Mar 312015
 

Luca Poldelmengo. Nel posto sbagliato Edizioni E/O, 2014. 188 pag. 16.50 euro

★★☆☆☆

Luca Poldelmengo. Nel posto sbagliatoAl termine della lettura di questo romanzo si possono avere impressioni contrastanti. Non perché il testo si presti a diverse interpretazioni o abbia risvolti che costringano a profonde riflessioni, tutt’altro, il guaio è un altro: il sapore che lascia è quello di un gelato con troppi gusti e occorre un po’ di tempo per distinguerli uno dall’altro. Probabilmente, in 188 pagine, i temi che l’autore ha voluto affrontare sono un po’ troppi. Per dare un’idea più compiuta proverò a compilare un elenco.

A. Uso di illecite di pratiche ipnotiche – farmacologiche nelle indagini di polizia con risvolti che confinano con il fantascientifico a la Philip Dick.

B. Rapporto conflittuale tra due fratelli gemelli omozigoti.

C. Tradimenti e gelosie tra colleghi.

D. Avidità, sete di potere e arrivismo di funzionari/politici e poliziotti.

E. Solitudine e desiderio di vendetta.

F. Tradimenti nei rapporti di coppia.

Questo per elencare solo i più evidenti, quelli su cui l’autore, purtroppo senza riuscirci, cerca di dire qualcosa di specifico..

Non ho in simpatia le frasi fatte, ma in questo caso ce n’è una che calza alla perfezione: “C’è troppa carne al fuoco”. E il risultato di questa grigliata è un romanzo che non riesce ad essere convincente perché sulle tematiche principali è decisamente superficiale e, introducendo questa impressionante mole di argomenti si disperde in mille rivoli narrativi, intralciando il fluire della vicenda. E’ un vero peccato perché l’idea di partenza è davvero molto buona, di certo non completamente originale, ma succulenta e ricca di sviluppi e risvolti interessanti. L’idea di una verità indiscutibile, che scavi un netto solco tra realtà e percezione di essa, tra verità e l’apparenza dei fatti e, soprattutto che uso fare di una verità percepita come assoluta, erano senza dubbio argomenti che meritavano di essere trattati con maggiore attenzione, profondità e cura. Invece se ne è fatto soltanto un motore narrativo, uno spunto su cui intrecciare una complessa storia poliziesca, nient’altro.

Va detto che il libro non offende il lettore, ma si può senz’altro dire che ne trascura (per chi ce l’ha) il desiderio di approfondire, di scavare qualche palata di terra da sotto la superficie della storia.

Senza dubbio si può parlare di un’occasione persa.

Valerio Morici. Confessioni di un spammer Edizioni E/O, 2015. 192 pag. 16 euro

★★☆☆☆

Valerio Morici. Confessioni di un spammerLa domanda è: perché impacchettare e vendere un romanzo per quello che non è? E di conseguenza: perché usare denaro e tempo per scoprire che ciò che si è acquistato non è quello che è stato presentato nel titolo e nella quarta di copertina?

A lettura finita si ha la netta impressione che si sia voluto dare una veste, strutturale e commerciale, diversa dalla realtà a qualcosa che si temeva non potesse avere attrattive se “presentato” per com’era. Cerco di spiegarmi meglio.

Il romanzo è strutturato in capitoli che sono mail numerate, come se il protagonista (lo spammer) si stesse rivolgendo ad un “pubblico” di circa sedici milioni di persone. Ma tutto questo ha influenza praticamente nulla sulla vicenda che va a narrare, la stessa scrittura, poteva essere usata in un romanzo in cui l’autore (e purtroppo ce ne sono molti) si rivolge confidenzialmente ai lettori per captarne la benevolenza.

Allora di nuovo un paio di domande: perché introdurre questo inutile artificio quando il risultato letterario non ne è minimamente influenzato? Per poter dare al testo un titolo originale, che incuriosisse, e poterlo poi sfruttare in quarta di copertina e nella eventuale promozione editoriale? Ho paura che la risposta sia affermativa, altrimenti non vedo altre ragioni.

A parte questo, per arrivare direttamente al testo, non c’è moltissimo da dire. La storia di Morici è francamente poco credibile, surreale nell’accezione peggiore del termine e non ha molto che la nobiliti se non un leggero senso di continuo spaesamento che potrebbe anche essere involontario… ma su questo non potrei giurare. Oltre a questo, diciamola tutta, ha un finale che neppure Liala al massimo della forma sarebbe riuscita a concepire, un finale da raccontino di Intimità o Grand Hotel, quelli che se non hanno il lieto fine vengono automaticamente cassati dalla redazione e l’autore vede sfumare i suoi 150 eurini (lordi) di compenso.

Certo, si fa leggere senza problemi, intrattiene e a volte scappa anche qualche sorriso, ma siamo sicuri di frequentare le librerie per avere questo?

John Cheever, 1969 . Bullet Park. Universale Economica Feltrinelli, 2012. 232 pag. 8.50 euro

★★★★☆

 

John Cheever, 1969 . Bullet ParkCheever è senza dubbio uno scrittore di notevolissimo talento, quel che si rimpiange leggendo questo romanzo è di non averlo fatto cinquant’anni fa, alla sua uscita o poco dopo. Farlo ora, purtroppo, non può non risentire del mezzo secolo abbondante trascorso dalla sua stesura. Questo non perché la scrittura sia datata o sia in qualche modo superata, tutt’altro, ciò che rovina un pochino il gusto complessivo è la tematica ormai diventata più che consueta, forse quasi saccheggiata da cinema, TV e, ovviamente, letteratura.

Durante la lettura, avendo vissuto per i cinquant’anni successivi, la mente non può fare a meno di riandare verso brani di un’infinità di romanzi e verso scene di film e serie televisive che fanno delle città satellite americane il loro epicentro. Sono le solite immagini oleografiche che vengono in mente anche al meno smaliziato dei lettori e degli spettatori: la casetta linda e pinta circondata dal prato e confinata dalla staccionata bianca e dentro di essa, questo per merito più della letteratura, un groviglio di rancori, frustrazioni, sentimenti inespressi, incomprensioni e depressioni.

Questo, come ho detto all’inizio, nulla toglie alla sconfinata capacità di Cheever che tutto e tutti spoglia con notevolissima profondità, acutezza e sensibilità, forse con un eccesso di verbosità, ma incantando il lettore e lasciandolo stupito di tanto genio. Sorprende come l’autore sia stato capace, sei decenni fa, di mettere a fuoco così nitidamente tutto ciò che sembrava un mondo perfetto e immacolato scoprendone i miseri veli e gettandolo in pasto al mondo. Ripensando a molte pagine della Homes, si ha la stessa sensazione che si prova quando si incontra per la prima volta il genitore di un amico e immediatamente si capisce da dove siano venuti quei lineamenti e quel modo di gesticolare, di parlare. Sì, Cheever è indubbiamente il papà della Homes, non ci sono dubbi, ma anche molti altri scrittori e sceneggiatori che hanno battuto le stesse piste dopo di lui dovrebbero mostrare immensa gratitudine.

La qualità della scrittura emerge in ogni pagina e anche nella struttura stessa del romanzo, delineando con precisione chirurgica ogni elemento della narrazione. Non a caso Cheever è stato soprannominato “il Cechov dei sobborghi”…

In sintesi “Bullet Park” è un grande romanzo, da non perdere. Per non doversene dolere e per non attribuire troppi meriti a chi lo ha imitato, seguito e sviluppato in seguito.

Valentina Diana. Smamma. Einaudi, 2014-2015. 228 pag. 12 euro

★☆☆☆☆

Luke Brown. La grande bugia. Mondadori, 2015. 248 pag. 18 euro

★☆☆☆☆

Valentina Diana. SmammaAccomunare questi due romanzi in un’unica recensione può apparire una stravaganza eccessiva, per certi versi anche una forzatura, ma avendoli letti uno dopo l’altro e avendone tratto le stesse impressioni, ho pensato che scriverne separatamente mi avrebbe costretto a ripetere molte cose.

Nulla lega le due vicende narrate, ciò che affratella questi due testi è la presunzione dei loro autori, colpevoli di aver affrontato temi e situazioni esplorati migliaia di volte con la faccia tosta di volerci far apprezzare l’invenzione dell’acqua calda. Valentina Diana ci infligge le pene di una madre alle prese con un figlio adolescente e problematico e Luke Brown ci costringe a subire le pene d’amore di un editor inglese che ha mentito alla fidanzata, la quale l’ha beccato a farla fuori dal vaso e gli ha indicato la strada verso l’uscita dalla sua vita..

Riuscite a immaginare tematiche più abusate? Io no e, paradossalmente, proprio questa convinzione mi ha spinto all’acquisto. Visto che i temi sono ben chiari sin dalla quarta di copertina ho pensato: se case editrici come Einaudi e Mondadori hanno pubblicato due libri del genere deve per per forza significare che gli argomenti sono stati trattati in modo originale, nuovo, con punti di vista concettuali o linguistici o formali o strutturali diversi dal solito, altrimenti per quale motivo farlo? Li ho letti entrambi con attenzione e giuro che il motivo non l’ho trovato.

Oltre a questo, entrambe i romanzi, scritti in prima persona, hanno un tono lamentoso e falso che viene voglia di solidarizzare con il figlio che fa tanto soffrire la mamma e di fare il tifo contro l’editor sperando che il destino si accanisca contro di lui.

La banalità della scrittura si aggiunge a quella delle tematiche rendendo questi due romanzi una sorta di espiazione per il lettore e, in alcuni brani di entrambi, si raggiungono livelli di cattivo gusto e creatività negata che saranno vette inviolabili per chi si vorrà cimentare in futuro.

Luke Brown. La grande bugiaNe “La grande bugia”, come incipit del quindicesimo capitolo, Si può leggere ‘sto capolavoro di frase. Per rendere più precisamente l’idea , va detto che Sarah è la fidanzata che ha doverosamente sfanculato il protagonista. Ecco il masterpiece:

Nonostante il dolore immutabile che provavo ad ogni respiro in questo orribile mondo orfano di Sarah…” Viene da chiedersi se l’autore faccia sul serio o se ci stia prendendo in giro, che altro si può fare? Sembra impossibile che nel 2015 un sedicente scrittore possa concepire frasi del genere, quando l’ho letta non riuscivo a crederci. Per non parlare delle descrizioni sulla “sensualità” di Buenos Aires: quante volte ancora qualche scrittore dovrà riscaldarci questa minestra?

In “Smamma” l’autrice, non riuscendo a trovare altro modo per rappresentare la sensazione di estraneità provata per il figlio adolescente ci condanna a leggere il dettagliatissimo resoconto di un sogno (già di per sé un atto di protervia e crudeltà verso il lettore, ben cinque pagine di agonia letteraria) in cui i marziani gli atterrano nel giardino per riportare su Marte il figliolo.

Con una inventiva del genere si può arrivare ovunque, con un’immaginazione così fervida e ribollente si possono attraversare i confini dell’ignoto. Che arditezza! Che genialità! Sul fatto che questi due romanzi non valgano la carta su su cui sono stati stampati non ho dubbi, le perplessità che mi nascono in testa sono di un altro tipo, sono pensieri che proverò a riassumere in una quadrupla domanda.

Sono gli editori ad aver perso la capacità di giudizio?

I romanzi che arrivano in redazione sono mediamente così scarsi che si pubblica il meno peggio?

Ci hanno preso per deficienti?

Oppure, ipotesi ancor più inquietante: gli editori sanno quel che fanno e distribuiscono in libreria questa robaccia perché è proprio la gran parte dei lettori a voler avere tra le mani questa confettura di cacca?

Se qualcuno ha delle risposte, o almeno delle ipotesi, sarò molto lieto di leggerle, il dibattito è ufficialmente aperto.

rubrica curata da Daniele Borghi

  2 Responses to “Macchie d’inchiostro: letti nel mese di marzo 2015”

  1. Caro Daniele, ho apprezzato più volte dei tuoi commenti su Linkedin, ma quì ci sono due recensioni davvero interessanti:
    Quella su “Luca Poldelmengo. Nel posto sbagliato”, sembra fatta a me, riferita al romanzo “La danza dello sciamano”. In effetti mi sono accorto cha anche nel mio libro ho messo troppa carne sul fuoco, disorientando il lettore.
    Puoi vedere il mio percorso evolutivo sul sito http://www.alfiogiuffrida.com/ , dove faccio da coordinatore ad un Laboratorio Letterario, che si articola sui brani miei e di alcuni altri autori che appaiono nella pagina “Notizie e curiosità” e i commenti sul Forum. Il mio stile si basa sul Verismo Interattivo, ovvero introdurre nel testo dei romanzi degli argomenti culturali o di attualità che il lettore più discutere nel forum dl mio sito, diventando egli stesso “protagonista” della storia trattata nel romanzo.
    Adesso sto provando a riscrivere il testo della mia prossima opera “Il cammino della Speranza”, dopo che l’editor a cui avevo inviato in visione i primi tre capitoli, mi ha detto che erano alquanto dispersivi. Il motivo, immagino, sia lo stesso che tu hai evidenziato nel libro di Poldelmengo.
    L’altra recensione che mi è piaciuta molto è quella su Valentina Diana e Luke Brown. Anche su questo argomento mi sono chiesto cosa ha di diverso un brano di “Cinquanta sfumature ..” o di Fabio Volo, dai molti di autori emergenti pubblicati sul mio sito. Su questo mi piacerebbe un tuo commento sul forum del mio sito, ad esempio nella discussione: “Cosa spinge un lettore a comperare un libro?”. Grazie e complimenti per le recensioni.

  2. COMPLIMENTI VIVISSIMI, le r ecensioni sono molto accattivanti e stimolanti,il sito mi pare ben fatto e completo e soprattutto di alta qualità a livello linguistico- espressivo.

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