Mar 082011
 

Roma, Auditorium Parco della Musica, 6 Marzo 2011

★★½☆☆

Avete presente quei calciatori, le cosiddette eterne promesse, che ad inizio di carriera, giovanissimi, incantano allenatori e tifosi nel torneo Primavera, ma che poi quando giungono in prima squadra non esprimono più quelle qualità per le quali si erano fatti notare? L’impatto con ‘il calcio che conta’, con gli stadi più affollati, con partite più importanti ed impegnative ne ridimensiona qualità e risultati, e con il passare delle giornate si ritrovano relegati al ruolo di comprimari, magari in campionati minori.
La metafora calcistica può probabilmente chiarire la sensazione provata durante e dopo il concerto della nostra cara Joan Wasser, cantante/poliziotta di Brooklyn giunta in tour in Italia per lanciare il suo terzo album The Deep Field. Dopo averla seguita fin dall’esordio del 2006, sia su CD (l’ottimo Real Life) che dal vivo, notando indubbie capacità vocali e compositive che lasciavano presagire una carriera luminosa e folgorante, averle concesso una seconda opportunità con il successivo lavoro intitolato To Survive, un buon prodotto ma non di certo l’auspicato capolavoro che era lecito aspettarsi, eccoci qui alla terza prova, ma il tanto atteso salto di categoria continua a non arrivare. Eppure il titolo del disco poteva far pensare ad una profondità, ad uno spessore, ad una sostanza, insomma ad una raggiunta maturità artistica che purtroppo non ci è dato riscontrare. Intendiamoci, si parla comunque di un buon concerto, di una discreta performance e di un risultato comunque decoroso, ma dov’è il brivido, dov’è la scintilla, la partecipazione sopra e sotto il palco? Come già riscontrato in occasione del precedente concerto romano al Circolo, alla Wasser non manca di certo la voce, non mancherebbe nemmeno la qualità del repertorio, quello che non si riesce proprio ad ottenere è il guizzo del fuoriclasse, l’esplosione dell’anima che, soprattutto per chi come lei ha intrapreso i sentieri del soul, è indispensabile scatenare. Il concerto presenta principalmente i brani dell’ultimo album: la formula è ormai collaudata: soul-ballads alternandosi al piano ed alla chitarra elettrica, coretti in falsetto degli altri due componenti della band, voce gradevole, arrangiamenti minimali, più in generale la costante sensazione di una ricetta a cui manca sempre un ingrediente per la buona riuscita del piatto.
Ogni qual volta poi la temperatura della sala Petrassi tendeva ad innalzarsi, ad esempio alla riproposizione della splendida Eternal Flame oppure della suggestiva Flash, già apprezzata lo scorso anno quando fu presentata in anteprima, ecco la snervante operazione di accordatura della Telecaster, sistematicamente effettuata quando la Nostra imbracciava la sua sei corde. Lunghissimi, quasi eterni minuti di pausa che avevano il potere di raffreddare l’audience e metterne a dura prova la pazienza. Ma forse l’errore è stato quello di voler riporre in questo concerto eccessive aspettative, una sorta di esame di maturità che probabilmente la poliziotta di Brooklyn non ha nessuna intenzione di sostenere, accontentandosi di un’onesta carriera di entertainer, di classe, ma di certo non eccelsa. E come diceva il poeta ‘chissà quanti ne hai visti e chissà quanti ne vedrai di giocatori che non hanno vinto mai..’

Recensione di Fabrizio
foto di Massimiliano Marcoccia

  One Response to “Joan as a policewoman: battuta d’arresto”

  1. Penso tu sia stato molto duro. Io quella sera in sala Petrassi ho ascoltato della musica, e concerti di jazz a parte non mi capita praticamente mai di ascoltarne.
    In generale molte cose che dici su di lei sono sacrosante. Però hai liquidato un pò troppo in fretta la questione ricerca del suono.
    Il fatto che fossero in 3 senza bassista era piuttosto miracoloso. Il batterista aveva il suono più bello che abbia mai ascoltato dal vivo in vita mia. Il moogista tastierista praticava un’arte a me molto cara: l’arte della sottrazione . E lo faceva con enorme consapevolezza e bravura. Ecco per me i maggiori motivi di interesse risiedevano in loro. Devo dirti che ho imparato molto guardandoli.
    Purtroppo il concerto è rimasto freddino, su questo hai ragione. Ma non sottovalutare la difficoltà di scaldare un luogo come l’Auditorium. Lo stesso concerto in un locale tipo The place sarebbe stato diverso.

    Comunque, lunga vita a Slowcult, un abbraccio

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