Mar 122017
 

(Ibexhouse – distribuzione Audioglobe – 2017)

★★★★☆

Ant LionPer molti il termine Art Rock può apparire piuttosto vago e generico, un confuso calderone nel quale inserire sonorità e formazioni difficilmente accostabili. Cercare punti in comune tra i deliranti sketch surreali delle Mothers of Invention e il post punk apocalittico dei Killing Joke appare un’impresa assai ardua.
In realtà il fulcro di queste associazioni è da individuare non tanto nelle soluzioni musicali, quanto nel tentativo di costruire un linguaggio compositivo il più libero, contaminato e sconfinato possibile, senza timori e limiti di alcun genere.
Utilizzato non poi così frequentemente in passato, al giorno d’oggi sono davvero pochissime le band che possono rientrare in questa catalogazione. Gli Ant Lion, qui al loro debutto, sono senza dubbio una di queste.

Sin dall’opener “No Belly” le coordinate in cui i quattro musicisti ci trascinano nel corso di tutto il lavoro si spingono nelle direzioni più disparate: il Rock in Opposition degli Art Bears, depurati della loro componente cabaret in favore di un piglio post-punk più accentuato, va a confluire con il Frank Zappa rumorista di Lumpy Gravy. Sentieri seguiti anche nella successiva “Hyphno Hippo”, che ci porta a “Last Day of Night”, probabilmente il capolavoro dell’album. Se già nelle due tracce precedenti la cantante Isobel Blank aveva sprigionato tutto il suo fascino, nell’apertura di questo brano la sua interpretazione, così evocativa e struggente, mostra una personalità eclettica come poche, quasi una Robert Wyatt al femminile, supportata da un organo che porta a un lungo cambio conclusivo in cui i Tortoise e i Portishead incontrano gli XTC più romantici.

E se in “Two Needles” i Made Out of Babies si disfano delle loro distorsioni in favore di ritmiche alla Mars Volta, “The Head Upstair” mostra invece il lato più pop degli Ant Lion, sempre all’insegna di una destrutturazione dei generi mai fine a se stessa. “Stay Dog, Still God” potrebbe poi benissimo essere stata registrata durante una delle tante Desert Sessions capitanate da PJ Harvey. Appaiono invece un po’ incerte sulla direzione da prendere le successive “Nap”, “Keep Your Enemies Closer” (sicuramente la migliore del lotto, quasi una rilettura stralunata di “A Night in Tunisia” eseguita dai Talking Heads in una pausa di registrazione da Remain in Light) e “Ashtray’s Anarchy”, ma senza intaccare minimamente l’originalità e la peculiarità della band.

Nella chiusura, il Rock in Opposition più moderno torna prepotentemente alla ribaltà; i mai troppo amati-lodati Sleepytime Gorilla Museum di “Ablutions” sono davvero dietro l’angolo, portando alla conclusione un lavoro che stupisce e esalta come raramente capita in Italia, a confermare come le realtà nostrane siano in grado di portare avanti discorsi e linguaggi tutt’altro che peculiari unicamente di band straniere. Alla luce di prodotti del genere verrebbe quasi voglia di proclamare un nuovo manifesto, come quello che venne lanciato nel 1978 da Chris Cutler e dai suoi Henry Cow: “L’indipendenza è un primo passo valido solo se seguirà una rivoluzione”. Gli Ant Lion hanno tutte le carte in regola per attuarla. “A Common Day Is Born”, eccome.

Recensione di Federico

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