Feb 052013
 

BandaJorona – Mettece Sopra (Goodfellas 2012)

★★★★☆

Se il primo lavoro “Romana” raccontava le storie d’amore, carcere e coltello, dei classici della musica romana, con “Mettece sopra” (Goodfellas 2012) la BandaJorona attraverso un’attenta ricerca musicologica e una potenza espressiva del linguaggio più che mai vitale, ci restituisce una fotografia della Roma di oggi. Lavoro solido, ricco di partecipazioni e invenzioni linguistiche che a distanza di quasi un anno dalla sua uscita, non ha ancora esaurito la sua dirompente forza espressiva. I brani arrivano al cuore ed alle viscere di chi ascolta grazie alla intensa voce di Bianca Giovannini e alla melodia costruita su arrangiamenti particolarmente curati e ben eseguiti, alternando composizioni originali a brani tradizionali, ripresi dal prezioso lavoro di Graziella di Prospero, come la bellissima Angelina che apre il lavoro. Il dialetto come mezzo espressivo più autentico, voce dell’intimo e dell’anima. Abbiamo avuto occasione di una piacevole e stimolante conversazione riguardo l’album e più in generale l’universo della Banda con Bianca Giovannini, cantante e Ludovica Valori, polistrumentista ed autrice di alcuni brani del CD; ecco un estratto della lunga chiacchierata.
Slowcult: Perchè l’uso del dialetto romano? Magari perché un’affermazione in dialetto sembra essere più vera, o forse perché sentite l’esigenza di tramandare la tradizione, in una città dispersiva che sembra poco attenta a mantenere in vita questo aspetto della cultura?

Ludovica Valori: in quanto autrice posso dire che il dialetto mi permette di esprimere cose che io sento più spontanee, più originali; io uso un dialetto semplice, che assomiglia a quello che ascolto per strada, ma poi ci sono altri modi di utilizzo: ad esempio il poeta Pier Mattia Tommasino, autore dei testi di alcuni brani presenti sul CD che è di certo più ‘pasoliniano’, ovvero utilizza un dialetto più inventato, usando parole che sembra che esistano ma che in realtà sono da lui create, e forse è proprio questo il bello del dialetto, che lo puoi far evolvere, usando anche termini ormai inutilizzati e farli rivivere; non che ciò non sia possibile anche con la lingua italiana, io stesso scrivo anche in italiano, ma per la musica popolare sembra proprio essere la scelta più azzeccata.
Bianca Giovannini: Il dialetto resta uno strumento facilitante; che consente maggiore immediatezza. E’ la lingua con cui ci si esprime normalmente, e forse consente questo ‘arrivare prima’, fotografare con maggiore nettezza, caratteristica particolare qui a Roma, con la battuta fulminante che ti ‘ammazza’ con un commento. Più in generale direi che da musicisti spesso non si fanno dietrologie o ragionamenti a tavolino, si fa quello che ci si sente di fare: è vero, noi siamo partiti da una ricerca sulla tradizione , ma non è mai stata nostra intenzione fare da ‘portabandiera’ della tradizione, poi ovviamente viene spontaneo avere i piedi nella tradizione e la testa nella città contemporanea, che noi fortemente vogliamo raccontare, in quanto molto presenti ed attenti nella realtà che ci circonda; non ci piace l’aspetto nostalgico, né l’emulazione di un passato che ci interessa, ma non per ricalcarlo e riproporlo, nonostante le nostre basi siano profondamente radicate nella tradizione, anche come scelta degli strumenti e dei suoni, semplicemente siamo folk, popolari ma non in senso, come dire?, accademico.

S: Riguardo ad uno dei temi, dei soggetti delle vostre canzoni: da dove nasce questa vena che tende al tragico, ai fatti di sangue e di cronaca nera, di ‘fattacci’? Come mai nella tradizione romana c’è una sorta di predilezione per i temi truculenti e sanguinolenti? Soprattutto in contrasto con il vostro atteggiamento personale, così estroverso e solare e non tendente al lugubre.

BG: Il riferimento ad ‘Angelina’, pezzo tradizionale da noi ripreso e basato su una cronaca reale, riguarda un grande classico della cultura popolare, la figura del cantastorie che racconta delle storie ‘ad effetto’; un po’ quello che tuttora accade col TG4, che basa il proprio ascolto proprio sulla cronaca nera, o come un Vespa che ti fa il plastico della villetta e fa il pienone di telespettatori: catturare l’attenzione con l’argomento più truce che può, la Baronessa di Carini, er Barcarolo ripreso da uno studioso quale era Romolo Balzani, o, appunto la nostra Angelina, assieme a storie di briganti o di anarchici bombaroli. A Roma c’era il ‘Sor Capanna’ che raccontava queste cronache in musica, vendendo poi i libretti col riassunto della vicenda, che chi poteva leggeva o si faceva leggere per rivivere a casa l’emozione dell’ascolto.

S: Di questa Roma del Sor Capanna, della tradizione orale, delle cronache dal carcere e dal fiume, cosa rimane oggi, cosa è sopravvissuto?

LV: Penso che Roma sia un qualcosa che si apre e si contamina continuamente, per cui c’è il vecchio ma c’è pure un nuovo che si sovrappone e si unisce. In questo senso Roma è stata sempre una città accogliente. Un po convivono certi aspetti del passato, anche per forza di cose, per la presenza delle occorrenze, delle vestigia del passato, che sono cose che poi noi stessi come romani ce l’abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, fanno parte di noi, poi è quello che ti dà quel linguaggio, quel modo di vedere le cose un po cinico, il nostro cinismo non si può nasconderlo.
BG: e questo non riguarda la nascita, si può approdare in questa città…Roma acquisisce te e da lei in qualche modo acquisisci l’aria, per esempio a me è successo con la musica romana: scopri che magari a casa tua non si è mai sentita quella musica, la si è sempre considerata non dico robaccia ma insomma comunque musica di poco conto. Chi ha 50/60 anni disprezzava la zampogna, mentre adesso chi è più giovane riscopre e rivaluta, torna ad apprezzare, quando invece una o due generazioni fa…
S: Stiamo parlando comunque dell’epoca in cui le campagne si svuotavano, quindi tutto quello che era campagna era vecchio, antico.
BG: Quindi anche la musica romana è stata considerata per un po di tempo molto roba marginale, non significante, però anche non volendo questa romanità te la ritrovi poi da qualche parte, ti rispunta. Ti scappa fuori, e questo vale per tante persone, nell’attitudine corporea, nella postura quando litighi con qualcuno, nella gestualità, ti torna. Oppure ti commuovi ad una canzone che veramente è aliena eppure in qualche modo la senti tua. Questo è buffo perché poi nel pubblico, non solo nostro ma anche di altri gruppi vedi questa eterogeneità, per cui trovi dal ragazzo che ha sentito solo il reggae, al vecchietto che invece magari si ricorda in prima persona e i bambini. Io ho dei bambini che cantano le canzoni mie, è come un’ appartenenza, però non è un’ appartenenza gregaria o come dire Roma centrata. BandaJorona ha iniziato il primo percorso a Milano, dove c’era un forte legame con l’ambito carcerario, l’ambito folk di una Milano che non esiste più. Di Roma devo dire che sto vedendo invece… delle sopravvivenze, si direbbe in termini archeologici, e sono forti. Adesso addirittura si stanno rivalutando. Gente che ha fatto questa cosa da sempre adesso all’improvviso scopre che è di nuovo popolare.
S: Avete citato Milano, che cosa succede quando suonate fuori Roma, che cosa vi aspettate, quali sono le reazioni?
BG: Diciamo che non ci sono grandi difficoltà di comprensione, certo uno non sa cosa vuol dire sola. Il dialetto romano è molto succube dei mass media, ad esempio ci sono i Cesaroni, purtroppo un certo tipo di comicità, ci sono delle cose che sono passate oppure anche Alberto Sordi. Non è un dialetto particolarmente complesso, non è il genovese, non è il torinese.
S: Io parlavo anche dell’astio che certe volte c’è nei confronti del romano…
BG: Mai visto! Piuttosto si aspettano altre cose, una romanità più pesante, oppure è troppo positiva, passa la macchietta. Non vedo ne un problema legato alla comprensione del dialetto, né è così importante comprendere tutto completamente e vedo invece un grande afflato. Poi c’è la grande eredità che cementa tutto, tipo Gabriella Ferri, che è stato un elemento molto particolare, molto peculiare: quando facevo ‘Sempre’, a Milano la gente la cantava, tutti la sanno sempre, pure i sassi. All’improvviso vedi che la differenza proprio non ha rilevanza.
S: Quindi questo vi aiuta anche, non è così difficile trovare delle scritture fuori Roma.
BG: È difficilissimo trovare delle scritture fuori Roma, non è una questione di romanità ma di crisi, puramente economica, politica di un’attitudine anticulturale tipica di questa nazione provinciale in cui viviamo.
LV: Viviamo in una parte dell’Italia in cui non è che si muova molto la situazione musicale. Già da Firenze in su c’è un ambiente culturale più attento, anche più bendisposto… ci sono più soldi detto brutalmente
BG: Nel nord Italia tutto è legato alla coreutica se c’è l’aspetto della danza sicuramente… noi paghiamo più scotto sul fatto di essere melodici, melodico-narrativi.
LV: A Roma c’è una tradizione di poco ritmo perché c’era il Papa e non si poteva troppo fare cagnara. Inoltre la musica romana tradizionalmente non è molto ritmica, e quindi è difficile far ballare la gente. Chi scrive canzoni romane oggi magari le fa diverse, non è che la nostra musica originale sia ferma. Inizialmente la musica romana non ha molto ritmo, forse perché è melodica
S: Il disco è uscito da quasi un anno, già avete qualcosa di nuovo che avete provato o che è in cantiere: quali sono le vostre idee per l’anno in divenire?
LV: In questo periodo dell’anno un po’ tutti gli artisti cercano di capire meglio quello che devono fare, in realtà è un periodo morto più che un periodo vivo.
BG: Noi quattro anche rispetto a altri siamo molto artigiani, degli ebanisti…io mi sento molto artigianale e quindi ho l’impressione che noi siamo molto legati a questo meccanismo della vita da musicista, da artista. Considera che il disco è uscito ad aprile e quindi noi siamo esattamente nel giro di boa, con Daniele (Ercoli, contrabbassista e coautore, NdR) avevamo chiacchierato di costruire uno spettacolo teatrale, cosa che abbiamo anche già fatto tra le altre cose, però è un impegno molto arduo, con Désirée Infascelli e Ludovica scriviamo i pezzi, ci vediamo ci sentiamo. Per adesso io mi sento ancora totalmente in promozione disco.
LV:Questo tipo di dischi non sono i dischi che tu l’anno dopo ne fai un altro, anche per il tipo di lavoro che comporta creare un disco di questo genere. Essendo noi completamente indipendenti, quando non hai una produzione e devi fare tutto da sola è molto bello; fai un lavoro immane, però sei libero ed è una cosa stupenda. Il prodotto che hai, almeno noi lo speriamo per il tipo di disco che è, non si può però esaurire in un anno, non deve, significa che è sbagliato qualcosa. Lanciato è stato lanciato adesso c’è una fase in cui ne parli con le persone…
BG: Anche portandolo live, ci sono dei contesti in cui suoni i pezzi più nuovi e innovativi differenti come linguaggio musicale, altri in cui ritorni un po’ sulla parte più tradizionale, folk… io mi sento ancora pienamente in questa fase di promozione, di spinta, assestamento. Il vecchio disco, poi, sento che non mi rappresenta ma da molto tempo
LV: Ci sono molti pezzi che noi facciamo che non sono su nessuno dei due sui dischi, che cosa fare secondo me è una cosa che poi viene fisiologicamente.
S: La prima volta che ci siamo sentiti mi parlavi proprio di democrazia partecipata, quindi se la cosa viene vissuta in questa bellissima maniera evidentemente la condivisione di un’idea, di un’aggiunta, di un qualcosa da rimuovere, non può venire da uno solo di voi…
BG: Deve essere un’esigenza collettiva sentita da tutti. Ad esempio se succede che qualcuno affermi “questa non la voglio suonare più”…
LV: Penso che in tutti i gruppi succeda, siamo umani non siamo delle macchine. Non ci piace portare il pubblico dalla nostra parte facendo la canzone che gli piace che non ce la facciamo più a farla. Siamo disposti anche ad affrontare la gente che vuole ” il barcarolo” e tu dici no, magari proponendo altre cose più nuove: questo è un atteggiamento che paga in genere. Fare le cose controvoglia non porta da nessuna parte, tanto siamo già abituate a fare una vita difficile, per cui non è che ci cambia qualcosa.
BG: E’ talmente tanto difficile che almeno la libertà è quella di scegliere questa cosa mi va di farla la faccio, se non mi va, non la faccio, almeno questo lasciatecelo!.
S: Il vostro organico mi sembra bello solido e non necessitante di ulteriori contributi: sul disco ci sono delle ospitate molto illustri, molto importanti, che certamente fanno la differenza in certi casi, però la struttura così come la avete organizzata voi è sufficientemente snella da potervi permettere anche di suonare …però ecco è anche vero che per certi versi in futuro potrebbe essere anche un limite per quello che riguarda la composizione dei brani

BG: Per quanto riguarda l’organico, la storia è molto articolata, da Milano mi sono poi spostata a Roma e ho cominciato…a Roma avevo una serie di amici più che collaboratori, perché noi siamo sempre stati prima questo e poi il resto, quindi mi pare Désirée, poi Daniele e questa cosa poi si è andata sempre più consolidando come percorso. Poi c’è stato un periodo che eravamo un quintetto stabilmente c’era un’altra donna che suonava il clarinetto e il clarinetto basso, perché nel primo disco c’era questo contributo, poi per una serie di percorsi personali la clarinettista ci ha salutato, ci siamo ritrovati in quattro ci siamo guardati cosa facciamo, cerchiamo?
LV: Perché poi avevamo avuto sostituti, tu considera sempre sostituti, contributi, persone, anche belle avventure arrivi e partenze. C’è anche comunque una attitudine nostra al polistrumentismo che fa sì che comunque Désirée suoni il mandolino molto bene, il mandolino è una cosa molto particolare nell’organico.
BG: Ludovica ad esempio suona il trombone quindi lo strumento a fiato dominante è diventato il trombone, poi a me piace tanto la fisarmonica, io continuo a pensare che a me non solo piace il suono ma mi piace proprio lo strumento. Mi piace perché con la fisarmonica puoi fare proprio tutto. Puoi avere la parte ritmica, puoi avere una potenza sotto, puoi stare da sola, voce e fisarmonica e già sei relativamente completo. Poi ha mille suoni. La fisarmonica sia come strumento, sia come registri in realtà può avere molte atmosfere, puoi fare dei rumori, a volte ci capita di usare la fisarmonica facendo dei colori, può essere rock, può essere quasi punk, puoi fare quello che ti pare. In conclusione, adesso l’organico è questo, ci siamo interrogati tante volte su percussioni, su altre cose e la risposta è stata no!
LV: Sai poi comunque quando hai un ospite che ti viene a suonare, in quel senso ci divertiamo tanto. Per ora altre integrazioni fisse non ci vengono in mente.
S: Tornando al discorso dei temi, dei testi delle atmosfere, abbiamo riscontrato una centralità del tema dell’assenza il rimpianto di quello che non c’è più. Quello che accomuna il rebetiko, il tango, la morna, il fado. se ci pensiamo bene anche a livello di strumentazione abbiamo citato dei generi musicali che come base hanno la vostra…

LV: Una contiguità con alcuni generi che spesso vengono pure accostati al nostro. E’ pure un po’ il tipo di musica che in genere abbiamo ascoltato e che ci piace, l’abbiamo sufficienemente esplorata e questo traspare. È anche un discorso un po più di tematiche che ci sono in questi generi.
BG: E forse è anche qualcosa che è legata a Roma. Questa nostalgia per qualcosa che irrimediabilmente va fuggendo…. (questi sono i testi che scrivevo dieci anni fa e che ancora riciclo…)

S: La memoria, oltre al brano sulla resistenza, non disperdere il patrimonio culturale, prendere tutto il lavoro di Graziella Di Prospero, questo è molto importante per voi da quello che si intuisce nei vostri lavori, continuare a portare avanti il bagaglio culturale legato alla memoria.
LV: Le canzoni poi sono anche il diario di quello che ti succede, noi ci rendevamo conto che molto spesso ci chiedevano le canzoni della resistenza, però era quella delle montagne del nord, e c’era poco la resistenza della città di Roma che c’è stata invece, eccome. Alla fine è stato naturale pensare alle persone che incontravamo, i racconti che ci facevano e creare una specie di sunto di quello che ci veniva raccontato… una specie di canzone diario.
BG: Perfino “La regina der Pigneto” , che parla di altri tipi di memoria. Daniele ha fatto la fotografia di un quartiere popolare in grande trasformazione che però credo stia riuscendo in qualche modo a resistere strenuamente alla gentrification.
La Di Prospero, certo, la memoria certo. Io non so se è una deformazione professionale, oppure se è una nostra attitudine come individui, quello che diciamo è la tradizione non è voler per forza trascinare la tradizione ai giorni nostri, però i piedi fissi nel passato bisogna averceli con cognizione di causa. La memoria è fondamentale ma noi (noi italiani) soffriamo moltissimo di questa problematica della dimenticanza, anche individualmente: io personalmente ogni tanto mi ricordo gli stati emotivi di qualche anno fa, faccio esercizio di memoria emotiva; credo sia abbastanza sano ogni tanto tornare e cercare di ricordarsi il perché delle scelte, parlo di una nazione, di una città: va fatto costantemente. La Di Prospero è un patrimonio… era stata questa cantantessa, testimone, giornalista, femminista, personaggio a tutto tondo. Tutti che la osannavano, io l’unico pregio che ho avuto è stato alzare il telefono, dopo aver un po’ smanettato su Google e ho scoperto che lei era viva, malata, lo è tuttora e ancora adesso quando è lucida ci fa i commenti ai brani. È l’unica cosa che ho fatto: sono passata semplicemente all’azione. Nell’epoca della tecnologia e della reperibilità infatti… il paradosso è proprio quello che tu tante volte più mezzi hai e meno sei portato all’azione diretta. Forse in quel senso la memoria diventa importante.

LV: La memoria è soprattutto anche azione secondo me. Non è soltanto pensare o attaccarsi ad una nostalgia, poi appunto se una persona è ancora viva allora vai a vedere qual è la sua vita adesso chiedersi che cosa….cerca però in maniera attiva, non solo così idealmente.
Questo l’abbiamo sempre un po’ fatto, noi le domande ce le poniamo poi a volte riusciamo a rispondere a volte no; complessivamente siamo stati sempre attenti. È una caratteristica nostra, ma anche degli altri gruppi di cui facciamo parte. È l’unica attitudine che ti può fare andare avanti.

BG: Dove andiamo?
LV: Anzitutto andiamo proprio alla fonte delle cose, non accontentandoci di rielaborazioni.

Recensione ed intervista del Signor Giù con Fabrizio Forno

  One Response to “BandaJorona: Mettece sopra – Intervista esclusiva”

  1. [...] piacevole chiacchierata con Slowcult a proposito dell’album “Mettece Sopra” … e di tante altre [...]

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