Nov 222018
 

Aversa, 26/28 Ottobre 2018

Apremio bianca d'aponte 2018versa è una città della provincia di Caserta, al centro di quella zona che, detta un tempo Campania Felix, è stata oscurata e retrocessa negli ultimi anni da devastanti fuochi di rifiuti tossici, ed è oggi tristemente nota per essere nella lista nera dei comuni più inquinati d’Italia. Pochi quindi i motivi che possono spingere un turista curioso ad approdare in questo luogo, malgrado un centro che, nella fatiscenza e incuria generale, conserva ancora, nelle mura antiche, nelle numerose chiese e nelle facciate dei palazzi signorili, tracce evidenti di un passato molto più nobile e luminoso. La periferia poi è una delle più orrende che abbia visto, con palazzi così brutti che solo la cattiveria può averli progettati e fatti erigere a “maleficio” dei residenti. Che pure a speculare si potrebbe avere almeno un po’ di buongusto.

Eppure, è il bello della vita e la sorpresa a questi accadimenti si moltiplica, anche luoghi tanto sfigati possono nascondere meraviglie, ed è per uno di questi miracoli che il treno da Roma mi ha depositato, il mattino del 26 ottobre, sulla banchina della stazione di questa città. Qui infatti da quattordici anni si concentra, per due incredibili giornate, quanto di meglio la canzone d’autore al femminile possa offrire in Italia, tanto soddisfacenti queste due giornate da stemperare con garbo bonario il grigiore del mattino della ripartenza.

Sto parlando del “Bianca d’Aponte”, premio alla memoria di una fanciulla vocata per la musica, dotata di profondità e leggerezza rare, stroncata da un male a soli 23 anni appena un attimo prima di prendere il volo.

I genitori, persone belle, si sono dedicati da allora a questo premio, riuscendo a costruire una bolla di consapevole armonia che ammalia chiunque ci finisca dentro anche solo per caso. Non si respira aria di avversa competizione sul palco e dietro le quinte, non c’è passerella all’esterno, tutto scorre semplice e piacevole, unico beneficiario di tanta grazia lo spirito collettivo dei presenti.

E poi la musica, tanta, ottima, ben suonata e cantata, tra partecipanti e ospiti eccellenti, per due serate da conservare come preziose manifatture di straordinaria perfetta semplicità. Sembra troppo? Non lo è.

Simona_molinari_per-webParto dagli ospiti delle due serate, tutti più che eccellenti, da Giovanni Block, che ogni volta ad ascoltarlo, così diretto e vero, uno si domanda come possa fare l’ascoltatore medio a negarsi tanta grazia; Giuseppe Anastasi e la sua ironia amorosa; uno serie di set tra i più belli che sia dato ascoltare, a cominciare dalla sorprendente Marina Mulopulos che, forte di una doppia appartenenza italo ellenica e di una vocalità straordinaria, con una mimica facciale sempre nuova, ha catturato corpi e menti col suo magico viaggio tra misteri e miti; le quattro SeseMamà, che sono riuscite a dare con mirabili armonie vocali abito nuovo alle sonorità e al cantato partenopeo; l’altra stupefacente esibizione dell’Orchestra di Piazza Vittorio alle prese nientepopodimeno che con il Don Giovanni di Mozart in una riuscita versione rock, da non perdere assolutamente nella tournée che li riporterà a Roma; Petra Magoni posseduta ed esuberante; Elena Ledda che ha trasportato una ninna nanna di Bianca nella Sardegna dei nuraghi in una dimensione d’ascolto senza tempo; Carlo Marrale e l’epocale leggerezza dei Matia Bazar; Simona Molinari madrina e ottima performer nell’attualissima “Bacarozzo re” sempre di Bianca, malgrado un fastidioso mal di gola; Rossana Casale e Kaballà (quanto amo ancora il suo “Petra lavica” di tanti anni fa) in omaggio a Rosa Balistreri; Joe Barbieri amorevole e sognante.

La competizione vera e propria ha visto in campo dieci concorrenti ed è stata vinta meritatamente da Francesca Incudine, autrice di uno degli album più belli dell’anno, una spanna sopra tutte e già in volo verso cieli diversi. I due brani proposti nelle due serate, “No name” soprattutto, con la drammatica descrizione dell’alienante lavoro di sfruttamento femminile finito nel 1929 nel rogo della fabbrica tessile, mostrano una cantautrice consapevole, capace di gestire con sensibilità elaborazioni e tempi, e quei pochi minuti sono sufficienti per capire la maturità evoluta dell’artista. Meritano però menzione speciale anche la napoletana Irene ex equo per la giuria di qualità con “Call center”, brano che centra il problema del precariato con ironia e poesia; Meezy, giovanissima, diretta, verace, coinvolgente nella sua introspettiva “Temporale”; Kim, con la proposta musicale più coraggiosa per melodie elettropop che rompono lo schema classico strofa ritornello.

Francesca IncudineE’ stato l’anno del passaggio di consegne della direzione artistica, per volere del fato, da un Avion all’altro, da Mesolella a Spinetti, senza soluzione di continuità.

Un’amministrazione attenta dovrebbe curare con oculatezza manifestazioni tanto belle come questa, non limitarsi a una elargizione minima annua che sa di gettito a pioggia e di indifferente contentino. Il Bianca d’Aponte è ormai di valore internazionale, gli si deve sostanziale rispetto vieppiù oggi che la qualità, in ogni espressione, sta diventando merce rarissima. E’ impossibile non accorgersi della luce che l’eredità di una fanciulla come Bianca riesce a emanare su tutta la città. Lei voleva cambiare il mondo, era anche volontaria di Emergency. Ci sta riuscendo.

Per parafrasare un grande poeta, anche nella terra dei fuochi nascono fiori. Ci siamo capiti.

Al prossimo anno, il quindicesimo.

 

Alberto Marchetti

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