Nov 112019
 

Roma, 6 novembre 2019  - Auditorium Parco della Musica 

★★★★☆

 

Il contrabbassista inglese Dave Holland insieme al percussionista indiano Zakir Hussain e al sassofonista statunitense Chris Potter ha presentato per il Roma Jazz Festival il nuovo album del progetto Crosscurrents: “Good Hope” – uscito lo scorso 11 ottobre per la Edition Records: una coinvolgente fusione tra jazz e world music.

Crosscurrents trio

Crosscurrents trio

Holland e Hussain non sono certo nuovi a contaminazioni di questo tipo: il primo lo avevamo già visto sul palco dell’Auditorium nel 2007 in trio con il virtuoso di Oud Anouar Brahem e John Surman al sassofono e l’anno precedente in duo con il tablista indiano Trilok Gurtu, mentre il secondo già nei primi anni ’70 faceva parte, assieme al chitarrista John McLaughlin, del gruppo Shakti, una tra le prime e riuscite fusioni tra jazz e musica indiana.

Chi scrive ha avuto la fortuna di vedere Shakti in concerto per ben tre volte, tra cui una volta nel 2013 nel loro “habitat naturale”: in India, nella città di Panjim, a Goa.
A questo proposito è consigliatissimo il documentario del 1992 Rhythms of The World – Bombay and Jazz che racconta attraverso interviste e concerti le sperimentazioni che musicisti come Don Cherry, Alice Coltrane, L Shankar, Trilok Gurtu e lo stesso Hussain effettuavano tra jazz e musica indiana nella città di Mumbai.

Tornando al concerto dei Crosscurrents, qui la contaminazione con la musica indiana è data più dal colore della tabla di Zakir Hussain che dalle linee melodiche o dalle scale utilizzate dai musicisti, ma anche da alcune forme di improvvisazione, che in India chiamano Jugalbandi: una sorta di scambio improvvisativo tra due musicisti, spesso anche molto giocoso, che durante il concerto ha visto protagonisti a fasi alterne il contrabbasso e il sassofono con le tabla indiane.

I brani del trio richiamano diversi generi musicali, dal jazz al blues, dalla musica indiana a quella mediorientale, con melodie e improvvisazioni che rimandano a John Coltrane e a John Zorn con il progetto Masada. Quello che spicca durante la serata è il virtuosismo dei tre musicisti, veri e propri maestri del proprio strumento, come dicono loro stessi giocando, presentandosi l’un l’altro: non un virtuosismo fine a se stesso ma sempre al servizio della musica.

Il contrabbasso di Holland è sempre una garanzia: suono potente, nudo e crudo, senza l’utilizzo di pedali o effetti, con un groove solidissimo e continuo che non abbandona mai anche durante le parti solistiche. E anche nell’aspetto armonico, completamente affidato alle sue mani, rivela una padronanza notevole.
Zakir Hussain dal canto suo si muove con maestria, utilizzando figurazioni ritmiche molto elaborate (sopratutto per una platea occidentale), ereditate dallo studio della musica classica indiana e dalle sue sperimentazioni con i generi musicali più variegati. E’ eccezionale sentire quanti suoni e colori diversi riesca a tirare fuori da uno strumento all’apparenza semplice, ma con un linguaggio complicatissimo come le tabla: un vero rivoluzionario di questo strumento.
Bello anche l’utilizzo a sorpresa della Kanjira nel bis del concerto: percussione
piccola ma potentissima che vede come massimo esponente il musicista indiano Selvaganesh, anch’egli tra i collaboratori del progetto Remember Shakti di John McLaughlin.

Infine Chris Potter al sassofono ha una grande energia e abilità tecnica: Holland ne è consapevole e da “vecchio saggio” (anche perché non deve più dimostrare niente a nessuno) gli lascia gran parte delle improvvisazioni e del “jugalbandi” con Hussain. Bisogna dire che queste ultime portano molto in alto la temperatura del concerto: non a caso Potter è considerato uno tra i migliori sassofonisti jazz viventi. Interessante come nelle sue improvvisazioni vengano fuori, completamente destrutturati, diversi generi musicali all’interno dello stesso brano, come frammenti di un enorme e consapevole bagaglio musicale, che si libera attraverso la voce del suo strumento.

Recensione di Paolo Camerini

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