Mar 282011
 

Roma, Auditorium Parco della Musica, 10 marzo 2011

★★★½☆

Dopo la data annullata quest’estate a Villa Ada per motivi di salute e a quasi due anni di distanza dalla sua ultima apparizione, ritorna nella capitale il massimo esponente dell’ethiojazz, Mulatu Astatke, fresco di pubblicazione del seguito dello splendido “Inspiration Information 3″, “Mulatu Steps Ahead” (2010, Strut). E alla soglia dei settant’anni Mulatu sembra davvero compiere ancora dei passi in avanti (forse non giganti come quelli di John Coltrane!), salendo questa volta i gradini della Sala Sinopoli dell’Auditorium, davvero ben gremita.

A comparire per prima sul palco è la band che accompagna il musicista: dello straordinario ensemble precedente, gli Heliocentrics, sono rimasti soltanto il sassofonista James Arben e il violoncellista Danny Keane. Se da un lato la sezione ritmica (contrabasso, batteria e percussioni) è apparsa all’altezza della situazione, non altrettanto si può dire degli altri due strumenti solisti, le tastiere di Alex Hawkins e la tromba di Byron Wallen, a tratti molto discontinui. Ma andiamo con ordine.

I sette musicisti introducono lo show con un intro minimale d’atmosfera trasformandolo a poco a poco in un groove jazz sul quale, annunciato dal sassofonista, fa il suo ingresso Mulatu che si posiziona immediatamente dietro al suo strumento. Così come avevamo notato durante lo show al Circolo degli artisti, i suoi interventi sono sempre molto nascosti e mai messi troppo in evidenza. Non sono classici assoli jazzistici, e prova ne è il fatto che raramente provocano l’applauso del pubblico. E’ un apparente atto mancato che sembra essere determinato non dal disprezzo da parte dell’audience (ovviamente), ma dalla natura stessa dello stile di Astatke, rendendolo in qualche modo ancora più unico e particolare.

E nella prima parte del concerto Mulatu sembra sfoderare immediatamente i suoi temi più classici, da “Netsanet” a “Mulatu” (unita in medley con “I Faram Gami I Faram”) fino alle (ormai) jarmuschiane “Yegelle Tezeta” e “Yekermo Sew”. Quest’ultima in particolare, può essere presa d’esempio per descrivere l’approccio dei vari musicisti con la musica di Mulatu: le sonorità più marcatamente rock che caratterizzavano gli arrangiamenti degli Heliocentrics sembrano del tutto scomparire in favore di un’impostazione jazz che in alcuni casi sembra però non adattarsi troppo alle composizioni di Astatke, rendendole più fredde rispetto alle originali (l’aggettivo ethio ha più importanza di quello che sembra).

Proprio su “Yekermo Sew” il trombettista sembra avere in particolare nel finale del suo assolo qualche incertezza e difficoltà, ben più evidenziate nell’assolo a due con il sassofono su “Yegelle Tezeta”, ma nella seconda metà del concerto si riprenderà egregiamente. Non possiamo dire lo stesso del tastierista che nei suoi interventi solistici caratterizzati da un continuo accumulo di note non sembra mai raggiungere un intesa con gli altri musicisti, facendoci rimpiangere non poco Ollie Parfitt degli Heliocentrics.
Ma durante “Chik Chikka” viene ospitato sul palco un flautista italiano (non abbiamo capito il nome purtroppo) che con un piccolo flauto esegue un assolo davvero notevole, che scalda ancora di più il pubblico, ma soprattutto la band che da qui in poi continuerà la propria esibizione in un continuo crescendo. Dall’ultimo lavoro in studio vengono tratte “The Way to Nice” caratterizzata da un tema che sembra in alcuni momenti strizzare l’occhio al (compianto) John Barry di James Bond, e “Motherland”, introdotta da un bellissimo duetto di vibrafono e violoncello (unico strumento penalizzato da un missaggio altrimenti perfetto), a cui segue un egregio intervento di tromba. Dall’album del 1989 “Plays Ethio Jazz” viene poi ripescata la deliziosa “Addis Ababa” per concludere con “Yekatit” dove Olie Brice al basso, Richard Olatunde alle percussioni e Dave de Rose alla batteria superano se stessi (menzione speciale a Dave de Rose, vincitore incontrastato su tutti gli altri musicisti).
Dopo quasi due ore di concerto l’ottetto scende dal palco tra le ovazioni del pubblico. Come detto in precedenza l’impatto di una band come quella degli Heliocentrics è stato nettamente superiore rispetto a quella di una formazione più tradizionalmente jazz come quella che si è esibita questa sera (non dimentichiamo poi l’importante assenza di una chitarra elettrica), ma il fascino delle composizioni di Mulatu Astatke è sempre stato comunque ben presente in sala dando la sensazione anche a noi italiani di viaggiare su un volo Ethiopian Airlines.
Non tutti infatti forse sanno che l’album del 1972 “Mulatu of Ethiopia” è stato prodotto proprio da questa compagnia aerea, che lo faceva risuonare nelle sale di attesa e nelle cabine di pilotaggio. Music for Airports sei anni prima di Brian Eno, Mulatu Steps Ahead davvero!

Live report di Federico Forleo
Foto di Fabrizio

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