, che ha riproposto in molti dei suoi film, ha dedicato al grande musicista scomparso una delle sue opere più aspre e toccanti, che ad una cifra di lettura più approfondita dimostra una non comune intensità, diventando quasi un apologo dell’incomunicabilità umana.
Interpretato da uno straordinario Michael Pitt, il film descrive gli ultimi giorni di vita del musicista Blake (in realtà, come dichiarato nei titoli di coda, ispirato liberamente al leader dei Nirvana), accompagnandolo nelle sue passeggiate nel bosco, nelle sue nuotate nel lago adiacente la sua abitazione, gli unici momenti che sembrano ancora dare senso alla sua vita. Per il resto egli si trascina esausto nelle stanze della sua grande casa, riceve amici che non ascolta e che non lo ascoltano, ma cercano solamente di trarre da lui ispirazione, si traveste da donna, giocherella con un fucile. Se risponde, a chi gli pone domande, lo fa a monosillabi, o con un grugnito, lo sguardo perso nel vuoto. E’ straordinaria la verosimiglianza, e soprattutto il modo di calarsi nel personaggio, nella sua solitudine, nel suo terrore del mondo, da cui fugge palesemente, nella sua cosmica sofferenza e straziante inquietudine.
Gus Van Sant descrive questa deriva con toni sommessi, utilizzando molto i piani sequenza: mentre la vita scorre accanto a Blake, lui neanche se ne accorge, I suoi amici fanno l’amore, litigano, suonano, lo vedono solo, sempre più spento ma non si pongono il problema di scuoterlo dal suo torpore, di interagire in qualche modo. Lui suona da solo aspre, taglienti composizioni sperimentali (la musica composta da Rodrigo LoPresti è azzeccatissima, e gode della supervisione di Thurston Moore dei Sonic Youth), i suoi amici ascoltano ossessivamente “Venus in Furs”, il lancinante ed epocale brano sul sadomasochismo, interpretato da Lou Reed con i Velvet Underground.
L’annuncio della propria morte è dato da lui stesso, in una splendida e tragica canzone nichilista che canta suonando la chitarra, attraverso parole che danno realmente i brividi. Nella serra il fucile, la tragica fine: con una immagine sobria e poeticissima, Van Sant ci fa vedere la sua anima che esce dal corpo, forse per una nuova pace, un nuovo inizio.
Grande poeta della sofferenza e dell’inquietudine, icona di una generazione, chiamata “generazione x”, Cobain era un personaggio geniale ed irrisolto, l’ultimo dei “ribelli punk”, che urlava i suoi sentimenti estremi al mondo, l’odio e l’amore, e che compose musica straordinaria, come l’epocale “Smells Like Teen Spirit”, amaro inno al malessere generazionale, giudicata una delle più belle canzoni di ogni tempo, o “Come As You Are”, o la seminale “All Apologies”, e mille altre.
La sua rabbia, il suo furore, il suo terrore del mondo, il suo rifiuto del ruolo che il destino gli aveva voluto assegnare, come casposcuola di un genere musicale, il “grunge”, musica furente, ma intimista, delicata, descrittiva, che in breve aveva conquistato il mondo, si coniugava, nella sua vita, alla sua disarmante dolcezza. Fu certamente l’ultimo grande musicista che interpretò la musica rock come ribellione, e che tentò in ogni modo di non omologarsi allo show business, che dopo l’enorme successo di “Nevermind” aveva comunque inghiottito i suoi Nirvana.
Succube della droga, cui sembra l’avesse spinto soprattutto Courtney Love, la moglie (che pure tuttora sembra venerarlo), che assumeva per lenire terribili e costanti dolori di stomaco probabilmente di origine psicosomatica, lentamente e progressivamente si votò al nichilismo, all’autodistruzione, vittima di una spirale depressiva che lo accompagnava sin dall’adolescenza.
Eroe romantico, che lasciò un drammatico epitaffio, “E’ meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”, riaffermando il suo amore per la moglie e per la figlia, dopo la sua morte, lui che voleva sparire dal mondo, è diventato ancora più famoso ed importante per la storia della musica.
La maggior parte dei libri che rievocano la storia dei Nirvana non indulge ad ipotesi di omicidio che pure furono ripetutamente fatte. Ci piace ricordare Kurt Cobain con l’immagine finale della bella opera biografica di Michael Azerrad, “Come As You Are”: nell’estate 1992, al “Reading Festival”, un bambino malato terminale riuscì a salire sul palco: Kurt, che in quell’occasione era vestito di bianco, lo prese per mano, discese lentamente le scale con lui e sparì dietro le quinte, nel silenzio totale dopo il frastuono del concerto, realizzando una sorta di suggestiva immagine cristologica.

Dark Rider

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