Aug 072011
 

Roma, Auditorium, 23 luglio 2011

Giunto alla quinta edizione e preceduto dalla straordinaria esibizione in giugno degli Einstürzende Neubauten, il Meet in Town, anche a causa della sosta del Dissonanze Festival, conferma il suo status di appuntamento fondamentale per gli amanti di musica elettronica e affini.
Se la prima giornata del 22 luglio ha visto protagonisti assoluti i Primal Scream con l’esibizione completa del loro “Screamadelica”, la giornata seguente si è presentata molto più variegata, sfruttando tre sale (la Cavea, la Sala Sinopoli e il Teatro Studio) e i vari foyer sparsi per tutto l’Auditorium.
L’unica nota davvero dolente è stata la scelta di far suonare nomi quali Gold Panda e Nicolas Jaar in uno spazio ridotto come quello del Teatro Studio, e molte persone sono state costrette a fare retro front visibilmente adirate (40 euro non sono proprio pochissimi).
Anch’io purtroppo non sono riuscito ad assistere al live-set di Nicolas Jaar, che ritenevo il nome più interessante dell’intera rassegna: classe 1990, dopo vari singoli ed ep, ha licenziato quest’anno il suo primo long playing, “Space is Only Noise” (2011, Circus Company), un lavoro di grande fascino, in particolar modo nella prima parte più sognante e minimalista, con richiami variegatissimi quali Boards of Canada, Angelo Badalamenti e gli Einstürzende Neubauten post “Silence is Sexy”. Consigliatissimo. Ma torniamo a noi e entriamo nel Teatro Studio.

ABOUT A SILENT WAY – TRIBUTO A MILES DAVIS (Teatro Studio)
★★★☆☆
Sono le 19 e non si può certo dire che la sala trabocchi di gente, le file di poltrone situate in fondo sono discretamente gremite, mentre il parterre è completamente deserto. Ma la distanza che intercorre tra il palco e le poltrone non intacca assolutamente l’esibizione dei cinque musicisti, anzi, in un contesto del genere sembra ancora di più di assistere a un concerto di puro jazz. A conti fatti l’unico punto debole del live sono proprio le escursioni elettroniche di Maurizio Martusciello (martux_m), la mente e il coordinatore del progetto. I suoi tappeti di drum-machine non mi sembrano infatti influire più di tanto sulla musica del quintetto, e i momenti migliori del concerto sono proprio quelli in cui la parte elettronica rimane in disparte. Dipenderà dal fatto che i quattro musicisti (Fabrizio Bosso-tromba, Francesco Bearzatti-sassofono, Aldo Vigorito-contrabasso e Franco Piccinini-rhodes piano), appaiono già completamente a loro agio nella classica formazione jazz, sebbene siano tutti aperti a intricate sperimentazioni sonore (in particolar modo Bearzatti sembra trasformare spesso il suo sassofono in una chitarra). In un repertorio del genere, che non ripropone veri e propri brani di Miles Davis, ma sembra piuttosto cercare di ripercorrere nelle intenzioni e nel mood la strada di continua ricerca sonora aperta dal grande trombettista, l’elemento elettronico pare superfluo: quattro musicisti di questo calibro sono già completamente autonomi (menzione speciale ai vari dialoghi tra i due fiati).

COCOROSIE (Sala Sinopoli)
★★★☆☆
Lo scenario cambia completamente entrando nella Sala Sinopoli dove sul palco stanno salendo le sorelle Casady, meglio conosciute come Cocorosie, gia presenti l’anno scorso a Villa Ada. Le due, sfoggiando le loro solite vesti bizzarre, sono accompagnate dal pianista-tastierista Gaël Rakotondrabe e dalla instancabile beatboxer Ashley Saywut Moyer. Nei primi due brani la protagonista assoluta è Rosie, sicuramente la voce più intrigante e affascinante delle due: le canzoni che convincono maggiormente sono proprio quelle iniziali (il set si apre con “God has a voice, she speaks through me”), caratterizzate da pacati pad di tastiera su cui la cantante costruisce linee vocali a tratti quasi liriche. Andando avanti l’altra sorella, Coco, inizia ad abbandonare i flauti e i suoi piccoli giocattoli, spostandosi con più frequenza al microfono, ma la sua voce nasale e monotona non regge assolutamente il confronto con Rosie, così come le composizioni che perdono quell’aurea misteriosa e affascinante per trasformarsi in semplici brani soul-pop e r’n’b che, dopo 10 minuti, accusano già il fiato corto. E così dopo circa mezz’ora si ritorna al Teatro Studio dove Gold Panda ha già iniziato a suonare.

GOLD PANDA (Teatro Studio)
★★★★☆
Come Nicolas Jaar, ma con un anno in anticipo, anche Gold Panda ha rilasciato il suo album di debutto dopo una serie di singoli ed extended play, intitolato “Lucky Shiner” (2010, Ghostly International). In studio non era riuscito a colpirmi quanto il giovane newyorkese, ma la sua esibizione dal vivo mi ha fatto ricredere immediatamente. Con un equipaggiamento semplice e ridotto, ripropone gran parte dell’album e il pubblico risponde in maniera egregia. Sarà che è ancora presto (il set si svolge dalle 20.30 alle 21.30), ma per fortuna la folla non sembra essere composta solamente da persone alla ricerca ossessiva della cassa dritta: ovviamente tutto il Teatro Studio balla (e come non potrebbe essere), ma al contempo si percepisce un attenzione particolare all’ascolto. Nei momenti più pacati raramente si sentono chiacchiericci invasivi, e ogni volta che entrano i sample di un nuovo brano il pubblico sembra essere preparatissimo esplodendo in un boato (vedi l’entrata delle voci campionate di “You” sulla chiusura di “Vanilla Minus”). Chi poi vuole godersi appieno l’ascolto può sedersi tranquillamente sulle poltrone in fondo, dove la visuale e l’acustica sono perfette, gustandosi brani come “Back Home”, “Snow” & “Taxis e Marriage”, composizioni dove sembrano sempre essere ben presenti richiami a sonorità orientali (Gold Panda ha studiato infatti a lungo in Giappone). In particolare in questa zona, il Teatro Studio è però tutt’altro che esaurito (sono molte le poltrone vuote) e sapere che alcune persone sono rimaste fuori mi lascia alquanto perplesso.
E’ arrivato il momento di uscire e di assistere ai due live all’aperto nella Cavea.

MODESELECTOR (Cavea)
★☆☆☆☆
Alle 21:30 gli amanti delle casse dritte sembrano essere arrivati a frotte a riempire la Cavea, che almeno in platea straripa di gente. Sull’immenso palco è disposto un tavolone con un bel po’ di attrezzatura e a lato un tavolino per l’addetto alle proiezioni: Gernot Bronsert e Sebastian Szary (i due Modeselector) non fanno neanche in tempo a salire che subito ogni posto a sedere viene (giustamente) abolito e si ripetono tentativi di invasione di palco da parte di qualche ragazzo prontamente repressa dalla sicurezza (ormai ben preparata vista la festosa invasione del giorno prima con i Primal Scream).
Per quanto mi riguarda sono all’incirca in quarta fila, e il mio limite di sopportazione giunge al culmine dopo 10 minuti: riesco giusto a vedere l’imitazione di un finto duetto in playback con le voci di Bjork e di Antony and the Johnsons (alquanto ridicola), e sono ben felice di lasciare la Cavea a favore di un buon kebab fuori dall’Auditorium. Ammetto di essere tra i più grandi detrattori di questa tipologia di show, ma se mi si dice di andare a un live per divertirmi e ballare la mia scelta ricadrà senza alcun dubbio sui Gogol Bordello, sui Battles o sui Monotonix. E se mi si dice di andare a un live per gustarmi un puro assalto sonoro gli Swans, i Neurosis e gli Zu saranno dietro l’angolo ad aspettarmi.
Credo proprio che io e i Modeselector non potremo mai andare d’accordo.

APPARAT AND BAND
(Cavea)
★★☆☆☆
Riuscendo con grande impegno a non distruggere i miei pantaloni con il kebab appena consumato, rientro nella Cavea e quello che vedo sul palco un po’ mi tranquillizza: una batteria, un paio di tastiere, una chitarra e un basso. Non conosco assolutamente nulla di Apparat, se non che è reduce da un recente concerto romano al Brancaleone. Amicizie fidate me ne hanno parlato bene, ma in questo momento l’unica cosa che riecheggia nella mia mente è la sua collaborazione con i Modeselector, e vista la recentissima esperienza questo pensiero mi inquieta un po’.
Sono ormai le 22.40 e il live inizia. Apparat è dietro un microfono e una chitarra, aiutato da altri tre elementi, per presentare il nuovo lavoro che uscirà a settembre (a quanto si dice rivoluzionario perché sarà in gran parte cantato e suonato da un normale ensamble rock). Vista l’esibizione, anche se non conosco il repertorio precedente, consiglio a Sascha Ring (il suo nome di battesimo) di ritornare sui suoi passi: avvicinarsi al rock per partorire la brutta copia dei Sigur Ròs, privata di qualsiasi forza e ispirazione, non appare un ottima strada da intraprendere. Sembra pensarla come me anche il pubblico, che vedo sbadigliare frequentemente.
A conti fatti, i due eventi principali nella Cavea ai quali si era costretti ad assistere (non c’era nulla in contemporanea) si sono rivelati i più fallimentari e deludenti. Rientriamo quindi dentro l’Auditorium.

STATELESS (Sala Sinopoli)
★★★☆☆
Attivi dal 2002, l’ album di debutto omonimo (2007, !k7) era l’unico riferimento che avevo di questa band. Parliamo indubbiamente di pop, ma di gran classe e richiami a nomi quali Radiohead, Portishead e Coldplay non sono affatto casuali. E’ ben presente un gusto per la ricerca di melodie d’effetto, ma mai banali, con arrangiamenti curatissimi in particolar modo nell’uso degli archi e delle doppie voci. Dal vivo sono in quattro e a farla da padrone sono appunto le due voci incrociate del bassista Justin Percival e del cantante chitarrista Chris James (che molto spesso ricorda il secondo Jeff Buckley, quello di “Sketches for my Sweetheart the Drunk”). Sarà anche per l’acustica un po’ penalizzante, ma la band non sembra avere una grande padronanza del palco (in particolar modo il batterista David Levin), e il coinvolgimento con il pubblico fatica ad emergere. Basti vedere la platea, inizialmente stragremita, le cui poltrone si andavano via via svuotando alla fine di ogni pezzo. La componente elettronica era la più in ombra, ed è stata forse la sua quasi assenza a non permettere di apprezzare a pieno l’esibizione, ma è indubbio che i quattro non siano degli animali da palcoscenico. A metà dell’esibizione esco per sentire Nicolas Jaar, ma come detto in precedenza, mi vedo costretto a fare retrofront (sigh) e torno in sala Sinopoli per i due pezzi finali della band, in attesa di assistere all’esibizione dei Lamb.

LAMB (Sala Sinopoli)
★★★★☆
Dopo alcuni battibecchi tra il pubblico e la sicurezza sull’uscire o no dalla sala per permettere ai tecnici di effettuare il soundcheck, finalmente verso l’ 01:40 salgono sul palco i Lamb. La band, seppure proveniente da Manchester, è sempre stata associata al movimento Trip Hop e non risulta difficile capire il perché.
Il duo (Lou Rhodes alla voce e Andy Barlow al “resto”) è accompagnato dal fido Jon Thorne al contrabbasso e da uno “schiavo” che rimane nascosto dietro la postazione elettronica di Barlow e subentra al suo posto solo nei momenti in cui il leader abbandona le tastiere per passare alle percussioni. Una scelta che personalmente non condivido affatto, visto poi che Andy Barlow si sposterà si e no tre-quattro volte al piccolo set di tamburi e piatti (e con risultati non proprio esaltanti), sminuendo il lavoro del quarto uomo che, più di un musicista, pare un dipendente comandato a bacchetta dal padrone. A dirla tutta anche l’atteggiamento di Barlow sul palco non mi convince minimamente: sono frequentissimi infatti i suoi vistosi urli di incitamento, quasi sempre però all’interno di passaggi rilassatissimi che, sebbene incontrino ogni volta la precisa risposta del pubblico, mi sembrano del tutto fuori luogo (dopotutto siamo a un concerto dei Lamb, pensate se durante i silenzi di “Starálfur” Jónsi dei Sigur Rós cacciasse urla di incitamento a caso!). A parte ciò lo show è davvero fenomenale. La band è completamente padrona dal palco, suonano insieme dal 1996, e si vede e si sente. Lou Rhodes è una frontwoman eccellente, e non ci pensa due volte a far alzare tutti in piedi dopo “Another Language”, la prima traccia del nuovo album “5” (2011, Strata) che apre il concerto. Il live è completamente incentrato sulla presentazione dell’ultimo Lp: se nella prima parte i brani nuovi vengono intervallati dalla furibonda “Little Thing” e dall’immancabile placida “Gabriel”, tutta la seconda parte vede l’esecuzione di ben 6 brani consecutivi dell’ultimo album fino ad arrivare alla conclusione con “Gorecki”, lo splendido singolo tratto dal primo album. Tutto ciò non intacca minimamente lo show, che non presenta la ben che minima caduta, mantenendosi sempre a livelli eccellenti. La band esce e ritorna quindi per un bis, “What Sound”, tratto dall’omonimo terzo album, probabilmente il più famoso, e, sebbene siano quasi le 3 di notte, siamo felici che un concerto del genere sia durato ben più dell’ora prevista. Bentornati Lamb.

Scaletta

Another Language
Little Things
Strong the Root
Gabriel
Existent Hitch
Last Night the Sky
She Walks
Butterfly Effect
Wise Enough
Build a Fire
Gorecki

What Sound

KODE 9 (Teatro Studio)
★★★½☆
Sono le 3 passate, ma la curiosità di vedere Kode 9 (anche se solo con un dj set) è tanta. Non arriverò a fine set (imbocco l’uscita dell’Auditorium verso le 03.30), ma in una mezz’ora scarsa lo scozzese mi sorprende strapositivamente. Qui ci si muove in territori prettamente dance, ma con un’infinita attenzione ai suoni e ai vari passaggi ritmici da un beat all’altro; nulla sembra essere messo a caso e il riuscire a far ballare in questo modo la folla é un qualcosa che i Modeselector neanche lontanamente si possono sognare. Devo dire che la sala non appare straripante di gente, gli spazi fuori dai foyer, fortemente marcati da tappetoni di casse dritte, sembravano molto più affollati.

Credo infatti che ormai gli “ascoltatori” abbiano lasciato da un bel pezzo il posto ai “danzatori” e vista l’ora ritengo normale che sia così. Le mie orecchie sono stanche, ma ben contente e attendono l’appuntamento del 2012 sperando che l’attenzione a nomi facili e commerciali (vedi Apparat e Modeselector) non abbia la meglio su nomi più di nicchia, come alcuni di quelli presenti quest’anno. E ovviamente spero in una riconferma di Nicolas Jaar.

Recensione di Federico
Foto di Bonnie Babs

  2 Responses to “Meet in Town: secondo giorno”

  1. [...] anno il festival di musica elettronica Electric Campfire, evento meno popolare dell’annuale Meet In Town organizzato all’Auditorium di Roma ma comunque un must per gli amanti dell’elettronica [...]

  2. [...] sala Sinopoli per confermare quanto di buono era già stato proposto lo scorso luglio nel corso del MIT. E la conferma è puntualmente arrivata, grazie ad un’alchimia davvero unica tra Andy e Lou, [...]

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