Mar 062020
 

Roma, Monk Club, 26 febbraio 2019

★★★★☆

algiers 052 (Copia)Terzo album appena uscito e terza visita nella Capitale in tre anni per gli Algiers. La band di Atlanta torna al Monk di Roma per promuovere il nuovo “There Is No Year”, uscito come i due precedenti per la sempre attenta Matador Records, da trent’anni una delle case del miglior rock indipendente e alternativo americano, avendo pubblicato lavori di gruppi come Sonic Youth, Yo La Tengo, Unsane, Queens Of The Stone Age e Pavement.

Quando il locale di Portonaccio comincia a riempirsi è già annunciata da qualche ora la cancellazione del concerto previsto per giorno successivo a Milano, a causa dell’emergenza Coronavirus. La data di Roma fortunatamente non ha subito la stessa sorte e la risposta di pubblico non si fa attendere.

Il compito di aprire le danze è affidato ad Esya, il progetto solista di Ayse Hassan, bassista delle Savages (altra band di casa Matador): la sua musica è un’elettronica fatta di densi tappeti di sintetizzatori e arpeggiatori, sui quali Esya canta con tono suadente e un po’ sinistro, in equilibrio tra atmosfere vagamente psichedeliche, bassi profondi e ritmi ossessivi e ballabili. La sua mezz’ora di concerto è un buon antipasto per quello che avverrà sul palco di lì a poco, ma non regala momenti particolarmente memorabili e scorre via senza scossoni.

Tutta un’altra faccenda il concerto degli Algiers: introdotti con un drone generato dal sax di Lee Tesche, che si dedica anche alle chitarre, salgono sul palco anche il batterista Matt Tong (ex dei Bloc Party), il bassista Ryan Mahan, che si occupa anche di synth e campionatori e per ultimo il cantante, chitarrista e tastierista afroamericano (è un dettaglio rilevante!) Franklin James Fisher, purtroppo visibilmente debilitato da tosse e influenza, e che quindi faticherà non poco durante il concerto, cercando di dosare gli sforzi della voce. Ad affiancare il quartetto in un angolo del palco anche un misterioso quinto membro che si occupa di qualche percussione e dei cori.

Avere lo straordinario Fisher a mezzo servizio non sembra intaccare più di tanto l’energia della band sul palco, merito della forza sprigionata da un sound unico, frutto di un’inaudita fusione tra bianco e nero: una freddezza new wave/no-wave e industriale che incontra il calore del gospel e del soul, il tutto mescolato con un po’ di elettronica possente e dissonante e sparato fuori con intensità figlia del punk, per veicolare testi esplicitamente politici, dichiarati strumenti di lotta contro tutte le ingiustizie della nostra epoca.

algiers 043 (Copia)Si parte con la title track di “There Is No Year”, che gira su un’unica nota, ma ha una batteria molto più potente rispetto alla versione in studio, e svela subito la bellezza e l’efficacia del call and response tra la voce di Fisher e i cori dei suoi sodali, caratteristica comune di molti brani. L’album di recentissima pubblicazione è l’inevitabile protagonista della scaletta: si spazia tra le aperture melodiche dei ritornelli di “We Can’t Be Found”, del singolo “Dispossession” e del pop apocalittico di “Hour of the Furnaces”, la leggera ma ossessiva “Unoccupied” e l’assalto all’arma bianca della tiratissima “Void”.

“There Is No Year” è un album sicuramente più disteso e accessibile dei suoi predecessori: mette un po’ da parte l’urgenza e la claustrofobia del folgorante esordio “Algiers” e la rabbia incendiaria del secondo lavoro “The Underside Of Power” (prodotto da Adrian Utley dei Portishead), scegliendo un’atmosfera più malinconica e cupa e un respiro più ampio ed elegante. Le versioni dal vivo risultano però piene e potenti e non fanno calare la tensione del concerto anche nel confronto con gli altri brani in scaletta, come l’incalzante “Cry Of The Martyrs”, che sembra un canto di battaglia sulle barricate di una rivoluzione urbana, o “Cleveland”, uno spiritual in salsa dark in cui una linea vocale disperata e liberatoria si innesta su un possente groove che scatena le danze del bassista Ryan Mahan, l’unico dei quattro a cercare un’interazione diretta col pubblico.

I riferimenti politici degli Algiers sono espliciti al punto che “Walk Like a Panther” inizia campionando un discorso di Fred Hampton, uno dei leader delle Black Panthers: “But when I leave you remember I said, with the last words on my lips, I am a revolutionary.”. E in tutti i brani i temi della lotta sociale, del razzismo, della violenza della polizia, della durezza della vita nel tardo capitalismo contribuiscono a dare un senso ad un suono che prova con convinzione ad essere altrettanto rivoluzionario. Ma è fortissima anche la componente spirituale: battimani (reali e campionati) e tamburelli da coro gospel distopico dominano la frenetica “Black Eunuch” e la scurissima “Blood” (unici due brani pescati dal disco d’esordio), mentre “The Underside of Power” inizia pensando ai Suicide e stupisce con un ritornello che vira addirittura in territori Motown.

C’è spazio anche per dei momenti più morbidi: Fisher si siede al piano per la magnifica “Hymn for an Average Man”, una commossa ballata che si apre in un finale cantilenato e inquietante, e per il soul notturno di “Wait for the Sound”, con cui i quattro tornano sul palco per il bis, prima di chiudere con la cadenzata “Death March”.

È raro trovare una musica così coraggiosamente ricca di riferimenti e rimandi, non solo musicali ma anche poetici, filosofici e politici, capace di mettere insieme in maniera coerente, convincente e innovativa mondi apparentemente molto lontani. Il tutto con un suono personalissimo, moderno e senza compromessi, e una grande cura del dettaglio (splendido l’uso che Fisher fa del campionatore per creare loop di piano e voce sul momento) e dell’arrangiamento, anche se l’uso di sequenze pre-registrate, complici anche dei suoni non sempre perfettamente bilanciati, smorza in alcuni momenti l’enorme impatto live della band.

La voce e la figura di Franklin James Fisher sono il centro di tutto: sul palco come nei dischi è lui a conquistare l’attenzione di chi ascolta, e la sfortuna di vederlo dimesso e sofferente, certamente non al meglio delle sue capacità, è il rimpianto più grande che lascia un concerto altrimenti eccellente, in grado di far sentire addosso la sua elettricità e la sua energia ancora diverso tempo dopo la sua fine. La speranza è che questa straordinaria band continui a regalarci musica di questo livello e a visitare regolarmente la nostra città.

Live report di Andrea Carletti

Foto di Fabrizio Forno

Scaletta:

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