Apr 092009
 

Roma, Auditorium degli Strumenti Musicali, 13 marzo 2009

★★★★☆

piccininno-8.jpg“Al cantatore ci vuole memoria”… un attimo di suspense e poi poche righe per spiegare chi è il cantatore, cosa è la memoria e in che senso è necessaria al cantatore, ma anche a tutti noi, oggi. E poi cominciamo a sentire le note e i suoni della chitarra, della voce e dei tamburi a cornice.
Siamo al Museo degli Strumenti Musicali in occasione della presentazione del libro di Salvatore Villani: “Antonio Piccininno Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino”, libro accompagnato da un CD contenente le registrazioni di 38 brani della tradizione carpinese. A presentarlo, oltre all’autore, a Giovanna Marini e Gino Annolfi, c’è anche lui, Antonio Piccininno che oggi ha 93 anni e da bambino ha imparato i canti popolari di Carpino quando faceva il pastore e poi li ha cantati tutta la vita diventando un portatore di serenate, di “sunètte” come si chiamano in dialetto.
Il libro è la trascrizione quasi biografica di uno degli otto quaderni che Picceninne, il suo soprannome in dialetto, ha scritto quando ha cominciato a sentire la necessità di trascrivere le parole imparate nel corso della sua lunga vita per trasmissione orale, l’unica maniera possibile nell’ambito della cultura contadina in cui viveva. E’ una testimonianza molto interessante questa raccolta dei canti popolari di Carpino perché, insieme alle registrazioni fatte sul campo dagli etnomusicologi (tra cui la già citata Giovanna Marini) è tra i documenti che faranno si che non si perdano le tracce, né ora né in futuro, di questo importante patrimonio di musica popolare tramandato per lungo tempo solo per via orale.
E allora ascoltiamo cantare un po’ estasiati e un po’ reverenti questo anziano signore che ci commuove per la sua veneranda età ma soprattutto per l’entusiasmo semplice e disarmante con cui ci parla di come cantava sotto le finestre delle giovani donne del suo paese e di come “portava la serenata” anche alla ragazza che poi sarebbe diventata sua moglie. E dai suoi racconti immaginiamo come debba essere stata la vita dei cantori di quei tempi che cantavano e suonavano non per esibirsi e fare spettacolo ma solo per una necessità urgente, per affermare di essere vivi e di essere umani durante le loro vite spezzate dalla fatica e spesso dalla frustrazione di non avere molti diritti. Cantavano e suonavano durante le feste annuali e durante i riti legati al calendario dei lavori contadini e lo facevano solo per diletto e per esprimere attraverso le parole della tradizione, e quindi di tutta la comunità, i loro sentimenti e le vicende loro vicine. piccininno-antonio-di-michele-costantino.jpgDa sempre sono gli anziani che insegnano e tramandano i canti che hanno imparato durante le loro esistenze di tutti i giorni perché il canto accompagnava tutti i momenti della vita, specialmente della vita di campagna, lieti o dolorosi, e serviva ad affrontarne tutti gli accadimenti. Per questo la parola cantata è al centro dell’interesse della musica popolare perché c’è sempre una narrazione dietro una canzone: possono essere i temi dell’amore a essere trattati perché solo cantando ci si poteva finalmente parlare d’amore gli uni con gli altri, quando le rigide regole sociali e morali imponevano costumi molto castigati ai giovani; oppure di lavoro con il ritmo della voce che cadenzava i movimenti del corpo mentre si mieteva o si raccoglieva o si faceva qualche altro lavoro campestre; oppure si raccontavano fatti di cronaca, a testimoniare eventi di cui non si doveva perdere la memoria, con i canti di lotta e rivendicazione sociale .
Tanti sono i cantori e i suonatori rimasti nell’ombra della tradizione popolare di tutti’Italia i cui nomi non ci sono noti, ma Antonio Piccininno e gli altri cantori di Carpino, Andrea Sacco ed Antonio Maccarone, oggi sono famosi e da tutti riconosciuti come testimoni di una forma artistica importante e rara. Che la testimonianza degli anziani dell’entroterra garganico fosse così importante se ne erano resi conto già negli anni ’50 etnomusicologi come Alan Lomax e Diego Carpitella che diedero inizio e metodo a questa tecnica di “cattura” della tradizione orale girando tutt’Italia con registratori ed apparecchi per incidere le voci ancora vive degli anziani cantori, gli “informatori” come si chiamano in Etnomusicologia. Durante il concerto lui quasi stupito ed incredulo ci racconta di quando negli anni ’70 cominciarono ad andare da lui per imparare queste canzoni bellissime personaggi importanti come Eugenio Bennato e Teresa De Sio che poi hanno portato alcuni dei suoi “sunètte” in giro per il mondo, amplificandone il messaggio e facendoli diventare dei pezzi veramente famosi nell’ambito della musica folk, come la cosiddetta “Tarantella del Gargano” di cui Antonio Picininno stasera ci ha fatto sentire una sua versione originale, molto essenziale e più autentica di quanto l’avevamo mai sentita. I “sunètte” sono un insieme di versi che ormai fanno parte della tradizione, sempre gli stessi da anni ma sempre diversi perché cuciti tra loro di volta in volta dal cantatore che li arrangia, li unisce e li accoppia improvvisando ogni volta una canzone diversa, in un fluire unico di parole d’amore mai melense ma naturali, mai uguali l’una all’altra perché improvvisate, come in tante altre forme della musica popolare (come gli stornelli o l’ottava rima) che necessita anche di una certa padronanza ed abilità tecnica non molto comuni. antonio-piccininno-2-pasdap.jpg
Stasera Antonio Piccininno ci ha raccontato delle diverse forme di tarantella tipiche della zona del Gargano: la “Rodianella” da Rodi Garganico, la “Montanara” da Monte Sant’Angelo e la “Viestasana” originaria della zona di Vieste; le differenze sono di intenzione e di armonizzazione perché la prima è in tonalità maggiore, la seconda in minore e la terza è mista ma anche in questa differenziazione solo su base geografica ritroviamo la semplice autenticità con cui ogni aspetto di questa musica è trattato. Il concerto prosegue in compagnia degli Ariarule: Salvatore Villani canta e suona la chitarra battente, Rocco Cozzola alla chitarra francese e Angelo Frascaria ai tamburi a cornice, che accompagnano Picceninne e si alternano a lui con altri pezzi della tradizione garganica, ed è un piacere ascoltare queste melodie note oggi per le varie interpretazioni che ne hanno fatto molti gruppi di riproposta della musica popolare, come la Nuova Compagnia di Canto Popolare; ma sentirle in questa interpretazione semplice e naturale ci fa entrare in contatto con la loro vera essenza e ce ne rivela tutta l’intima poesia, ancora viva e autentica. Così come Antonio Piccininno ha imparato queste antiche canzoni dai pastori più grandi di lui quando si annoiava guardando le pecore, oggi noi le impariamo da lui, che ce le canta con la sua voce antica, piena di espressione, di calore e di emozione, che tocca le corde della nostra anima ricordandoci chi siamo veramente….E quando intona la sua ninnananna a cappella (cioè senza nessuno strumento ad accompagnare la voce) si crea un’atmosfera ancestrale, di bellissima serenità e pace analoga a quella creata da quella mamma che cantando per addormentare il suo neonato, non aveva nulla intorno, nessuno strumento per accompagnare la sua voce ma solo il ritmo del proprio corpo, o al massimo il rintocco per terra di una sedia che dondola. Tra le braccia di Antonio adesso non c’è nessun bambino da cullare ma quando attacca a cantare ci sentiamo tutti un po’ così, perché lui ci ha accompagnato in un viaggio indietro nel tempo, un tempo nostro e di tutti, quando una voce di donna cantava anche a noi “……se bene nun te vulesse, nun ti cantasse….”
E allora verso la fine del concerto ce lo rivela Picceninne perché al cantatore ci vuole memoria, come recita l’incipit del libro; perché le serenate di solito si cantavano sotto le finestre della donna amata di notte, quando non c’era più luce per leggere le parole; però poi ci rivela anche che lui, come tutti gli altri cantori del suo tempo, per tanti anni quando era già famoso come “cantatore di serenate” non aveva ancora imparato a leggere e scrivere e la memoria era essenziale per ricordarsi di tutte le parole da cantare…..

Recensione by Susanna

Foto di Michele Costantino, Antonio Pitta e Pasdap

  One Response to “Antonio Piccininno: ‘al cantatore ci vuole memoria’”

  1. [...] per viaggiare spendendo poco! … Poi quando si sta li si cerca un lavoretto e ci si arrangia …Antonio Piccininno: al cantatore ci vuole memoria' SlowcultE' prima di tutto un sito di trasmissione del sapere… leggi tutto … volta in volta dal cantatore [...]

 Leave a Reply

(required)

(required)

*


You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>