Mar 272018
 

Revolution: Musiche e Ribelli 1966 – 1970 – Dai Beatles a Woodstock: Milano, Fabbrica del Vapore – Fino al 4.4.2018 

★★★½☆

 

marcello2   Una mostra di grande valore e suggestione quella allestita a Milano presso la Fabbrica del Vapore, a cura di Victoria Broackes e Geoffrey Marsch, con la supervisione di Martin Roth, Direttore del Victoria and Albert Museum, da cui essa direttamente proviene, già creatori della splendida, epocale mostra su David Bowie, nonché dell’allestimento inerente i Pink Floyd, tuttora visitabile a Roma.

Un excursus appassionato e visionario, che prende avvio da una idea e si sviluppa attorno ad essa: l’Idea di Rivoluzione che travolse in soli cinque anni, dal 1966 al 1970, gli stili di vita sociale delle società occidentali, plasmando la cultura di una intera generazione ed i cui effetti sono in larga parte presenti ancora oggi.

Il visitatore interagisce munito di cuffie che veicolano i brani musicali più rilevanti, attraverso gli anni più importanti e creativi della “rivoluzione giovanile” degli anni sessanta, in un turbine psichedelico di luci, colori, film e musica, nei quali l’ansia di libertà, di spessore umano, di amore ed amicizia, ma anche la preoccupazione per il futuro, coinvolse milioni di giovani: questa epoca intensa viene rappresentata anche visivamente dai concerti e da splendidi vinili (alcuni introvabili da decenni) appositamente esposti a corredo delle rappresentazioni visive, fotografiche e filmiche, nonché da memorabilia, oggetti di design, arte e  molti costumi di scena.

Il clima sociale e culturale dell’epoca viene infatti rappresentato nella mostra da oltre 500 fra oggetti di moda, design, film e canzoni, in un vero percorso esperienziale dove il visitatore viene letteralmente travolto dalla atmosfera del tempo e dalla sua musica, anche grazie ad una ottima autoguida interattiva. Il tutto diviso in sei sezioni: La Swinging London, Musica e Controcultura, Power to all People – Voci del Dissenso, Costumi e Consumi, The Summer of Love – Comuni e West Coast, Woodstock e la Cultura del Festival.

L’assunto da cui parte la mostra, nell’analizzare gli anni sessanta, è costituito da quattro documenti degli ultimi cinque secoli, che hanno, in diverso modo, prospettato modelli di vita alternativi.

Il primo è “Utopia” di Thomas More (di cui nel 2016 ricorrevano 500 anni dalla pubblicazione), in cui si ipotizzava un’isola immaginaria in cui gli abitanti rifiutavano intolleranza, profitto e proprietà privata, in nome di valori di pace e fratellanza di una comunità. Trecento anni dopo William Blake nella poesia “Londra” si scagliava contro l’effetto anestetizzante delle “catene forgiate dalla mente” e nel “Matrimonio del Cielo e dell’Inferno” affermava che se le porte della percezione fossero state aperte, l’uomo sarebbe apparso per ciò che è: Infinito. Opinioni simili vennero espresse negli anni sessanta quando si pensò alla LSD come strumento di espansione della coscienza, che sarebbe divenuta possibile dopo l’apertura di quelle porte. All’inizio del decennio, le diverse correnti dissidenti, in America, sfidarono lo status quo, pubblicando il “Port Huron Statement”, manifesto di “Students for a Democratic Society”, che venne descritto come l’appello visionario della rivoluzione degli anni sessanta.

Infine il progetto “Sigma” lanciato da Alexander Trocchi, nel 1964, prefigurava il mondo interconnesso di oggi evocando un centro universale del sapere creato collegando le menti di milioni di persone.    Non a caso un poster della mostra raffigura una affermazione di Steve Jobs, che si riferisce a quegli anni trasgressivi e creativi descrivendoli come l’esperienza fondamentale della sua esistenza.

La mostra  indaga quel periodo storico, inducendo il visitatore ad immergersi in un clima ipnotico, di grande suggestione visiva, tramite documenti filmici e visuali, quadri, abiti, fotografie, che sottolineano gli sconvolgimenti sociopolitici e culturali che ebbero luogo nella seconda metà degli anni sessanta, producendo un radicale cambiamento nella mentalità occidentale; a questo fine si sofferma su luoghi e contesti che definirono l’avanguardia del tempo: Carnaby Strret a Londra, i locali “underground” dove nacque la controcultura, la rivolta studentesca che scosse il maggio francese, le grandi esposizioni internazionali della moda, tra cui quelle di Osaka e Montreal, l’enorme festival di Woodstock, lo sguardo sulle comunità alternative e la cultura “hippie”della West Coast. Testimonianza ne fu la “Summer of Love, nel 1967, forse l’apice della celebrazione della controcultura: Dennis Hopper (l’autore, due anni dopo, dello straordinario, disincantato “Easy Rider”, presago della fine del movimento hippie) avrà a dire che l’atmosfera era bellissima, in particolare al Festival di Monterey, il momento più puro e meraviglioso degli anni sessanta, che lasciava presagire una nuova Camelot.

L’attenzione sul processo formativo di una “controcultura” è evidente, in tutto il percorso della mostra, molto ampia ed articolata, e bene vengono evidenziate la genesi di essa nei diversi paesi, le origini sociali, la più o meno profonda proiezione politica di questi fermenti rivoluzionari. Vi è, infatti, ampia documentazione fotografica del maggio francese e dello spirito di libertà che ne scaturì.

Viene così messa a confronto la Bay Area, e San Francisco,  dove la cultura “underground” si nutre di musica psichedelica (Jefferson Airplane, Grateful Dead e molti altri), pacifismo e droghe ricreative, con  Los Angeles, tempio dei più vari stili musicali e del ballo (The Byrds, The Doors, Love e molti altri, vessilliferi della cultura alternativa), e con la New York politicamente impegnata nella battaglia per i diritti civili, patria di una controcultura meno propositiva e molto più aspra, decadente e nichilista, ma non meno importante, come quella che nasce nella “Factory” di Andy Warhol, fucina di talenti artistici, dando vita ai seminali Velvet Underground, che saranno la fonte e l’origine di tanta musica moderna. Ma, nel contempo, ci mostra la copertina dell’album “The Love and Terror Cult” di Charles Manson, per rappresentarci l’altro volto della controcultura, quello terribile e delirante degli omicidi plurimi da lui diretti, tra cui quello di Sharon Tate, per ricordarci che da quei fermenti culturali non nacquero solo “pace, amore e musica”, ma anche qualcosa di terribile, che ne snaturò il senso e rappresentò l’inizio della fine del movimento “hippie”.

Va considerato che in America, la Beat Generation aveva da tempo posto i suoi semi: nasceva uno spirito critico rivolto contro la cultura dominante, rigidamente conformista e razzista. Nascevano possenti movimenti per i diritti civili, contro la guerra del Vietnam, il razzismo, contro il sostegno che veniva offerto a dittature criminali, per motivi economici.   Ma nonostante figure come Abbie Hoffman e Jerry Rubin, molto attive nel “Mouvement” relativo alla scena americana, la retorica rivoluzionaria “underground” troverà pieno sbocco solamente nel maggio parigino.

Certamente negli Stati Uniti la controcultura, comunque, è diventata rapidamente un movimento incredibilmente ampio, in grado di abbracciare anche l’ambito politico: si pensi all’impulso libertario di Ken Kesey e dei Merry Pranksters, al pacifismo orientato a sinistra di Allen Ginsberg, agli acid test, alla comune di Milbrook di Timothy Leary, sino alle rivolte di Berkeley.

Se quindi negli States la rivolta esistenziale e controculturale acquisisce, in qualche modo, anche una dimensione socio politica che raggiunge l’apice alla metà del decennio, quando il presidente Lyndon Johnson intensifica il coinvolgimento americano nella guerra in Vietnam, in Inghilterra  invece si esprime più propriamente nei canali della moda e del costume: negli anni tra il 1966 ed il 1970 Londra esprime  attraverso la moda una esplosione di creatività, un reale stato di anarchia. La mostra offre molti reperti e dettagli di questo aspetto, con filmati molto immaginifici, costumi, abiti.

La grande metropoli multiculturale inglese viene raffigurata come espressione di un movimento dei figli di una aristocrazia ribelle e inquieta, dedita all’ edonismo ed alla trasgressione, ma anche piena di giovani, appartenenti ai ceti subalterni, che protestavano contro la rigidità di una società fortemente classista ed i suoi valori: questi giovani finirono per guardare agli Stati Uniti, ai musicisti rock, agli scrittori della Beat Generation, al Jazz d’avanguardia.

marcello1Mary Quant, John Stephen e Barbara Hulaniki , stilisti geniali e innovativi, fotografi geniali come David Bailey (cui si ispirerà Antonioni, per il film manifesto Blow Up), modelle creative provenienti dalla “School of Art”, come Twiggy, contribuirono a trasformare tranquille zone di Londra come Kensington, Carnaby Street, Abingdon Road in vere zone di elaborazione e trasformazione culturale, che divennero da allora meta di visitatori dall’intero pianeta. Divennero il tempio della creatività, dell’arte vista come continua elaborazione di modelli culturali alternativi, fortemente trasgressivi.  Il resto ce lo offrono la fantasia creativa dei Beatles, la loro geniale immaginazione psichedelica, il fervore nichilista e trasgressivo dei primi Rolling Stones, la testimonianza creativa e poetica degli Who (di cui la mostra espone la intera sezione ritmica, batteria ed accessori), mentori e cantori dello stile di vita e dell’attitudine “mod”, movimento nato agli albori degli anni sessanta, cui dettero espressione artistica, per tutto il decennio e soprattutto nei primi anni settanta, con il capolavoro “Quadrophenia”. Nel 1969 pubblicarono “Tommy”, la prima opera rock, epocale e di sconfinato splendore, da cui il visionario Ken Russel trarrà un suggestivo film. E uno dei geni della moderna musica e dell’Arte in genere, David Bowie, muove in quegli anni i primi passi, venendo a contatto con lo spirito e la cultura del tempo, mentre i Pink Floyd aprono la strada alla moderna sperimentazione musicale, con un geniale percorso (soprattutto nei primi anni) di invenzione psichedelica ed estrema creatività.

Infine, nell’ultima fase del percorso espositivo, in una sala circolare, con cuscini e maxi schermo si rivive la magica atmosfera del festival di Woodstock, dell’agosto 1969: nella sala risuonano in alta definizione le voci di Janis Joplin, The Who, Joe Cocker, Jimi Hendrix e di molti altri artisti, passati alla storia.

Una mostra importante, che sia pure con qualche passaggio non molto ben evidenziato, (ad esempio, non si fa alcun cenno alla cultura “Mod”, che nello stile di vita e nel costume, in gran parte espressione della classe operaia, pur se nata in precedenza, rappresenta in Gran Bretagna una delle strade aperte alla ribellione dei tardi anni sessanta) rappresenta efficacemente la vera celebrazione dell’Utopia di una generazione ribelle, in una affascinante fantasmagoria di luci, musica e colori.

Una Rivoluzione che cambiò il mondo moderno, che plasmò certamente le nuove soggettività, dando coscienza dei diritti della persona e della necessità della sua affermazione. Pochi sanno, in realtà, che computer e controcultura hanno un nesso strettissimo: gli hippies della Bay Area, dove sarebbe nata Silicon Valley consideravano i computer gli oggetti più rappresentativi della “guerra fredda” e strumenti dell’apparato militare/industriale, ma nel contempo si fregiavano di schede perforate di computer al collo, e i manifestanti del “Free Speech Movementr” ritenevano comunque che le nascenti nuove tecnologie sarebbero divenute una valida alternativa alla soffocante e paralizzante burocrazia statale.

La mostra si chiude con una domanda inquietante: se è indubbiamente vero che l’aspirazione alla comunicazione  planetaria  prese vita in quegli anni, con un utopico senso di “New Communalism” ed ora, con i social media, sembra poter essere realizzata, quale destino, in realtà, quale direzione,  nella solitudine odierna, nella atomizzazione imperante della persona, nell’ epoca dei robot, potrà avere l’individuo?

reportage e foto di Dark Rider

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