Nov 062017
 

La ferrovia sotterranea. Colson Whitehead. Big Sur, 2017. 376 pag. 20 euro. Traduzione: Martina Testa.

La ferrovia sotterraneaPenso sia doveroso mettere subito le cose in chiaro: la recensione (la chiamo così solo per semplicità) è una scusa per parlare di molto altro. Lettore avvisato lettore salvato.

 Il grandissimo Douglas Coupland, uno dei pochissimi scrittori che hanno capito il terzo millennio e soprattutto come narrarlo, iniziava con queste parole quello che è probabilmente il suo romanzo migliore (Il ladro di gomme, ISBN 2013):

Qualche anno fa sono arrivato alla conclusione che tutti, superata una certa età e indipendentemente da come appaiano all’esterno, sognino costantemente di scappare dalla propria vita. Non vogliono più essere chi sono. Vogliono chiamarsi fuori. La lista include Thurston Howell III, Ann-Margret, il cast di Rent, Vaclav Havel, gli astronauti dello Space Shuttle e Snuffy dei Muppet. E’ universale”.

Certo, ammesso che sia vero non è per niente semplice. Per quanto mi riguarda, invece, tirarmi fuori dalla giostra delle recensioni e dei commenti pubblici ai libri che leggo sarà molto più semplice, mi sarà sufficiente non scriverne e la mia vita rimarrà identica, forse migliore. Anzi, visto che non ho la vocazione al proselitismo, sarà sicuramente migliore.

Il mio agente (Roberto Di Pietro, un grande) sorridendo non mi dirà più “gira gira t’aspettano sotto casa” e non mi inimicherò più gli editori dei libri di cui non ho tessuto le lodi. Visto che tengo più a scrivere romanzi (e a pubblicarli) che a parlarne non è un aspetto secondario. Nota a margine: quando ho iniziato questa collaborazione con Slowcult, molte case editrici avevano iniziato a spedirmi a casa le loro ultime uscite. Dopo quattro o cinque mesi la mia postina arrivava sempre a mani vuote… chissà perché. Se vi è capitato di leggere un libro di cui avevate notato una buona recensione e poi avete pensato di aver fatto una cazzata a comprarlo e a perdere il vostro tempo nel leggerlo, provate a fare una capatina nelle grandi librerie che vendono (e soprattutto comprano!) anche l’usato: troverete una gran quantità di libri intonsi con il timbrino “copia stampa”…

Mica sono tutti stupidi come me.

L’ipotesi più credibile è che io non capisca niente di narrativa. L’altra ipotesi è che il valore che la “critica” da ai libri segua un binario diverso da quello che io credo sia l’unico possibile: la qualità della scrittura. Intendendo per scrittura tutto ciò che compone un romanzo, a partire dalla struttura per finire alla punteggiatura, dal macro al micro.

L’esempio più concreto e a portata di mano, quello che con una frase fatta definirei la goccia che ha fatto traboccare il vaso, è proprio da questo romanzo: “La ferrovia sotterranea”.

Parla di schiavismo e la protagonista è una ragazza che fugge dalla piantagione dove, appunto, vive in schiavitù e cerca di emanciparsi, di essere libera. A parte la scarsa freschezza del tema, ma su questo ci sarebbe da discutere, quello che mi ha a dir poco sorpreso è l’espediente (ma direi più il gioco di prestigio in cui si vede il trucco) con cui l’autore fa proseguire la narrazione capitolo dopo capitolo, stato attraversato dopo stato attraversato. Il trucco è il titolo stesso: quando la ragazza è braccata, vicina alla cattura e alle torture che ne seguiranno, scappa attraverso una ferrovia sotterranea che la porta in un altro luogo dopo un lungo viaggio nelle viscere della terra. Questo a cavallo tra 1800 e 1900. Immagino fosse una metafora ma non sono riuscito a capirla, chiedo scusa. Ho la tentazione di pensare che quando una “metafora” consente all’autore di trarsi d’impaccio in un momento in cui l’intreccio sta per scappargli di mano, chiamarla metafora sia un colpevole errore, ma non mi dilungherò oltre, mi sono già espresso.

Credo sia necessario mettersi d’accordo sulle coordinate della narrazione. Per quel che mi riguarda il primo comandamento dev’essere: “mi ci devi far credere”. Devi avere coerenza, la sospensione della mia incredulità te la devi guadagnare, non sono disposto a regalartela perché hai pubblicato con un grande editore o hai vinto dei premi letterari importanti. Non puoi scrivere un romanzo storico o pseudostorico e poi tirarti fuori dai guai con una “trovata” simile.

Consiglio all’autore di andarsi a leggere, anzi, a studiare con attenzione “On writing” di King, gli sarebbe molto, molto utile. Sento già il coro: “Ma cosa dici? King è uno scrittore commerciale, uno che scrive sciocchezze horror per fare soldi” faccio finta di non sentire e tiro avanti. Non ho l’abitudine di discutere con chi si nutre di luoghi comuni.

Sta di fatto che questo romanzo, quello che ha per titolo l’escamotage più grande del mondo, ha vinto il Premio Pulitzer e il National Book Award, unico testo ad avere avuto entrambi questi riconoscimenti. Le inevitabili conseguenze sono le ipotesi di cui scrivevo prima, ed essendo incline ad appartarmi posso solo scegliere di mettermi a tacere e lasciare che la critica ufficiale, quella di gente che ha studiato, continui nella sua opera di omissione e mistificazione.

Sono stanco di essere citato e chiamato come quello “che stronca tutti”.

In primo luogo perché non è vero e in seconda battuta perché mi farebbe piacere che, prima di dire una cosa del genere, chi lo afferma avesse letto i libri di cui parlo. Se nove romanzi su dieci che escono sono aromatizzati all’aria fritta, mantecati con i luoghi comuni, dediti al leccamento delle parti più oscure e sensibili del lettore e trasudano chiara stanchezza narrativa dell’autore, beh… posso giurarlo: non è colpa mia.

Oltretutto non sono neanche pagato. La domanda, inevitabile e a cui non sono riuscito a dare una risposta, è questa: chi cazzo me lo fa fare?

Buon Mollica e Fazio a tutti

Daniele Borghi

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