Jan 042015
 

J.B. Morrison. La fantastica storia dell’ottantunenne investito dal camioncino del latte.

Corbaccio, 2014. 266 pag. 14.90 euro

Traduzione: Giovanni Arduino

★★★½☆

 

La fantastica storia di un ottantunenne_Sovra.inddAnche trascurando l”istintiva simpatia che suscita un personaggio come J.B. Morrison, eroe del punk britannico e ora riconvertitosi a scrittore, non si può negare che questo romanzo abbia un fascino sottile e che la scrittura sappia destreggiarsi nelle pieghe di un argomento ipertrattato con abilità da giocoliere. Affrontare il tema di un ottantunenne ferito in un incidente, vedovo, che vive solo, senza figli o familiari che lo accudiscano, con un solo amico lungodegente in una casa di riposo bloccato su una sedia  rotelle, che ha come unico appiglio le visite settimanali della graziosa infermiera che se ne occupa per un paio d’ore alla settimana e riuscire a tirarne fuori un testo agile, divertente, ironico e, per certi versi, anche avvincente, è indubbiamente una sorta di impresa epica. Morrison riesce sorprendentemente a portarla a termine con alcune capriole narrative che sembrano partorite da una vecchia volpe della scrittura, non da un esordiente. La sua abilità sta nell’usare una narrazione in terza persona  che a volte, anzi molto spesso, si confonde con una non dichiarata,  mi verrebbe da dire occultata, narrazione in prima persona, sovrapponendole quando si tratta di descrizioni o pensieri del protagonista.

E’ una cosa difficile da spiegare e non è possibile farlo con degli esempi perché, è una sorta di “prodotto di accumulo”, una sensazione che coglie a libro già avviato e che accompagna per tutto il resto del romanzo. Molto sommariamente e sinteticamente l’effetto è questo: quando l’argomento sono i pensieri, le sensazioni e le riflessioni del protagonista, non si riesce a mettere a fuoco con chiarezza se quanto viene scritto sia davvero un pensiero del protagonista o sia un commento dell’autore. E’ un filo sottile su cui camminare, ma Morrison riesce a farlo con estrema destrezza.

Certo non è molto più di un gioco di prestigio, una sorta di piccola omissione per confusione, ma il risultato finale, la sensazione che rimane a libro finito è quella di una complessiva leggerezza che non ha sconfinato nella superficialità, di un approccio empatico al protagonista che non si trasforma mai in pietismo. In conclusione si può senz’altro affermare che il romanzo di Morrison abbia centrato in pieno l’obiettivi che si era posto: narrare l’estrema fragilità della vecchiaia senza rendere il racconto triste, pesante o noioso, rendendo la terza o quarta età un luogo in cui, tutto sommato, non si debba necessariamente star malissimo e, soprattutto, un luogo in cui ci si possa sentire ancora vivi.

 

Jo Nesbø. Il confessore Einaudi, 2014. 548 pag. 21 euro

Traduzione: Maria Teresa Cattaneo

★½☆☆☆

 

Jo Nesbø. Il confessoreQuel che viene in mente appena finito questo romanzo sono soltanto due parole: troppo facile.

Eh sì, è decisamente troppo facile spingere il lettore a simpatizzare e solidarizzare con il protagonista, a fare il tifo per lui, quando  lo si concepisce in questo modo. Il personaggio centrale  di questo romanzo è un cocktail i cui ingredienti sono: il Conte di Montecristo, la Lisbeth Lasander della saga di Millennium e i ragazzi dello zoo di Berlino. Chi può essere così cinico da non diventare immediatamente un ultras di un soggetto incarcerato ingiustamente, vigliaccamente derubato dell’immagine dell’idolatrato padre e reso così schiavo dell’eroina al punto da confessare omicidi che non ha commesso? No, come ho appena detto, è troppo facile. Ha tutto il cattivissimo mondo contro e lo combatte a mani nude, frequenta i luoghi più sordidi dell’universo e ne esce puro come un giglio. Riesce a far innamorare di sé una bellissima e intelligentissima ragazza che sta per sposare un uomo affidabile ma grossolano, neanche fosse il Dustin Hoffman de “Il laureato”.

Va bene tutto, va bene la sospensione dell’incredulità, va bene il patto di finzione, va bene che ormai molti scrittori ci credono semideficienti e scarsamente presenti a noi stessi, però questo è troppo. Sembra di vedere una partita di biliardo in cui, ad ogni turno di tiro, unno dei giocatori si sistema le biglie come meglio gli conviene. No, lo ripeto ancora una volta, così è troppo facile.

Quel che è difficile, troppo difficile per la vicenda messa in piedi da Nesbo, è farci inghiottire anche un finale come quello con cui si conclude il romanzo. Ovviamente non lo svelo per non rovinare la lettura a chi vorrà leggere questo testo, ma posso assicurare che è molto oltre la soglia del credibile, del plausibile e, se mi è permesso, anche del tollerabile.

Che altro posso dire? Non si può negare che se si decide di leggere questo libro “tutto d’un fiato” come non a caso raccomandano sempre gli editori dei gialli, si possa riuscire a mandarlo giù, il problema è il senso di nausea che prende dopo…

 

Gianrico Carofiglio. La regola dell’equilibrio

Einaudi, 2014. 307 pag. 18 euro.

★☆☆☆☆

 

Gianrico Carofiglio. La regola dell'equilibrioTra tutti i romanzi che compongono la serie che ha come protagonista l’avvocato Guerrieri, questo è senz’altro il peggiore, il più sfocato e irritante. Per loro stessa natura le serie privano il lettore del piacere di esplorare un nuovo mondo e rendono il lavoro dello scrittore meno complesso, impoverendolo in modo quasi traumatico, ma quando, come in questo caso, alla prevedibilità dettata dal contesto già noto si aggiunge anche la presunzione dell’autore e la sua scarsità di idee, il risultato è avvilente. La vicenda, l’indagine, l’intreccio o come diavolo lo si voglia chiamare poteva essere presentato, svolto e portato a termine in non più di cinquanta pagine, tutto il resto è fuffa, cascami pseudo letterari, pseudo psicologici con venature pop e salsa d’ambiente tribunalizio di cui, a causa della loro banalità, superficialità e sciattezza, penso nessuno sentisse la mancanza. Guerrieri non solo è diventato un santino ancor più di quanto fosse, ma lo è diventato in modo estremamente irritante, prevedibile e noioso. E’ il classico personaggio che  qualsiasi scuola di scrittura narrativa, anche la più scadente,  potrebbe portare ad esempio per illustrare come la bidimensionalità, l’assenza di qualsiasi guizzo, divagazione, asperità o estemporaneità del protagonista di un romanzo porti quest’ultimo ad essere scontato ed inutile come chi lo abita. E oltre a questo va aggiunto che Guerrieri è sempre dalla parte della ragione, legge i libri che si aspetta che legga, ascolta la musica che ci si aspetta che senta e via di questo passo: tutto tragicamente prevedibile, compresa la soluzione del caso di cui si sta occupando. La scrittura di Carofiglio è la versione letteraria dell’eloquio di quel chierichetto socialdemocratico e leccaculo di gran talento che risponde al nome di Fabio Fazio. Le parole sono sempre scelte dal vocabolario del perfetto uomo di sinistra ma non troppo, dell’uomo civilissimo, rispettosissimo, con l’indignazione a serramanico ma dalla lama spuntata e senza filo. Non c’è una pagina in cui Carofiglio provi pietà per il lettore e non lo costringa ad inghiottire il suo bolo letterario lungamente premasticato in altri suoi testi. L’insopportabile tiritera sulla Bari che non c’è più, la deriva della giustizia italiana, le amicizie perdute, la solitudine della mezza età, la passione per la boxe, le scaramucce pseudo amorose affrontate e descritte con i pensieri di un adolescente, la corruzione, il degrado morale e via di seguito rompendo gli zebedei con un accanimento che accarezza il sadismo. Senza neppure prendersi il disturbo di tentare di dare una visione personale o di usare un vocabolario che non sia liso e consunto. Più che un consiglio ai potenziali lettori, che a questo punto avranno capito cosa aspettarsi da questo romanzo, mi sento in dovere di dare all’autore un consiglio che non seguirà mai.  Carofiglio: cambia musica, hai veramente strarotto i cxxxxxxi.

 

Don Wislow. Missing. New York.

Einaudi, 2014. 312 pag. 18 euro

Traduzione: Alfredo Colitto

★½☆☆☆

 

missing-new-york-don-winslow-191x300Decidere di scrivere un romanzo più o meno giallo-noir e prendere a prestito lo spunto iniziale di uno dei più importanti e conosciuti esempi di questo genere letterario può avere soltanto due ragioni: ignoranza o spudoratezza. Per quanto riguarda l’ignoranza, anche volendo scusare Wislow, sembra strano che nessuno, tra le decine o centinaia di persone che hanno letto il libro prima della pubblicazione, non abbia detto nulla all’autore. Per la spudoratezza, e credo sia questo il caso, penso che la scelta di Wislow non sia un omaggio a  “La promessa” di Durrenmatt, mi sembra anzi che sia l’esatto contrario. Partendo dagli stessi presupposti e cioè la promessa fatta ad una madre, Durrenmatt sovvertiva l’ordine precostituito della letteratura di genere giungendo ad un finale imprevedibile e rivoluzionario mentre Wislow, in una sorta di rigurgito ultrareazionario, fa ritorno agli usurati schemi del poliziotto super idealista, integerrimo fino quasi all’autodistruzione e, nel finale, inevitabilmente macho con venature di pacchianeria lacrimosa.

Certo, se dovete fare un viaggio in treno e non sapete come impiegare meglio il vostro tempo, questo romanzucolo può anche andar bene, ma se siete abituati ad aprire il libri per trovare qualcosa di nuovo, anche una sola idea che vi sorprenda, il testo di Wislow vi deluderà profondamente. Non c’è un brano, una frase, un capitolo, né a livello si vicenda né a livello di scrittura, che non sembri già letto mille volte. A dar credito ad un’intervista  apparsa recentemente pare che il progetto di Wislow sia quello di infliggerci una serie con protagonista quest’investigatore freelance, occupato in ricerche disperate di bimbi scomparsi ed è per questo che nel titolo, oltre a “Missing”, compare anche il nome di una città , in questo caso New York. Riesco facilmente ad immaginare le prossime puntate dislocate in altre città. Los Angeles per fare una capatina psicosociologica tra le bande giovanili o, nei dintorni, a Hollywood, per “gettare una nuova e disincantata luce” sul mondo del cinema. New Orleans per comminarci l’ennesima pippa sul melting pot, poi una puntatina in qualche provincia sperduta per assaporare il gusto dell’America rurale e infine una città fuori dagli USA con cui condire l’ormai sfibrata narrazione con pennellate di “colore locale”.

Staremo a vedere, comunque a me è bastata la prima puntata, agirà come un potente vaccino e mi impedirà di contrarre il virus dell’acquisto.

Jim Thompson. Diavoli di donne

Einaudi (1954) 2014. 206 pag. 14 euro

Traduzione: Luca Briasco.

★½☆☆☆

 

diavoli-di-donne-jim-thompson-193x300Non è agevole parlare di questo romanzo perché si è tentati di osservarlo con gli occhi della contemporaneità e, al tempo stesso, non si può a trascurare che dalla sua prima pubblicazione sono passati ormai sessant’anni. Volendo sintetizzare in maniera estrema, si potrebbe dire che è troppo recente per collocarlo in un altra epoca e troppo vecchio per essere considerato attuale. Questo crea qualche cortocircuito nella lettura che a volte “suona” in un modo e a volte in un altro. La assoluta mancanza di una qualsiasi forma di etica del protagonista è senz’altro una delle componenti che rendono attuale il testo, quella è purtroppo sempre di moda, mentre la scrittura, che probabilmente all’uscita sarà sembrata originale e innovativa, dopo decenni di riproposizioni, elaborazioni e ripetizioni, appare stanca come le coordinate emotive dei personaggi, in particolar modo di quelli femminili. E’ particolarmente impressionante, e per certi versi irritante, l’atteggiamento con cui Thompson si avvicina ai personaggi femminili. Non di rado si incontrano espressioni che oggi non troverebbero mai spazio nelle pagine di un romanzo, in cui la crudezza del pensiero del protagonista è talmente aggressiva da lasciar pensare che l’autore abbia qualche risentimento nei confronti delle donne, rappresentate come il peggio dell’umanità. Ma va detto e sottolineato che gli uomini, idioti senza cervello che si fanno manipolare e muovere come marionette  non fanno una figura migliore. Quel che rimane in mente al termine della lettura è l’impressione di un testo rozzo, che porta alle estreme conseguenze una schematizzazione sessista e aprioristica degli esseri umani, in cui la banalità dell’interesse personale, della crudeltà e della spietatezza non riescano in alcun modo ad essere sublimati e nobilitati dalla scrittura.

Proust, per esempio, scriveva un mucchio di cazzate fascistoidi e snobistiche, però riusciva a confezionarle e infiocchettarle talmente bene che a volte faceva venir voglia di credergli, Thompson non riesce a farci credere a nulla di ciò che scrive. Sembra quasi che anche il narratore, convinto dell’irrimediabile bassezza dell’umanità, si adegui ai suoi personaggi scendendo al loro livello.

Di certo a qualcuno quest’approccio piace, a me no.

 recensioni a cura di Daniele Borghi

  One Response to “Macchie d’inchiostro: Letti nel mese di dicembre 2014”

  1. Molto interessanti le recensioni, bello essere lettori forti, prima ancora che recensori. Complimenti.

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