Feb 182014
 

Roma, Angelo Mai Altrove Occupato, 31 gennaio 2014

★★★☆☆

Gli ambienti spaziosi dell’Angelo Mai Altrove Occupato, sempre più un punto di riferimento per il circuito indipendente romano, ospitano uno dei primi eventi importanti di questo 2014: gli emiliani Julie’s Haircut presentano dal vivo il loro ultimo ambizioso lavoro “Ashram Equinox”, pubblicato nello scorso ottobre e la cui copertina realizzata da Pasquale De Sensi ha da poco vinto il Best Vinyl Art Italia 2013, il concorso dedicato alle migliori copertine di dischi in vinile, organizzato in collaborazione con il Mei-Meeting degli Indipendenti. Inizialmente previsto al Piper proprio a ridosso dell’uscita dell’album e annullato all’ultimo momento, lo show prevede quella che la stessa band ha definito una “Full Visual Experience”, ovvero l’esecuzione per intero di “Ashram Equinox” accompagnata dai visual di VJ Klein proiettati su un telo. Dietro lo schermo sono posizionati i cinque musicisti (ai quali saltuariamente si aggiunge un sassofonista), visibili solo parzialmente e in trasparenza grazie ai loro vestiti completamente bianchi.

L’opera è un lungo viaggio sonoro, completamente strumentale e dalle atmosfere oscure e ipnotiche, assolutamente uniche per una band italiana, specialmente ai giorni nostri. Allargando un po’ lo sguardo e andando indietro nel tempo è innegabile che i Julie’s Haircut, che quest’anno raggiungono l’invidiabile traguardo dei vent’anni dalla formazione, siano fortemente in debito con il krautrock, in particolare quello a firma Michael Rother (ovvero Neu! e Harmonia), ma anche quello più minimale dei Kraftwerk, come è evidente dal protagonismo di tastiere e synth analogici e dal massiccio uso del motorik, il tipico beat in 4/4 marchio di fabbrica del compianto Klaus Dinger (anche lui nei Neu! nonché nei La Düsseldorf). L’aspetto sonoro, molto ben curato fin nelle sfumature più minute, riesce nell’efficace interazione con i visual a creare un’atmosfera ovattata, dilatata, spaziale, e a tratti incanta per ricercatezza e raffinatezza.

Dal punto di vista puramente compositivo i brani di “Ashram Equinox” mostrano invece qualche pecca: se infatti è apprezzabile la voglia di restare nell’ambito di strutture essenziali e cesellate, affidando tutta la complessità al suono e al mood della musica, sembra però mancare il guizzo, la melodia memorabile, il cambio di dinamica sorprendente, soluzioni che avrebbero aiutato i vari brani a differenziarsi maggiormente l’uno dall’altro e a restare più impressi nella memoria di chi ascolta.

Il pubblico, molto numeroso ma piuttosto timido quando si è trattato di applaudire e in parte un po’ troppo distratto e rumoroso, sembra comunque apprezzare e si immerge nelle atmosfere create dalla band emiliana. Dopo l’ultimo brano di “Ashram Equinox” e una breve pausa è la volta di una seconda parte del concerto dedicata a brani più vecchi e probabilmente più conosciuti, che la band suona ancora dietro il telo bianco (impossibile smontarlo, a quel punto), ma senza visual. I pezzi più diretti e rock, a tratti quasi ballabili, riescono a non risentire della barriera tra la band e il pubblico che si risveglia dal parziale torpore del primo set e si lascia coinvolgere. Come quelli di “Ashram Equinox” anche questi brani sono molto curati dal punto di vista sonoro e più semplici e immediati, a volte al limite del banale, per quanto riguarda le strutture e la composizione. Qui però le chitarre risultano decisamente più protagoniste: all’inizio della carriera infatti i Julie’s Haircut suonavano una musica più vicina al pop e al garage rock, comunque intriso di kraut e psichedelia. Spiccano in particolare “The Devil In Kate Moss” e “Satan Eats Seitan” (geniale il titolo), durante le quali il pubblico si lascia finalmente andare.

Chiudono il concerto la cover di “Heart and Soul” dei magnifici Joy Division e la lunga “Gemini”, divisa in due parti e tratta da “After Dark, My Sweet”, forse il momento migliore del concerto, con le sue atmosfere ancora più dilatate e oscure.

I Julie’s Haircut meritano il rispetto che si deve ad una band così longeva e al contempo così ostinatamente fuori dai circuiti del rock ufficiale, coerente nel proprio percorso artistico indipendente e originale, un percorso che inoltre è partito da sonorità (relativamente) orecchiabili e ora si muove verso atmosfere più complesse e ricercate come quelle spiccatamente krautrock di “Ashram Equinox”. Le composizioni non sempre memorabili sono comunque supportate da una cura per il suono e per l’arrangiamento che testimoniano il valore di una band da continuare a seguire, specialmente nei viaggi cosmici intrapresi con gli album più recenti.

Live report di Andrea Carletti
foto di Fabrizio Forno

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