Nov 202014
 

Tevere, di Luciana Capretti (ed. Marsilio 2014)

★★★½☆

copertinalibroIl libro prende spunto da un fatto di cronaca reale. Una donna scompare misteriosamente in prossimità del fiume Tevere. Da qui l’autrice, Luciana Capretti, dipana l’intera storia della protagonista articolandola su tre piani narrativi diversi contraddistinti da tre colori: bianco, giallo, nero. Le vicende dolorose della sua vita e delle persone a lei vicine, descritte senza sentimentalismi ma con umana partecipazione, si intrecciano e procedono con i tempi della storia, quelli del fascismo e delle sue guerre. È un bel libro che coinvolge, che una volta letto non si dimentica. Abbiamo incontrato la scrittrice che, con grande disponibilità, ha concesso a noi di slowcult questa interessante e piacevole intervista.

Partiamo dal titolo.

Il Tevere ha una sua parte preponderante all’inizio. Una volta completato il libro mi sono resa conto che fosse il titolo giusto perché, essendo un elemento della natura, segue una logica che rimanda anche al mio primo libro: Ghibli è il vento, Tevere è il fiume, non so cosa sarà il terzo.

E i tre colori?

Sono nati dalla difficoltà che ho avuto nel raccontare una storia sviluppata su tre livelli che mi portavano in direzioni completamente diverse. L’elettroshock e il ricovero ospedaliero. La guerra civile legata al fascismo. La ricerca di una donna scomparsa. Era molto intenso su tutti i piani. Avevo più strade aperte per poterlo sviluppare. La consapevolezza di avere così tanto materiale fa paura. Nel caso specifico mi spaventava mettere le mani sui giorni della guerra civile, che non sono stati mai raccontati se non dagli storici o da persone schierate, di parte, e che quindi hanno riportato solo la loro versione. Ci ho lavorato molto, immaginando di essere presente pur non avendo vissuto nulla di tutto ciò. A quell’epoca la mia famiglia viveva all’estero quindi non avevo neanche memorie familiari a cui rifarmi, avevo veramente paura di entrare in un ginepraio e di essere tacciata di faziosità, cosa che volevo assolutamente evitare. Ma è stato impossibile prescindere da ciò in quanto l’unica spiegazione per la scomparsa di questa donna risiede nel suo passato. Almeno nella mia interpretazione di scrittrice. Nella violenza da lei subita, c’è la violenza su tutte le donne e per raccontarla è stato necessario andare in quei giorni bui. Procedevo con grande fatica, prendevo il discorso da una verso, poi cercavo di raccontare tutto in prima persona, ma ciò mi confinava. A un certo punto ho trovato la soluzione: intrecciare i tre piani narrativi identificandoli con dei colori. Il bianco degli ospedali e dell’assenza, il nero del fascismo e di quel nostro periodo storico. Il terzo, fin troppo didascalico, il giallo del mistero.

Tornando al periodo buio, perché abbiamo ancora così tante remore nell’affrontare questo argomento?

Non bisognava parlarne perché avevamo bisogno di avere degli eroi per poterci presentare al mondo. Gli italiani erano stati fascisti ma anche partigiani, avevano lottato contro i fascisti e i nazisti e quindi questo mito dei partigiani doveva vivere e prosperare. Ed è rimasto così fino a tempi molto recenti quando sono cominciate delle analisi più precise. Ancora oggi comunque non siamo capaci di guardare con la distanza necessaria questa parte della nostra storia dove, a mio avviso, non ci sono tutti i cattivi e tutti i buoni schierati da una parte o dall’altra come soldatini. È chiaro che fascisti e nazisti hanno compiuto efferatezze indicibili che io cerco di raccontare, le faccio intendere, non mi ci soffermo più di tanto. Ma non per questo è detto che tutti i partigiani fossero buoni.

Probabilmente la volontà di esaltare le gesta di chi ha fatto la guerra di liberazione ha fatto si che vincitori e vinti venissero inghiottiti da una specie di “blob” che ha contribuito ad appiattire tutto, per cui anche noi della cosiddetta resistenza e della liberazione non ne abbiamo una reale consapevolezza.

Questo perché se ne parla male, se ne parla poco, c’è anche voglia di rimuovere. In ogni caso io non volevo fare un libro per raccontare la Storia con la S maiuscola. Volevo raccontare una piccola storia, la storia di una donna che è stata violentata. Chi l’ha violentata? I partigiani. Perché? Perché era fascista. Questi sono i fatti. Ho anche cercato di immaginare cosa potesse aver fatto, molto probabilmente la sua unica colpa era quella di essere figlia di un padre aguzzino. Ho scritto un romanzo, non un saggio. Partendo da una vicenda reale, mi sono basata sui fatti e da questi elementi ho cercato di ricostruire. Un elemento era appunto la violenza accertata, le cartelle cliniche. Cosa deve essere successo per sconvolgerla a tal punto da dover ricorrere al ricovero e alle relative terapie? Eppure era una ragazza che aveva vissuto apparentemente felice, seppure in un periodo come quello della guerra. Ad un certo punto si innamora, si sposa, ha una bambina e tenta di suicidarsi. Perché? Ho cercato di entrare nella sua psiche per comprendere il danno subito. E non mi interessa che siano stati i partigiani contro una fascista, potevano essere stati i fascisti contro una partigiana, poteva essere successo in Bosnia o in qualsiasi altra parte del mondo. La storia purtroppo si ripete e infierire sul corpo della donna rimane il mezzo per vendicarsi più malvagio e immediato. A me interessava raccontare la violenza subita e i danni che ciò comporta. Un discorso antico ma anche contemporaneo. Questo è quello che mi interessava far emergere in questo libro. Le conseguenze dell’azione in sé. Ciò che non si immagina leggendo un fatto di cronaca. Leggiamo sui giornali quotidianamente notizie del tipo: hanno ucciso 4 donne curde, le hanno decapitate, sgozzate, e altro. Ma che cosa c’è dietro? Tutte queste sarebbero storie da raccontare. Ognuna ha dei figli, un marito, una vita dietro, una madre, la gente che soffre, il dolore. Io ho preso una storia e l’ho raccontata.

Soprattutto hai fatto un esempio di tutto quello che non rientra nella contabilità delle notizie di guerra

È la possibilità che ci offre la narrativa rispetto al giornalismo. La possibilità di illuminare qualcosa. Ed è importante che siamo qui a discuterne. Mi auguro di essere riuscita a puntare una piccola luce su una piccola storia e quindi a far riflettere chiunque l’abbia letta. Questa è la forza della narrativa. Con il giornalismo è più difficile perché il suo scopo è quello di dirti: hanno ucciso quattro donne. Andiamo avanti. Domani che succede? Va subito oltre l’accaduto per dare spazio ad altre notizie. E invece io posso soffermarmi, mettere una lente di ingrandimento e costringerti a guardare proprio li dentro.

Ci costringi a guardare nel microscopio tutti i particolari di una storia, intensa e complessa, che comunque riesci a racchiudere in meno di 300 pagine

Non riesco a scrivere 300 pagine, è superiore alle mie forze. Non sono una scrittrice prolifica. E soprattutto per me lo scrivere non è un processo immediato. Lo stimolo non viene dall’esterno, ma dall’interno. Incamero delle situazioni, le metabolizzo, le lascio decantare. Quando sento l’esigenza di scrivere allora tiro fuori tutto. Ma nel frattempo il materiale  è stato processato, scarnificato, viene fuori solo l’essenziale. E l’essenziale può essere anche rappresentato da semplici particolari, come fossero delle pennellate. È quello che la mia memoria ha ritenuto opportuno conservare. Non è quindi un processo istantaneo, non è una descrizione naturalistica e voluminosa ma una descrizione sintetica ed incisiva in cui le emozioni prendono il posto dei ritratti, dei dettagli. Racconto una sensazione andando oltre l’apparenza e la superficie, puntando direttamente alla sostanza. E la sostanza è l’essenza, scarnificata di tutti i fronzoli. Non servono gli aggettivi, i verbi, le virgole. Diventa un discorso interiore, un flusso di coscienza. Non riesco a scrivere dopo una giornata di lavoro, quando sono stanca, perché la mia coscienza è annientata. Ho troppe cose nella testa, prima va ripulita e per fare ciò mi ci vogliono settimane. Tutte le parole che ci stiamo scambiando adesso per me sono una folla che va smossa. Questo è il motivo per cui riesco a scrivere solo in vacanza. Prima dedico del tempo a respirare, disintossicarmi. Poi quando ho eliminato appuntamenti, folla, incontri, parole, impegni e tutto ciò che è superfluo, allora riesco a riprendere un contatto con me stessa e a capire cosa c’è dentro di me che vuole venire fuori.

Non è in contrasto col tuo lavoro da giornalista?

Totalmente. È una scrittura completamente diversa. Voglio però raccontare un aneddoto curioso. Ho ricevuto molti rifiuti su questo libro. Il primo di questi mi ha ferita particolarmente perché, tramite un agente al quale mi ero rivolta mi è arrivata una risposta di rifiuto motivata dal fatto che aveva trovato il libro di taglio troppo giornalistico. Ho capito che non lo aveva neppure letto ma si era appellato alla prima scusa plausibile, avendo appreso dal mio curriculum che ero una giornalista. Al contrario posso dire che non c’è proprio niente di giornalistico in questo libro, un giornalista scrive di corsa, ha tutto un altro approccio. Il mio modo di scrivere è quello di cercare, di andare a fondo. Ed è il motivo per cui ho trovato grande difficoltà agli inizi nello svolgere la professione di giornalista. Ho bisogno di andare a fondo e per farlo ho bisogno dei miei tempi.

Un approccio slow, insomma.

È una questione di tempo ma anche di modo. Ho scelto di fare la giornalista perché mi sembrava troppo difficile fare la scrittrice, anche se sin da ragazza è sempre stato il mio sogno. Lo vedevo però come un sogno impossibile, al quale non sarei mai arrivata e quindi ho pensato che fare la giornalista sarebbe stato un percorso più fattibile. Ora sono una giornalista, ho imparato la tecnica, ho acquisito la professionalità. Ma ancora oggi quello che mi piace e mi tormenta, perché non è una cosa facile, è fare la scrittrice.

Intervista di Fabrizio Forno e Claudia Giacinti

Un ringraziamento particolare a Bruna Feirri

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