Apr 142009
 

Roma, Auditorium Parco della Musica, 4 aprile 2009

★★★☆☆

meshell-007-800x600-448x258.jpgIn continuo conflitto tra un’anima più dolce, delicata e romantica ed un carattere forte, a volte duro e scontroso, mai accomodante, torna in Italia MeShell Ndegeocello, nell’ambito della rassegna ‘Il Basso’, che ha già visto esibirsi Faso degli Elii, Melissa Auf der Maur e, purtoppo, la defezione dell’ ex Rolling Stone Bill Wyman. In realtà la nostra eroina ha imbracciato il suo strumento solo sporadicamente, lasciando il grosso del lavoro nelle mani esperte ed abili di Mark Kelley, vero maestro del ‘fretless’ (basso senza tasti).
Il concerto si è basato principalmente sui brani dell’ultimo album dell’artista afroamericana, dall’emblematico titolo The World Has Made Me the Man of My Dreams, risalente ormai a quasi due anni fa. Un album virato al rock, a volte più canonico, come in Evolution, a volte davvero acido e distorto, basti pensare ad Article 3. Poco propensa al dialogo e l’interazione col pubblico, probabilmente frenata dalla timidezza, a volte un po’ goffa, Meshell, il cui cognome d’arte in lingua swahili significa “libero come un uccello” ci è sembrata più padrona della situazione quando ha scelto il registro più intimista e confidenziale delle ballads, come nella splendida Wasted Time e nella suadente Faithful, tratta da Bitter, l’album a nostro avviso più riuscito, del lontano 1999. Per creare l’atmosfera giusta sono sufficienti pochi, raffinati e ben calibrati arpeggi della chitarra di Oren Bloedow, un accompagnamento ritmico minimale, con la linea del basso paradossalmente affidata alla tastiera retrofuturista di Jason Lindner, anche lui molto più a suo agio in questo ambito più soffuso che quando deve competere con gli altri strumentisti nelle atmosfere più fusion ed animate del resto del repertorio. meshell-010-800x600-448x253.jpg
Dopo questa purtroppo breve parentesi sognante, nella quale le tonalità più calde della voce della Ndegeocello ci riportano alla memoria alcune sfumature di Joan Armatrading, il concerto torna ad esprimere sonorità più aspre, a volte virate al reggae, con frequenti parti cantate in stile rap: in questa porzione di spettacolo l’ensamble, pur manifestando indubbie ed apprezzate capacità tecniche, non riesce ad essere altrettanto convincente: l’aver poi scelto di non proporre nessun brano tratto dallo splendido Cookie: The Antropological Mixtape, vero manifesto della musica afroamericana del XXI secolo, ha lasciato perplesso più di uno spettatore. E’ a mio avviso un peccato che tanto talento, sia a livello di composizione che di esecuzione, non dia i frutti auspicabili. Tutto risulta frenato ed ingabbiato, come se il volatile scelto come nome d’arte non riesca a staccare il corpo dal suolo. Fortunatamente il finale ci riserva un’ipnotica versione di Fellowship, tratta da Comfort Woman, che in parte riscatta l’impressione di occasione mancata e riconcilia il pubblico con la fragile ed al contempo arcigna musicista nata a Berlino, ma newyorchese di adozione. Addolcisci il tuo sguardo, Meshell, ritrai gli artigli e spicca libera il tuo volo.

Recensione by Fabrizio

Scaletta:

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