Feb 022015
 

Matt Haig. Gli umani Einaudi, 2014. 360 pag. 19 euro.

Traduzione: Carla Palmieri

★½☆☆☆

 

Matt Haig. Gli umaniCredo che questo romanzo possa piacere a chi legge poco o pochissimo. Al contrario, quelli che come me macinano migliaia di pagine al mese, non potranno che avvertire un robusto senso di prevedibilità, di già cucinato, riscaldato e rimasticato.

Per riassumere e/o sostituire in maniera esaustiva e ben più ficcante i tre quarti di questo testo sarebbe sufficiente leggere un racconto di Fredrik Brown facilmente reperibile in rete. Il titolo di questo racconto è “Sentinella” e in una manciata di righe sa far luce con precisione chirurgica sul ribaltamento del punto di vista del cosiddetto io narrante. In pratica tutto quello che per tre quarti del romanzo viene illustrato con dovizia (ma sarebbe meglio chiamare ridondanza) di particolari, ripetizioni e molti pensieri rococò, si poteva riassumere efficacemente in un paio di cartelle.

Il restante quarto è anch’esso un frutto ormai più che maturo, quasi fradicio, di tutta una serie di scontati pensieri sulla natura umana, sulle imperfezioni e sui difetti che la rendono odiosa e, al contempo, di tutte le grandezze, generosità e genialità artistiche che la rendono affascinante. Il testo, sempre all’interno di una sorta di disquisizione in forma narrativa dei “misteri della natura umana” non ci risparmia neppure qualche formidabile levata d’ingegno sulla imprevedibilità, imperscrutabilità e follia dell’amore e ci lancia in faccia palate di banalità spacciandole per riflessioni di un extraterrestre.

In sintesi, questo è una sorta di romanzo collage, anche se sarebbe più opportuno definirlo romanzo Frankenstein, in cui la fantascienza meno creativa e le riflessioni pseudo filosofiche più corrive e banali si mischiano in una fanghiglia senza molto senso. Per certi versi, questo romanzo è il prototipo del testo ruffiano, il testo che tende soltanto a farsi “benvolere”, ma questo credo possa avvenire soltanto con chi è molto bendisposto a farsi prendere per il naso, un po’ come chi crede alle promesse dei politici in campagna elettorale.

Richard Yates. Disturbo della quiete pubblica (Minimum Fax, 2004) Beat, 2014. 248 pag. 9 euro

Traduzione: Mirella Miotti

★★½☆☆

 

Richard Yates. Disturbo della quiete pubblica“Disturbo della quiete pubblica” è un romanzo molto drammatico e l’abilità del suo autore risiede nel non lasciar tracimare il tragico ad ogni pagina. La storia del protagonista è quella di un uomo che cammina sui pericolosi confini tra sanità mentale e follia, tra alcolismo e sobrietà, in un equilibrio precario e  che lo conduce all’inevitabile disastrosa fine. Detta in questo modo sembrerebbe il solito romanzaccio moraleggiante e banale, in realtà non è così. Quel che soprattutto si coglie nel testo, è la capacità dell’autore di arricchire lo scarno plot con l’inserimento di personaggi secondari con un loro forte spessore, di ideare situazioni che, pur nell’alveo dell’estrema drammaticità di fondo, attraverso una calibratissima tensione narrativa, riescono a far percepire l’atmosfera non come quella plumbea di un dramma ma piuttosto come quella di un thriller. Attraverso il protagonista, che attraversa periodi buoni ed altri pessimi, Yates riesce a farci percepire costantemente il suo desiderio di rinascere, di progettare, di sperare e quando le situazioni si fanno difficilissime, riesce con altrettanta efficacia a farci quasi toccare il naufragare della ragione e la paranoia che squassa e devasta.

Lo stesso titolo è un piccolo colpo di genio. Molti altri autori (o editori) avrebbero apposto un titolo più diretto e deflagrante. Alcuni esempi che mi vengono in mente potrebbero essere “Follia”, (ovviamente già usato) oppure “Alcool” o “Manicomio”, qualcosa che avrebbe potuto attrarre il lettore a colpo d’occhio sulla copertina. Invece Yates ha scelto la via secondaria, preferendo dare un titolo che indichi l’effetto (sugli altri, sulla società) e non la causa. E anche nel testo si avverte una grande attenzione nei confronti di coloro che sono accanto a quest’uomo difficile, alle conseguenze di una autodistruzione che non coinvolge soltanto il protagonista ma anche e soprattutto tutte le persone con cui ha rapporti di vicinanza.. In sintesi si può dire che questo romanzo sia perfettamente riuscito, ed è probabile che possa piacere in maggior misura a tutti coloro che hanno avuto a che fare con persone che hanno lottato con i mostri della malattia mentale, dell’alcolismo e della tossicodipendenza perché la sensazione che Yates regala è proprio quella di essere loro molto vicino, in modo mai convenzionale e mai di maniera.

 

Marco Presta. L’allegria degli angoliEinaudi, 2014. 255 pag. 18.50 euro

★★½☆☆

 

Marco Presta. L'allegria degli angoliDopo il piacevole “Un calcio in bocca fa miracoli” e il deludente “Il piantagrane”, ecco il terzo romanzo di Marco Presta. Anche se non è il caso di gridare al capolavoro, questo è certamente il migliore dei tre. Si avverte sempre una smodata inclinazione a dare risalto al lato comico delle vicende anche quando le vicende stesse non sembrerebbero averne alcun bisogno, sempre una  eccessiva verve da sorriso ebete e ad un irrinunciabile gusto per la battuta, però il testo intrattiene con grazia e leggerezza. La ricerca di un qualsiasi posto di lavoro per un geometra trentenne non è certo una situazione che induca all’ilarità, ma Presta, anche attraverso queste piccole forzature, riesce a condirla con situazioni che rendono meno drammatico e deprimente il panorama sociale che va a fotografare. L’autore riesce quasi a convincerci che in fondo essere in quella situazione non è poi così avvilente, che si possono avere vantaggi anche nel far il “lavoro” di faraone danzante su un cubo posto in mezzo ad una piazza di Roma, che il panorama sociale sia certamente brutto, desolante e cinico, ma che se si vuole si riesce a sopravvivere. E in fondo è davvero così, infatti  non è che si assista ad un’epidemia di suicidi tra i disoccupati, però qualcosa stride, e si fatica a ridere amaramente di tutto questo. Al di là della qualità della scrittura, della trama e di tutto quel che riguarda strettamente l’operazione commerciale, occorrerebbe capire quanto  senso abbia questo tipo di romanzo.

Mi spiego meglio. Se si decide di parlare di un dramma sociale (perdonatemi il tono da tg3) come quello della disoccupazione, non mi è possibile capire come si riesca a farlo sempre e comunque attraverso il filtro di un sorriso, di una battuta o di una situazione grottesca. E’ probabile che il mio pensiero sia il frutto di una mente limitata, ma qualcosa di più e di meglio di una risatella e di un lieto fine appiccicato con l’attaccatutto sono spinto ad aspettarmelo, altrimenti forse, sarebbe meglio parlar d’altro.

 

 

Paolo Nori. Siamo buoni se siamo buoni Marcos y Marcos, 2014. 219 pagine. 15 euro

★☆☆☆☆

 

Paolo Nori. Siamo buoni se siamo buoniTutti i romanzi di Paolo Nori, o almeno tutti quelli che ho letto io e non  sono pochissimi, sembrano brani dello stesso testo. La sua scrittura è inconfondibile: nel bene per chi lo ama e nel male per chi non  lo sopporta. Quella di Nori è una scrittura certamente anomala, involuta e ripetitiva sia nella forma che nella struttura. Ogni suo personaggio, che sia una ragazzino di campagna o, come in questo caso, un maturo scrittore-editore, si esprime con le stesse modalità, fregandosene di esprimersi in modo chiaro e, più in generale, anche della grammatica italiana.

Molti ne sono entusiasti, io rimango perplesso. Non riesco a capire le ragioni delle sue coordinate narrative, della necessità di usare mezza pagina per scrivere male cose che potrebbero essere scritte bene in due righe. Non comprendo il bisogno di indulgere su ripetizioni che stridono e infastidiscono, di reiterare all’infinito le stesse modalità di scrittura in ogni romanzo e, direi soprattutto, non capisco perché debba usare la stessa “voce” per ogni protagonista dei suoi romanzi.

In linea di principio la riconoscibilità di uno scrittore non è un fatto negativo, quel che in Nori mi lascia dubbioso è il modo in cui ottiene questo risultato che è semplicemente uno soltanto: scrivere male facendosi il verso da solo. Nel tentativo di farmi capire meglio, riporto un brevissimo brano, soltanto una frase, la decontestualizzazione non inficia l’esempio.

“Solo che l’unica a cui l’avrei potuto chiedere la maggior parte del tempo non mi voleva parlare, e quando lei, era raro, ma quando lei mi voleva parlare era il momento che ero io a non voler parlare con lei”.

Anche la punteggiatura sembra gettata alla rinfusa, come un vecchio contadino che sparga sementi su un campo, e giuro che questo non è un brano scelto con cura per corroborare la mia tesi. Più o meno tutte le frasi che scrive Nori sono strutturate in questo modo.

Forse, in questo periodo in cui tutti sono pronti a fare il funerale alla narrativa, Nori sta cercando un modo per rianimarla, non so, è solo una stupida ipotesi. Per ciò che mi riguarda, se questa è la resurrezione, preferisco l’eterna pace.

 

Giulio Messina. Domani non sarò qui. Marsilio, 2014. 267 pag. 16.50 Euro

★★☆☆☆

 

Giulio Messina. Domani non sarò qui.Messina, giunto con questo alla sua seconda opera di narrativa, dimostra tutto il suo coraggio affrontando temi di enorme complessità. Narrare di sessualità incerte e confuse, prostituzione, violenza, gelosia, tradimenti e, anche se lontanissimo da ogni stereotipo, d’amore, è impresa particolarmente ardua. Lo è soprattutto perché queste tematiche, anche ad uno sguardo superficiale,

appaiono evidentemente antitetiche e, quasi inevitabilmente, danno vita ad un gruppo lacoontico di sentimenti e comportamenti difficili da districare e descrivere. La sola cosa che Messina poteva fare, e ha fatto, era mostrare senza mai lasciarsi tentare dal lasciar trasparire qualsiasi forma di giudizio, conducendo questo tipo di sguardo alle estreme conseguenze, forse andando fin troppo oltre. Scegliendo di rappresentare questo difficile mondo che vive, ruota e gravita dentro e intorno alla prostituzione e consapevole dei rischi che correva, Messina si è tenuto talmente a distanza da apparire estremamente distaccato, quasi asettico, Questo gli ha consentito di dire molto senza esporsi ma, al contempo, ha privato il testo della propria partecipazione emotiva, derubando il lettore della parte meno tangibile e, forse proprio per questo, più importante di un romanzo: il pathos. Perfettamente consapevole della difficoltà di maneggiare un materiale così pericoloso, Messina ha scelto di non partecipare emotivamente al suo romanzo e così, tra questo testo ed un romanzo corre la stessa differenza che esiste tra un documentario e un film da sala cinematografica: entrambe si realizzano con una macchina da presa  ma gli intenti e gli esiti non si somigliano affatto. E da quest’ultima considerazione, inevitabilmente, nasce una domanda: perché girare un film con il taglio di un documentario o viceversa? Se si desidera essere distaccati la scelta migliore credo sia la professione di giornalista o documentarista, la narrativa credo debba essere altro. Naturalmente ciò che a me appare come una lacuna o un difetto, ad altri potrà sembrare un pregio, ma l’importante, per una rubrica come questa, credo sia dare qualche indicazione su quel che si può trovare dietro una copertina.

 

Jerome Ferrari. Un dio un animale Edizioni E/O, 2014. 128 pag. 13 euro

Traduzione: Alberto Bracci Testasecca

★★★★☆

 

Jerome Ferrari. Un dio un animaleQuesto breve romanzo si colloca esattamente agli antipodi del testo di cui ho appena scritto.

“Un dio un animale” è un racconto talmente potente, spudorato e generoso che viene voglia di parlarne a lungo anche se, come sempre accade per i romanzi di questo tipo, afferrarne tutti gli aspetti e le peculiarità non è per nulla facile. Anzi, più che scriverne viene voglia di consigliarlo, di convincere i meno inclini alla lettura a prenderlo tra le mani e lasciarsi conquistare. In ogni singola pagina di questo testo si coglie nitidamente e con facilità la potenza narrativa del suo autore, la capacità di essere veemente, partecipato e profondo. E tutto questo senza mai perdere per un solo istante il completo controllo della scrittura che è tumultuosa senza mai essere confusa e virtuosa senza sconfinare nel manieristico.

In questo tipo di testi non occorre mettere ordine e Ferrari lo sa. Infatti per tutto il testo non c’è un salto di riga, rari sono gli “a capo” e della divisione in capitoli o paragrafi non esiste neppure l’ombra, il romanzo è un continuum ininterrotto dalla prima all’ultima parola.. La storia è importante ma non ha lo stesso peso specifico della scrittura che è talmente forte e poderosa da scalzare la trama dal proscenio e prenderne imperiosamente possesso. In questo fiume di parole l’autore ci delizia con la straordinaria capacità di passare da una seconda persona con cui affronta la narrazione del protagonista maschile alla terza persona con cui racconta della protagonista femminile, quasi sempre senza neppure il bisogno di andare a capo, senza mai farci perdere il filo del racconto per un solo istante, con una abilità acrobatica che soltanto i grandi posseggono. Di certo Ferrari ha molto letto Roth, ma non ne scimmiotta mai la scrittura, e pur rimandandone qualche eco, la arricchisce e la innerva con dei sentimenti profondi e sotterranei che a volte mancano al grande Philip di Newark.

Anche la capacità di tornire i personaggi ha alcune parentele con Roth, ma Ferrari usa altri metodi, percorre altre strade. Tralascia il dialogo per esercitarsi nel monologo interiore, disciplina ben più difficile e pericolosa, gioca con le lame del presente e gli spuntoni del passato senza mai ferirsi, uscendo incolume e a petto in fuori da situazioni in cui altri scrittori sarebbero usciti con le ossa frantumate. Mi rendo conto questa, più che una recensione, appaia una via di mezzo tra uno spot e un’elegia, ma quando si compra un libro di un autore che non si conosce, senza avere aspettative e ci si imbatte in un testo del genere, beh, è davvero difficile trattenere l’entusiasmo.

 

recensioni di Daniele Borghi

  4 Responses to “Macchie d’inchiostro: letti nel mese di gennaio 2015”

  1. Ho apprezzato molto il realismo e la professionalità delle recensioni pubblicate, alcune delle quali (quelle relative ai libri che ho letto) coincidono perfettamente con le mie opinioni. Per questo motivo sarei curioso di leggere il suo commento ad un libro che ho letto recentemente, sempre che le interessi farlo.
    Il libro è solstizio d’inferno di Samuel J. Jordan. Grazie. Flavio

  2. Complimenti per la quantità di libri letti, sono anche io una lettrice ‘onnivora’ e forte ;-). Amo molto Presta, desidero leggere il suo ultimo romanzo e vediamo se ne ricaverò la medesima sua impressione.
    Grazie per la segnalazione.
    Tullia

  3. Salve,
    non ho letto nessuno degli autori citati (i libri da leggere sono un numero infinito), ma ritengo “Sentinella” un racconto davvero esemplare.
    Mi incuriosisce soprattutto i libro di Ferrari, per l’aspetto scrittura, nonostante il fatto che possa essere in parte avvicinato a Roth con cui ho scarso feeling.
    Complimenti per la chiarezza delle opinioni e descrizioni.
    Ant

  4. In riferimento a “GLI UMANI” di Matt Haig non capisco come Einaudi pubblichi qualcosa di simile e lo immetta nel mercato a 19 euro e a me, a priori, non permetta neanche di presentare i miei lavori costringendomi a pubblicare, squallidamente, in siti on demand. Dovrò aspettare una fortuna ipotetica e utopica? Dov’è la meritocrazia nell’arte? Mi accontenterei di essere messo alla porta ma, almeno, dopo aver visionato le mie proposte.

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