Mar 212010
 

Roma, Auditorium Parco della Musica, 13 marzo 2010

★★★☆☆

In un Auditorium non sold-out come si pensava, nell’ambito della rassegna “la chitarra” ritroviamo, a distanza di 8 mesi dall’ultimo tour italiano, la talentuosa chitarrista americana Kaki King della quale, riguardo a biografia e percorso artistico abbiamo già ampiamente parlato nel precedente live report del concerto di Bari. Non ci ripeteremo dunque, ma resteremo circoscritti alla serata. Accompagnata da EVI Synth e batteria, armata di ben 4 chitarre, due acustiche e due elettriche, la performance prende il via con l’esecuzione di “Falling day” brano cantato tratto da Junior, il nuovo album, seguito a ruota da “Bone chaos in the Castle”, dove l’inconfondibile stile della King esce allo scoperto infiammando gli animi dei presenti che dimostrano immediatamente quale delle due facce della medaglia preferiscono e tributandole alle primissime note una vera e propria ovazione. Ovation, appunto, come la marca delle sue chitarre che la nostra Kaki ama suonare alternando tapping sulle corde e percussioni sulla cassa armonica. Ma è solo un assaggio, dopodiché torniamo a brani cantati. L’artista infatti sembra non tenere in grande considerazione le vette irraggiungibili di tecnica e stile unici che riesce ad ottenere con i suoi assoli di chitarra, e passa alla ricerca di una strada diametralmente opposta come quella cantata, decisamente più rockeggiante ma dove la voce non rivela nulla di eccezionale né le composizioni brillano per originalità. Inoltre costringe l’esecuzione musicale a ritmi e toni molto meno articolati di quelli eseguiti in assolo. Il pubblico però si mostra paziente e clemente, non lesina applausi né a questa Kaki pop-rock né a quella più classica e virtuosa. I due musicisti che l’accompagnano sembrano a tratti non essere del tutto in sintonia con l’artista, forse anche per colpa del check-sound mal eseguito: il batterista va più volte fuori tempo, si trova più a suo agio suonando un pezzo con le spazzole (forse ci rivela qualcosa sulla sua derivazione jazz?) anche se nel finale si lascia andare ad un discreto assolo. L’EVI Sinth è quasi inesistente. Kaki sfoggia nel suo repertorio vocale anche un paio di improperi nel nostro italico idioma. Nonostante tutto il pubblico la ama e, nonostante il suo outing lesbo, viene omaggiata da un fan con un mazzo di fiori che la nostra, dopo un momento di probabile commozione, cerca di dissacrare addentandoli per poi lasciarli abbandonati ai suoi piedi.
La parte migliore del concerto è sicuramente quella centrale che la vede unica protagonista del campo assieme alla sua Ovation acustica che percuote ed accarezza con assoluta maestria e originalità tanto che sembra incredibile sentir uscire tale suono da un solo strumento. Le dita si muovono così velocemente che si fa fatica a seguirle, la sua figura minuta diventa gigante, la sua padronanza e sicurezza di sé riempiono la sala, lasciando trapelare tutto il suo carisma e la sua capacità di reggere la scena. Purtroppo per noi, in chiusura si torna ai brani cantati dell’ultimo album. Lo stile vira di nuovo verso qualcosa di anonimo, di già sentito, quasi fosse eseguito da una qualsiasi bandi in erba nel garage di casa. Cito da una sua recente dichiarazione: “Sento che c’è troppa chitarra nel mio mondo. Perciò sto provando a cantare”. Noi ci auguriamo invece che Kaki continui a far cantare la sua chitarra!

Liver report e foto di
Claudia Giacinti

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  One Response to “Kaki King: due facce della stessa medaglia”

  1. [...] si passa da Mumford & Sons a Dente, da Micah P Hinson al vitruosismo chitarristico di Kaki King, dai Midnight Juggenauts al duo di Baltimora dei Beach House, ovvero il nostro live report di oggi. [...]

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