Jan 112010
 

Roma, Circolo degli Artisti, 7 Gennaio 2010

★★★½☆

Elettronica davvero all’avanguardia, dove a riprodurre suoni non sono più neanche tanto i pc (vecchia storia) quanto invece i telefonini: iPhones, per l’esattezza, con un bel touch screen tutto da suonare per entusiastiche electroesibizioni. Sullo sfondo un continuo proiettarsi di immagini più o meno psichedeliche, sempre suggestive, ipnotizzanti. E su tutto quella voce: armonia, calore e colori in mezzo a mixer e spinotti vari, Meg. Già vocalist dei 99 Posse, band con cui aveva spiccato il volo nella popolarità, Maria Di Donna è –da qualche anno ormai- donna solista, impegnata nella composizione della sua musica tutta, dalle linee di basso alla melodia, ai testi. E dopo i tour consueti per promuovere i suoi album ‘Meg’ (2004) e ‘Psychodelice’ (2008, entrambi per l’etichetta Multiformis), l’artista torna adesso con uno speciale Psychodelice Show V.2. Qui i brani dell’ultimo lavoro (da cui prende nome il tour) sono riarrangiati con strumenti d’eccezione, una partita tutta da giocare, una nuova sfida, Meg vs Phone Jobs. Mario Conte, Marco Caldera e Umberto Nicoletti (i Phone Jobs, appunto, che affiancano Meg sul palco) si sbizzarriscono e inventano un uso tutto nuovo del telefono. E’ il cellulare che fa da campionatore, da sintetizzatore, persino da controller video. E il risultato è così sperimentale e sorprendente da lasciare stupefatti, sorridenti. “Inventa per me nuove parole, suoni inediti e dolci” canta Meg in ‘Distante’ ed è in fondo quello che lei stessa ci offre questa sera: suoni inediti, nuovi, com’è nuova questa mobile music, e suoni dolci al contempo, per la linea melodica, che ti culla e ti trasporta piano, in un caleidoscopio di immagini e colori. Ci sono momenti in cui ‘E’ troppo facile’ il paragone con Bjork, vuoi per le infinite contaminazioni dei suoni, per l’originalità, l’estro creativo, vuoi per l’uso sperimentale della voce, tesa e compatta su un altalenare di synth. Il concerto prosegue con ‘Napoli Città Aperta’ appassionatamente dedicata alle proprie radici, ‘guarda com’è bella la mia città.. guarda com’è sola la mia città’, un omaggio alla ricchezza e alle contraddizioni della propria terra. A tratti poi si sconfina in un sound più electrodance, ad esempio con brani come ‘Promises’, che sommuovono il pubblico senza il minimo sforzo, si tiene il tempo senza neanche rendersene conto. E la sala è terribilmente piena, in moto instancabile e perpetuo. Ordinaria piccola pausa, poi i nostri tornano sul palco. Meg s’appropria di un iPhone e si esibisce in una performance quasi dimostrativa, producendo un acuto ‘tin’ ad ogni scossone dell’apparecchio, al ritmo di una base campionata. La serata volge al termine e si rimane con l’impressione che il concerto sia finito “di già”, buon segno. Meg non ci ha stancati, ci ha conquistati, al contrario, e divertiti con questa nuova fusione/confusione tra tecnologia e musica.

Recensione e foto di Rosa Paolicelli

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