Mar 102013
 

In una sola persona, di John Irving. 2012. Rizzoli. Collana Scala Stranieri 552 pagg. 20 Euro

★★☆☆☆

“In una sola persona” è uno di quei romanzi che, terminata l’ultima pagina, fa porre la terribile domanda: che cosa ho letto? E non è una domanda banale, tutt’altro. Per chi di Irving ha letto tutto ciò che è stato pubblicato in italiano, la domanda è parecchio complicata. Naturalmente non si sta discutendo o dubitando della capacità di affabulazione, di scrittura, di grazia e profondità nell’approfondimento psicologico dei personaggi o di qualsiasi altra cosa che abbia a che vedere con l’abilità (chiamiamola così per brevità) di John Irving, quella è da tempo acclarata e non è possibile metterla in dubbio. Ciò che fa sorgere la domanda di cui sopra, o almeno la fa porre a me, è la capacità di immaginare una storia che possa contenere con felicità narrativa tutte le indiscusse qualità elencate poche righe fa.
Mi spiego meglio. Tema centrale del romanzo è quella che si può definire “incertezza sessuale”.
In altre parole si narra di un bambino, poi ragazzo e poi uomo che non ha una identità sessuale cristallizzata e definita. Come scriverebbe Chuk Palaniuk: bisessuale non è la parola giusta ma è la prima che viene in mente. E non è la parola giusta per una tale numero di ragioni che elencarli senza svilirli è impossibile, per comprenderli occorre leggere il romanzo.
Il tema è senza dubbio interessante, ricordo che immaginarlo affrontato dalla tastiera di Irving mi faceva venire le fregole nell’aspettare la traduzione, eppure, alla lettura non tutto fila liscio. E i motivi, per quanto possa essere strano pensare questo riferito ad Irving, sono banali: si tratta di carenza di inventiva, di immaginazione, di capacità di creare nuovi mondi in cui far vivere i personaggi. Tutta la prima parte della vita del protagonista è praticamente una copia conforme alla vicenda del protagonista di “Preghiera per un amico”, stesso humus sociale, culturale e familiare. Identici in maniera imbarazzante. Ma non è solo questo, purtroppo. Anche moltissimi rapporti interpersonali, familiari e alcune rappresentazioni della società, sono molto più di un deja vu, sono trasportati di peso da altri suoi romanzi. Non li elenco perché sarebbe una lista molto lunga, inutile e noiosa, ma purtroppo è proprio così.
Se nel precedente “Ultima notte a Twisted River” si aveva la sensazione di leggere alcune autocitazioni gradevoli e che inducevano ad un sorriso di complicità, come se Irving strizzasse l’occhio al suo pubblico più fedele e attento, in quest’ultimo testo le citazioni di sé stesso sono diventate una sorta di ricetta: 100 grammi di “Preghiera per un amico”, 60 grammi di riduzione di “Ultima notte…”, 40 grammi de “Il mondo secondo Garp”, una spolverata di “Hotel New Hampshire” e guarnizione con perline di “In cerca di te”… solo per citare i più evidenti.
Non sono un appassionato di Irving: sono un tifoso, un ultrà, un devoto. Per questo ho cercato di interpretare questo romanzo (soprattutto i punti evidentemente ricalcati su altre sue opere) in tutti i modi che mi permettessero di non condannarlo senza appello come un collage messo su carta per colmare un vuoto creativo. Ne ho messi a fuoco un paio, il secondo quasi conseguenza ed estensione del primo. A dire il vero non convincono appieno neppure me, ma almeno mi danno l’illusione di non essere stato tradito da uno scrittore che amo profondamente.
Il primo. Con questo romanzo Irving ha voluto dimostrare che non contano il terreno su cui si affondano le radici (famiglia, scuola, amici) ma soltanto quello che si è nel profondo, quasi a voler rimarcare l’unicità di ogni essere umano, una sorta di predestinazione. E questo lo ha messo su carta costruendo una famiglia, scuola e ambiente identici a quelli del protagonista di “Preghiera per un amico” ma facendogli prendere una via diversa.
Potrebbe essere una teoria. Non ha basi solidissime ma tant’è.
Vengo al secondo, ma prima una premessa. Trovo sostanzialmente disgustoso legare la scrittura di un autore a ciò che accade nella sfera della sua vita privata, ma visto che questo aspetto è stato affrontato e dibattuto in alcune interviste che lo stesso Irving ha preso di petto senza remore, non mi esimo dal farlo. Sintetizzo: pochi anni fa Irving ha saputo che uno dei suoi figli è omosessuale e, com’è facile immaginare, non credo che questo lo abbia lasciato indifferente. E allora, partendo da questo, forse in modo non del tutto consapevole, ha messo in piedi un romanzo che, con un esistenza fotocopia del protagonista di “Preghiera per un amico” lo ha portato a scrivere di una vita che ha preso una piega completamente diversa dal punto di vista sessuale. Se il John Wellwright di “Preghiera” arriva in età matura ancora vergine, il Bill Abbott di quest’ultimo romanzo vive una vita sessuale compulsiva e bulimica concedendosi ogni variazione sul “tema”. In altre parole, ripeto, forse non a livello di completa consapevolezza, lo spirito che muove la composizione di questo romanzo potrebbe essere racchiusa in una domanda: che colpa ne ho se mio figlio è omosessuale?
Mi rendo conto di quanto possa essere offensiva ed arbitraria una simile interpretazione, ma preferisco essere arbitrario, grossolano, offensivo e superficiale attribuendo ad Irving intenzioni lontanissime dall’essere dimostrate o dimostrabili piuttosto che ammettere la mia delusione di fronte ad un romanzo che sembra una creatura frankensteiniana composta da pezzi asportati ai corpi dei romanzi precedenti. E si sa, quando non si vuole ammettere qualcosa che provoca fastidio o addirittura dolore, si tenta l’arrampicata anche sugli specchi unti.

Recensione di Daniele Borghi

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