Mar 262012
 

Roma, Traffic, 16 marzo 2012

★★★☆☆

Pensare che un album come Meantime possa aver venduto più di due milioni di copie nell’ormai lontano 1992, non può far altro che farci sprofondare in un inevitabile sconforto riguardo alla situazione musicale mainstream odierna. Accanto ai colossi Nirvana, Red Hot Chili Peppers, Pearl Jam e Faith No More, nelle classifiche trovavano infatti un loro consistente spazio anche i Primus, la Rollins Band, i Rage Against the Machine, i Nine Inch Nails, band impossibili da definire “radiofoniche” al giorno d’oggi.

Gli Helmet, in quanto a popolarità, si trovano sicuramente un gradino più in basso, ma la loro indiscutibile influenza su band posteriori quali Korn, Deftones o Mastodon, non fa altro che confermare l’importanza assunta dai quattro all’interno del panorama alternative dei primi anni 90.
Purtroppo, la vena creativa si esaurisce piuttosto velocemente, con l’inevitabile scioglimento nel 1997. Nel 2004 il leader Page Hamilton rimette in piedi il gruppo con nuovi elementi, ma senza suscitare particolare interesse. Con tre nuovi album passati in sordina, gli Helmet arrivano così al 2012, un’ ottima occasione per celebrare il ventennale di Meantime. Quella di suonare un proprio lavoro per intero è una prassi ormai ampiamente consolidata da molti, e alla chiamata dei nostri risponde un buon numero di romani, trovatisi un po’ a digiuno di concerti durante i primi mesi dell’anno.

Perdiamo l’esibizione del gruppo d’apertura, i Fighting with Wire, ma gli ascolti dei singoli tratti dal loro album di debutto Man vs Monster, ci avevano alquanto fatto storcere il naso: il tipico prodotto da mtv-rock odierna con finte chitarre arrabbiate e una voce melodica oltre l’immaginabile, sulla falsariga di gruppi quali Hundred Reason o Funeral for a Friend. E scambiando due parole con qualcuno del pubblico già presente, le nostre perplessità sembrerebbero essere del tutto fondate.

Poco dopo le 23.30 ecco fare il suo ingresso Page Hamilton accompagnato da tre ragazzi assai più giovani di lui (il cantante-chitarrista ha ormai più di 50 anni, portati benissimo): Dan Beeman alla seconda chitarra, Dave Case al basso e Kyle Stevenson alla batteria. E già il primo pezzo, “Like I Care”, sprigiona tutta l’essenza dell’Helmet sound, con una partenza basso-batteria tipicamente Jesus Lizard, seguita immediatamente da una voce pulita, ma incisiva, e da un vero e proprio muro di chitarre, vero marchio di fabbrica della band.

Dopo appena tre pezzi giunge subito il momento dell’esecuzione di Meantime, eseguito, in modo alquanto originale, al contrario, dall’ultima traccia fino alla prima. E per un disco del genere, non caratterizzato certamente da varietà o da particolari cambi di accordi o di dinamiche, la scelta sembra essere azzeccatissima: sentire le prime tracce del disco alla fine del set è una soluzione davvero efficace. Sia chiaro che la forza di Meantime e la sua grandezza è proprio in questa sua totale pesante uniformità, nel suo continuo assalto sonoro che non permette nessun tipo di pausa, di rilassamento, di suoni puliti: insomma, la sua unidirezionalità è tutt’altro che un difetto.

I quattro sono molto affiatati, le due chitarre sono letteralmente “incollate” tra di loro e il batterista non fa rimpiangere più di tanto il mastodontico John Stanier (attuale drummer dei Battles, tra i più grandi in circolazione). La voce appare forse un po’ troppo ripulita, privata di tutte le “sporcature” hardcore che caratterizzavano i primi due dischi. Inoltre, durante tutto il live, la tonalità che ha sempre caratterizzato il suono Helmet viene, per comodità del cantante, abbassata di un tono, dal RE al DO: è un particolare probabilmente trascurabile, percepibile forse solo dai cosiddetti “addetti ai lavori”, ma inconsciamente questo cambiamento sembra essere intuito da molti dei presenti: l’urlo “In the Meantime” ad esempio, appare molto meno arrabbiato e primitivo rispetto al passato.

Terminata l’esecuzione di Meantime i quattro lasciano il palco. Dopo neanche due minuti la band riesce e Page Hamilton chiede direttamene al pubblico quali canzoni desiderino ascoltare: come bis vengono così ripescate ben tre canzoni dal terzo album, Betty (tra le quali spicca “Wilma’s Rainbow”), considerato dai più il precoce canto del cigno della band. A chiudere il live è “Just Another Victim”, contenuta nella colonna sonora di Judgment Night (in italiano Cuba libre – La notte del giudizio, film consigliatissimo), che vedeva la collaborazione in ciascun brano di una band rock con una rap (gli Helmet duettavano con gli House of Pain, ma tra le altre accoppiate troviamo anche Pearl Jam/Cypress Hill, Living Colour/Run DMC, Faith No More/Boo-Yaa T.R.I.B.E).

Poco più di un’ora e mezza di live lascia il pubblico alquanto soddisfatto, e tra il merchandise sembra andare a ruba la borsetta a tracolla con sopra stampata la copertina di Meantime: certamente andare a fare la spesa con la borsa degli Helmet non ha prezzo!

Recensione di Federico Forleo

Scaletta

- Like I Care
- So Long
- Renovation

Meantime 20th Anniversary set
- Role Model
- FBLA II
- You Borrowed
- Better
- He Feels Bad
- Turned Out
- Unsung
- Give It
- Ironhead
- In the Meantime

- Smart
- Wilma’s Rainbow
- Tic

- Milquetoast
- Just Another Victim

  One Response to “Helmet: nel frattempo sono passati vent’anni”

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