Dec 232012
 

Il 22 dicembre 2002 moriva a cinquant’anni Joe Strummer. A dieci anni dalla sua scomparsa, Slowcult vuole omaggiare uno dei più importanti musicisti della fine del novecento.

Un cantante folk con la chitarra elettrica.

Avevo appena compiuto 13 anni nel 1978 quando, a casa di un amico mio coetaneo ma molto attento alle avanguardie, mi imbattei nella copertina dai colori decisi e dal lettering inusuale di Give ‘em enough rope, secondo album del gruppo che si divideva lo scettro del punk insieme ai Sex Pistols. The Clash avevano comunque già all’epoca qualcosa in più che li rendeva di difficile catalogazione all’interno di un movimento dai confini ben delineati, qualcosa che fece di loro uno dei gruppi di maggior ispirazione per tutti quelli a venire. La forte connotazione sociale e politica di tutti i loro testi veniva trasmessa in maniera decisa proprio grazie al carisma indiscusso del loro frontman, Joe Strummer di cui oggi celebriamo il decennale della sua scomparsa. Un paio di anni dopo, nel 1980, mi recai al cinema per assistere al docu-film Rude Boy. Per un’adolescente come me che viveva il movimento d’oltremanica più come una sorta di ribellione stravagante al sistema dal quale prendeva le distanze, mai schiaffo più forte fu la presa di coscienza sui vari temi sociali e politici urlata in faccia da Strummer al mondo intero come graffiante denuncia rivolta a scuotere le coscienze e che al sistema ti riavvicinava di colpo ma con rigurgiti sovversivi nei confronti di esso. Strummer che lanciava invettive dallo schermo indossando una maglia con su il simbolo delle Brigate Rosse (Brigade ndr) è ancora oggi una delle immagini più nitide che mi porto dentro. La sua personalità, contrapposta a quella dell’altro leader Mick Jones, diede vita ad un connubio contrastante che fece da apripista anche artisticamente ad un crocevia di stili che caratterizzarono l’intera opera del Clash. Purtroppo questa loro rivalità fu inevitabilmente causa di rottura. Una volta separati, Strummer percorse altre strade sia con i Clash che con diverse collaborazioni musicali e cinematografiche (Pogues e Jarmush) per finire con la sua nuova band, i Mescaleros, ma senza più raggiungere i livelli di quell’icona che su di lui, ancor prima della morte, si era creata e che tuttora resiste. Lo vidi all’Eur in occasione di una festa dell’Unità, palandrana bianca e cresta arancione, ma già era la parodia di se stesso, di colui che invece ancora campeggia nei miei ricordi di adolescente ormai cresciuta e per sempre grata.
Lunga vita a Joe Strummer!
Claudia Giacinti

Maledetto dicembre.
Alla mia cronica avversione per l’inesorabile avvicinarsi del periodo dell’anno dominato dal buonismo ad ogni costo e dall’ipocrisia natalizia, si aggiunge la constatazione che questo mese si è portato via due delle mie principali guide spirituali e musicali: John Lennon e Joe Strummer: diversissimi tra loro, ma con molti punti in comune. L’onestà intellettuale, la coerenza, l’ironia, il carisma e l’intelligenza. La capacità di far scattare la scintilla e l’emozione, integrando la propria creatività con quella di qualcun altro (McCartney da una parte, Mick Jones dall’altra). L’impegno politico sempre chiaramente manifestato, senza se e senza ma. Entrambi ci hanno lasciato in un momento di ritrovata creatività (anche se preferisco di gran lunga Streetcore al molto più banale Double Fantasy uscito poco prima dell’assassinio sotto il Dakota Building).
Clash e Beatles, potrebbero bastare queste due band ed una decina di album per spiegare il rock in tutte le sue declinazioni. A me bastano ed avanzano, soprattutto in mancanza di qualcosa di altrettanto importante, denso e significativo.
Il vuoto è incolmabile, a mio avviso nessun altro musicista è più riuscito ad esprimere musica ‘impegnata’ di tale livello, sia artistico che emozionale. Non riesco ancora a rassegnarmi all’idea di quanto spazio, quanta visibilità, quanta risonanza vengano oggi messi a disposizione di chi fa musica e quale impatto Joe Strummer (con e senza i Clash) abbia avuto a livello globale in un’epoca in cui la tecnologia ed i media non avevano ancora preso possesso della cultura.
Con la sua morte si è davvero chiuso il novecento, la fine delle utopie e delle speranze di un reale cambiamento delle regole. Altra buona musica sarebbe venuta, altri eroi avrebbero calcato la scena, ma nessuno ha preso il posto di Joe lo Strimpellatore.
‘The future is unwritten’ citava la copertina del 45 giri ‘Know your rights’, frase che racchiudeva la poetica di Joe, così drammaticamente pessimista ma al contempo romanticamente speranzoso che i fatti lo avrebbero contraddetto. Purtroppo aveva ragione lui.
Basta leggere alcuni versi di Remote Control:
Chi vuole essere comandato a distanza dal municipio
Premono un bottone, ti accendono, devi lavorare, sei in ritardo.
E’ grigia Londra con le macchine della polizia che strisciano in giro
[…] Tu non piaci al grande business
non gli piace quello che fai
non hai una lira non hai potere
Ti considerano inutile e allora diventi punk!

Fabrizio Forno

Combat Rock per la Libertà

Joe Strummer, all’anagrafe John Graham Mellor, nella storia della musica rimarrà tra i più grandi. Alfiere, con i suoi Clash, di cui fu la vera anima, di una rivolta morale contro l’ingiustizia sociale, figlio di un diplomatico inglese e di un’infermiera, era nato ad Ankara, Turchia e dopo aver girato con la famiglia mezzo mondo era approdato a Londra, entrando presto nella nascente scena punk dell’epoca, fondando i 101’ers, la cui musica, pur rabbiosa, manteneva un tratto puramente rock che non rinnegava affatto la tradizione, da Bill Haley ai Rolling Stones.
Animato da una forte tensione ideale, e da una prorompente creatività musicale, Joe “Lo Strimpellatore” fondò i Clash, che divennero ben presto, sulla scena punk, un punto di riferimento essenziale per tutte le band emergenti. Realizzando una musica ribelle, grezza, potente, in breve tempo la band si pose all’attenzione del mondo intero.
Tutti i giovani ribelli di ogni luogo si identificavano in quegli inni solenni, a un tempo nichilisti (come ebbe a dire John Lennon prima di morire, che li apprezzava) e pieni di speranza per il futuro, disincantati ma portatori di una aspra poetica che amava e cantava i reietti, gli esclusi, predicando una costante ribellione contro un potere ingiusto e conformista. Partendo da un’analisi del quotidiano, dall’osservazione delle drammatiche condizioni di vita dei ceti subalterni dell’Inghilterra thatcheriana, egli, animato da una sincera vocazione cosmopolita, invitava i giovani bianchi e neri ad unirsi per ribellarsi al potere repressivo, conferendo una forte tensione sociale e politica alle sue straordinarie e trascinanti canzoni.
Cantore del degrado e dell’emarginazione sociale urbana, dei “Ghetto Defendant”, coerente fino all’ultimo nelle sue scelte di vita ed artistiche, quando questo uomo valoroso, insigne artista morì all’improvviso, dieci anni fa, il 22 dicembre 2002; appena dopo la sua morte i Clash entravano nella “Rock & Roll Hall of Fame” e la loro grandezza ed importanza nella musica mondiale riceveva un riconoscimento ufficiale, nell’ambito della cerimonia officiata da The Edge degli U2. Joe Strummer aveva fondato una delle più grandi band di tutti i tempi, che travalicava ogni genere, e soprattutto con il doppio album London Calling e il triplo Sandinista ! aveva aperto nuove frontiere nella musica del mondo anticipando certe tendenze dell’elettronica, delle ritmiche chitarristiche e persino del grunge della scena di Seattle, nonché del reggae e delle altre musiche caraibiche.
Artista dal percorso coerente, dopo il doloroso scioglimento dei Clash continuò la sua ricerca poetica con i Mescaleros, pur senza raggiungere la grandezza e la luminosità artistica della precedente esperienza, che aveva segnato la sua vita. Ciononostante, l’interpretazione di “Redemption Song” di Bob Marley rimane un fulgido capolavoro.
Nella Londra di oggi il suo mito è tuttora presente, nei gadget, nei negozi di musica e di abbigliamento, quasi come quello dei Beatles e dei Rolling Stones.
Alcuni anni fa Julien Temple ha realizzato uno splendido documentario rievocativo della sua parabola musicale ed umana, “Joe Strummer-Il Futuro non è Scritto”, offrendoci un ritratto articolato della persona, che fu complessa e contraddittoria, animata da grandi spinte ideali, ma caratterizzata da scoppi d’ira ed in certi casi da una sorta di misantropia. Negli ultimi anni della sua vita visse come una ferita mai rimarginata la decisione presa in passato di espellere dal gruppo prima Topper Headon, poi Mick Jones. Consapevole, inoltre, della sua originaria non comprensione della cultura hippy, che aveva aspramente criticato, la rivalutò, amando incontrarsi con gli amici intorno ad un fuoco, sulla spiaggia, in una incessante ricerca spirituale che riaffermava continuamente la dignità dell’essere umano in quanto tale.
Combattente indomito, autoironico, consapevole della sconfitta (“I faught the law, law won”), è stato un grande musicista, un grande uomo, un maestro di vita, fratello di quel John Lennon che era stato anch’egli, artista non conformista, uomo di pensiero e sognatore di un’epoca precedente in cui tutto sembrava possibile, conclusasi tragicamente e simbolicamente con la sua drammatica fine. Alla nostra generazione ha insegnato, come già avvenuto con Lennon, la dignità, il rispetto di sé stessi e delle proprie convinzioni, il coraggio di sostenere i conflitti nel posto di lavoro e nella vita.

Dark Rider

Una rabbia gioiosa

Le note di copertina dell’ultimo grande album dei Pearl Jam Riot Act, uscito a metà novembre del 2002, si chiudevano con una dedica indirizzata a John Entwistle, Dee Dee Ramone e Ray Brown, venuti a mancare proprio durante l’anno. Sebbene appariva strano non trovare neppure un piccolo riferimento alla triste e solitaria morte di Layne Staley, avvenuta il 5 aprile, i nomi inseriti nel libretto ci ricordavano quanto l’anno ormai agli sgoccioli fosse stato crudele e beffardo nei confronti del mondo del rock.
E quasi come un anticipato e sgradito regalo di Natale, il 2002, con un piccolo colpo di coda, decideva il 22 dicembre di strapparci via anche Joe Strummer, età 50 anni, professione musicista, nazionalità inglese: ma mai come nel caso del leader dei Clash il termine nazionalità appariva riduttivo e limitato. Nato in Turchia, prima di approdare a Londra trascorse gran parte della sua infanzia in giro per il mondo, dall’Egitto fino alla Germania, passando per il Messico. E questa multiculturalità caratterizzò indiscutibilmente tutta la sua vita e la sua carriera.
Non esiste infatti al mondo una band che si possa realmente definire universale come quella dei Clash: ispirandosi alla gente della porta accanto, essi aprirono e portarono il punk a chiunque, senza alcuna distinzione razziale: si scagliarono con sincerità e furore contro qualsiasi establishment, guerra o lavoro. E i testi di Joe Strummer riuscivano a rivolgersi a tutti nel modo più diretto e semplice possibile. Nel momento in cui avvertì il potenziale rischio di trasformarsi in una popstar ricca e famosa, e cioè in tutto ciò che aveva sempre combattuto e disprezzato, decise di scomparire, di restare nascosto dietro le quinte, mostrandosi timidamente solo in qualche fugace collaborazione con amici stretti, o prendendo parte ad alcune pellicole (memorabile il suo ruolo nel terzo episodio di Mystery Train di Jim Jarmusch), o suonando con umiltà con piccole band quale quella dei Mescaleros. E sempre in punta di piedi si spense, serenamente, dopo aver portato fuori i propri cani per una passeggiata, a causa di una malformazione congenita al cuore.
Joe Strummer ha mostrato come si possa essere arrabbiati con il mondo, come sia necessario combatterlo, ma nel modo più vivo, sincero e gioioso possibile, semplicemente “strimpellando” una chitarra elettrica. Una rabbia gioiosa, presente in ogni solco di qualsiasi album in cui è presente la sua voce rauca e sporca, come i suoi denti.
“Ho bisogno di ostilità. Ho bisogno di sentimento. Siamo tutti vivi nello stesso momento.”

Federico Forleo

Foto live di Fabrizio Forno scattate il 1 giugno 1980 a piazza Maggiore a Bologna e il 27 ottobre del 1989 al teatro tenda Pianeta di Roma.

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