Apr 302008
 

P1020121red.JPGTre anni fa ricevo una mail da Tod Ashley in cui annuncia che si sta preparando a lasciare l’America per un lungo viaggio. Ha intenzione di viaggiare da Delhi a Istanbul attraverso Pakistan, Afghanistan, Iran e la Turchia. Il viaggio sarebbe durato 2 mesi. 4.500km di ricerca per vedere di persona i luoghi di cui aveva sempre sentito parlare nelle notizie del telegiornale, ma di cui non conosceva e non capiva nulla delle usanze, delle culture e dei sentimenti delle persone del posto. Insomma era stufo di avere notizie dalla televisione, voleva vedere di persona i risultati della rielezione di Bush, incontrare un Afgano faccia a faccia e scoprire cosa aveva da dire. Voleva attraversare il Khyber Pass fino a Kabul. Voleva vedere il sole sorgere a Hindu kush. Avrebbe portato con se un pc portatile, un microfono ed una chitarra da viaggio sperando di incontrare musicisti lungo il suo cammino e registrare qualcosa con loro. La lettera si concludeva con una richiesta: wish me luck.
In questi tre anni Tod ha scritto straordinari racconti di viaggio accompagnati da meravigliose foto dei paesi che ha visitato e delle persone che ha incontrato. Ma non solo. Le sue esperienze le ha messe in musica dando vita al sesto lavoro dei Firewater. Certo la comunicazione è stato un problema, spesso non riusciva a far capire ai musicisti quel che voleva fare, il tutto era sempre molto caotico, così con un microfono P1020126red.JPGal centro della stanza e una buona dose di oppio li lasciava suonare ed alla fine il risultato era sempre migliore di ciò che sperasse, questo perché con la mancanza di comunicazione era la musica ad assumere valore.
Arrivato ad Istanbul si è chiuso in uno studio di registrazione. Tamir Muskat da molti anni batterista dei Firewater e dei Balkan Beat Box lo ha aiutato ad assemblare le registrazioni raccolte durante il viaggio e ad arrivare al risultato finale, tredici splendide canzoni racchiuse in un disco: The Golden Hour
The golden hour è quel particolare momento del giorno quando metti via tutti i tuoi problemi, ti fai una birra, guardi il sole che tramonta e speri che il sole sorgerà ancora domani. Se sei fortunato vedrai spuntare la luna e potrai ballare sotto le stelle.
Questo è lo spirito dei Firewater, uno spirito punk rock che Tod A porta sul palco con una formazione quasi del tutto israeliana e una strumentazione decisamente poco punk: trombone, sassofono, percussioni, due chitarre, basso e batteria.
Domenica 20 Aprile i Firewater suonano sul palco del B72 a Vienna. Il locale è un piccolo club da 200 persone e in meno di un’ora i biglietti sono tutti esauriti. P1020122red.JPGIl concerto si apre con un pezzo dal loro penultimo disco, The Man On The Burning Tightrope, Dark Days Indeed e subito si capisce l’importanza che hanno le percussioni e i fiati in questo tour. Tod incita il pubblico che risponde entusiasta e si prosegue con Hey Clown e Feels Like The End Of The World. Su Bhangra Bros Tod introduce sul palco Ori Kaplan, amico di lunga data e stimato sassofonista della scena jazz newyorkese, e lascia a lui il posto d’onore mettendosi da un lato a dirigere il pubblico che accompagna il gruppo con il coro. La musica va avanti con 6:45 , Aready Gone, Borneo, Electric City, Some Kind Of Kindness e Weird To Be Back. La formazione essendo nuova non ha ancora un affiatamento perfetto e Tod ha qualche problema tecnico con la chitarra, ma il concerto è ben riuscito e loro sul palco si divertono. Ori Kaplan suona su altre tre canzoni. Due i bis. Il primo che continua a proporre The Golden Hour con Paradise, P1020129red.JPGA Place Not So Unkind e This Is My Life, e il secondo che ripropone un vecchio cavallo di battaglia della band dal loro primo lavoro Get Off The Cross We Need The Wood For The Fire, Bourbon And Division, e una versione con accenti ska di Get Out Of My Head tratta da Psychopharmacology. A concludere la serata dopo circa un’ora e quaranta minuti di musica Three Legged Dog. I Firewater scendono dal palco soddisfatti e il pubblico sciama lento e sorridente nella profonda notte viennese.

Recensione by Flavia Cardinali

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