Mar 162016
 

eco2Con Umberto Eco scompare la figura culturalmente più rilevante degli ultimi 50 anni, e non solo per l’Italia. Rigoroso pensatore laico, egli, per la molteplicità di campi investigativi del sapere, la genialità, la lucida ironia ha rappresentato e continuerà a rappresentare compiutamente quanto di meglio il nostro paese abbia prodotto nella cultura moderna. La sua perdita, come afferma l’intellettuale americano Gay Talese, rappresenta, in primis per l’Italia, ma per il mondo intero, una vera devastazione culturale.
Un personaggio unico, che assumeva in sé le qualità di filosofo, semiologo, scrittore, opinionista, polemista, sociologo, medievista, massmediologo, una mente apertissima su ogni aspetto della cultura, del comportamento umano, del costume, dell’arte, che ha attraversato cinquanta anni della nostra storia, con una presenza discreta, mai mediaticamente eclatante, ma costante, incisiva, profonda, quasi fosse un principe illuminato del Rinascimento.
Una mente instancabile, che esercitava una sorta di geniale nomadismo culturale, impiantando sistemi teorici per poi smantellarli, saltando a piè pari dalla Filosofia Medioevale ad Aristotele, per ritrovarsi subito dopo a scandagliare la poetica letteraria di James Joyce. Passava alla Neoavanguardia, aderendo al Gruppo 63, ma non si fermava a questa luminosa esperienza, tornando alla Filosofia Antica, Medioevale e Contemporanea, viaggiando verso l’accademia e scandagliando i mass media. Ed alla fine approdava allo strutturalismo, alla semiotica, allo studio dei fumetti.
Per ricordare la sua fondamentale attività culturale non basterebbe un intero volume: ci limitiamo a tratteggiare la sua figura mettendo in rilievo alcune delle opere che riteniamo fondamentali per la conoscenza del suo pensiero e delle sue creazioni letterarie.
Negli anni sessanta, quando Umberto Eco iniziò ad essere conosciuto, la pubblicazione di “Apocalittici e Integrati”, che poneva finalmente, in maniera originale e coinvolgente, il problema del rapporto tra la cultura e i mezzi di comunicazione di massa, rappresentò un autentico sasso nello stagno.
Egli, nel 1964 fece uscire questo volume che metteva per la prima volta a confronto la cultura Alta e la cultura Bassa, con un’analisi approfondita dei meccanismi della cultura di massa, nelle sue nuove definizioni: il fumetto, il cinema, le “canzonette”, il” Kitsch” che venivano analizzati con i criteri filosofici di Kant, di Cartesio, di Spinoza.
Fu un vero terremoto: tutte le cose, i fenomeni del costume di massa meritavano di essere studiati, approfonditi: Platone ed Elvis Presley facevano entrambi parte della storia allo stesso modo. Piero Citati scrisse un famoso saggio polemico, affermando che il sogno segreto della cultura di massa, che voleva l’omologazione, in questo modo si realizzava, e che da allora in poi un poeta avrebbe inserito nelle sue liriche i versi delle canzoni di Celentano; visione certamente profetica, infatti tutto ciò avviene ormai costantemente, e possiamo certamente dire che il pensiero di Eco è stato quello che ha permeato l’epoca moderna, si è affermato ovunque, nel mondo, determinando criteri e modi interpretativi che dopo cinquanta anni risultano tuttora estremamente validi. Ma al contrario di ciò che Citati riteneva, l’elaborazione culturale del geniale intellettuale non ha ristretto o banalizzato le forme del sapere, o condizionato l’espressione artistica, bensì le ha enormemente ampliate, contribuendo alla conoscenza scientifica della discipline proprie della modernità e della postmodernità.
Altro saggio fondamentale dell’epoca fu “Il Superuomo di massa”, dove l’Autore riprendeva la concezione gramsciana, secondo la quale la sedicente superumanità nicciana trovava la sua origine non in Zarathustra, ma nel Conte di Montecristo di Dumas. La sua indagine si estendeva via via a tutti i modelli di superomismo provenienti dalla letteratura popolare e dal romanzo d’appendice, di cui disvelava la retorica e la pregnanza ideologica, sino ad investigare l’eroe moderno per eccellenza, James Bond, proveniente dalla Spy Story.
Un altro degli elementi portanti della saggistica di Eco è il fondamentale “Arte e bellezza nell’estetica medievale”: in esso l’Autore si trovava ad investigare il concetto di Arte e di Bellezza, e constatava che ogni cultura, anche se non sempre consapevolmente, ha una sua idea in proposito. Il Medioevo, per esempio, considerato l’era della barbarie, è stato nel corso del tempo riscoperto e rivalutato, ravvisando in esso un’epoca di profonda intensità spirituale, di investigazione del bello, del piacere estetico, dell’armonia delle forme, della suggestione artistica. L’Uomo Medioevale, il filosofo, il religioso, ma anche il comune cittadino, attraverso il concetto del Bello arrivava ad una concezione trascendente della vita, elevando il suo spirito sino alla conoscenza divina.eco1
E più recentemente, nel volume “A passo di gambero”, l’Autore rifletteva sul mondo dopo l’avvento del nuovo millennio, a seguito del terribile trauma delle Torri Gemelle, realizzando articoli scritti con il pessimismo della ragione, investigando tempi ormai oscuri, ove il diritto di critica viene ormai messo costantemente in discussione, ed indicato al furore popolare. Anzi Eco rivendicava antipatia positiva per i tempi di cui siamo testimoni, delineando una regressione del pensiero e delle capacità critiche che vanno di pari passo con gli sviluppi tecnologici. In un amabile scritto sull’Alchimia, tra l’altro, egli dimostrava quanto ingannevoli siano le pretese di chi ritiene che gli alchimisti abbiano influenzato Newton. Anzi è vero il contrario, lo scienziato ha dimostrato che essi non avevano ragione. Ciò non toglie che tale disciplina possedesse un suo fascino, per lo scrittore, come del resto Topolino, Fantomas e Mandrake, anche se egli sapeva perfettamente che essi non esistono. Parimenti, in maniera ironica e mirabile, si prendeva gioco di Padre Amorth, che in un talk show televisivo demonizzava la saga di Harry Potter, e di tutti i creduloni che seguono maghi, ciarlatani, streghe, e celebranti di messe nere.
Ma il successo di massa il grande intellettuale antidogmatico lo aveva avuto già dal 1980, con il romanzo storico “Il Nome della Rosa”, una sorta di racconto “noir” del Medioevo, misterioso, erudito, affascinante, incredibilmente complesso, che conteneva approfondimenti in ogni campo del sapere, mirabilmente collegati tra di loro, ove la curiosità dell’Autore per l’esoterismo si dipanava in pagine memorabili, mescolata ad una sublime ironia. Sarà un successo mondiale, tuttora è un volume molto richiesto e molto letto ovunque, anche dalle giovani generazioni.
In esso c’èra un amore per la filosofia, con lunghe digressioni, per la scienza, per la cultura alchemica e per lo gnosticismo, che dimostrava una erudizione senza pari da parte dello scrittore, che si immergeva nella vita monastica, scadenzandone riti, cerimoniali, in un intreccio appassionante e complesso, che portava ad un esito sorprendente e di grande suggestione narrativa.
Il successo non sarà più replicato, nei successivi romanzi, ma anche Il Pendolo di Foucault presentava l’arcano, l’alchimia, la cabala come elemento narrativo, trovando nel mito dei cavalieri Templari e dei Rosa Croce, e nel loro arcano complotto per la conquista del mondo, la sua ragione d’essere, e la sua struttura narrativa di riferimento. L’Autore, tra Templari, Rosa Croce, Gnostici, Hitler, Cabalisti, dipanava una storia avvincente, un puzzle affascinante e misterioso, che delineava un viluppo di religione, cultura alchemica, filosofia e superstizione, rappresentata con il solito geniale sarcasmo.
La costante di Umberto Eco era quella di voler scrivere libri che ampliassero il sapere e mettessero in luce le problematiche culturali più rilevanti e profonde, ma che nello stesso tempo divertissero il lettore; di qui la sua ironia, talvolta il sarcasmo. Fu capace di fondere il mondo accademico e quello letterario in modo unico: ritenne sempre che il libro, strumento universale, sarebbe stato in grado di sfidare internet, in quanto riteneva che il web non è altro che il ritorno dalla civiltà delle immagini all’era alfabetica, a quella che lui chiamava la “galassia Gutemberg”, all’obbligo di leggere, anche a prescindere dalla forma che il libro avrebbe preso. E non risparmiò critiche, negli ultimi mesi della sua vita, all’uso che del web fanno anche molti incolti, “imbecilli” li chiamò, che divulgano ampiamente sciocchezze e tesi totalmente prive di fondamento. La sua ultima battaglia vinta fu quella, in risposta alla fusione dei due colossi Mondadori e Rizzoli, di dare vita, con altri intellettuali, come Elisabetta Sgarbi, alla nuova casa editrice, “La Nave di Teseo”, che ora sta ristampando molte delle sue opere, cominciando dalla nuova uscita del volume “Papè Satan Aleppe”- Cronache di una società liquida”, che raccoglie molte delle “Bustine di Minerva” pubblicate con l’Espresso dal 2000 al 2015, e che rappresentano una osservazione saggia e consapevole di questi difficili anni e di quello che siamo diventati.

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La sua geniale ironia ed amabilità, il suo spessore, la sua sconfinata erudizione, il suo amore per il sapere visto come ampliamento delle capacità espansive della coscienza dell’uomo sono irrimediabilmente perdute. Ma ci lascia un patrimonio culturale destinato a rimanere nei secoli, come la semiologia e la ricerca filosofica applicata alla contemporaneità.
Non possiamo esimerci dal rilevare, infatti, come in “Sette anni di desiderio” abbia messo in atto, raccogliendo articoli da lui pubblicati tra il 1977 e il 1983, una semiologia del quotidiano, con umori satirici, prestando attenzione ai discorsi giornalistici, che osservava da studioso dei “linguaggi” e delle loro mistificazioni; ravvisava così i desideri di quegli anni: desideri di morte, di martirio, di soprannaturale, di occulto, di trasparenza, tutti figli della crisi della ragione, che l’Autore, con saggezza ed ironia, invece rimetteva al centro di tutte le cose. E lo faceva denunciando come certe mode culturali, ad esempio il lacanismo, andasse inquadrato in un sostanziale smarrimento dell’alto magistero di Jacques Lacan, causato in buona parte dall’ambiente “strutturalista” che aveva generato il fenomeno dei “nouveax philosophes”, negatori del divenire della storia ( che per l’Autore in realtà si sviluppa con tutti i suoi errori e tragedie), in una valorizzazione acritica del primitivismo immutabile.
Aveva da sempre posseduto l’autorità intellettuale e morale per criticare con fondatezza i grandi della cultura contemporanea: in “La struttura assente (La ricerca semiotica e il metodo strutturale)” e poi in “Opera Aperta” criticò lo strutturalismo ontologico di Levi Strauss e Lacan, rivendicando la superiorità della semiotica, vista come studio dei segni e delle modalità in cui essi abbiano una significazione, attirandosi le ire degli editori francesi, che per anni non vollero pubblicare il primo dei due libri.
La sua investigazione del costume, iniziata con saggi parodistici pubblicati sul Verri, che daranno vita al famoso “Diario minimo”, ove spicca la geniale analisi sulla “Fenomenologia di Mike Bongiorno”, che irritò il noto conduttore televisivo, e l’elogio “politically uncorrect” di Franti, si è sempre nutrita dell’osservazione della realtà, dell’uso costante dei giornali e delle riviste, che pur criticava, per cogliere via via i fenomeni più rilevanti e paradossali del nostro vivere civile, in nome di una “Cultura Umanistica” vista come perpetuo elemento di conoscenza e percezione del sé e del mondo circostante, e presidio immutabile ed essenziale dello spirito umano.

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