Jul 242012
 

Milano, Rho Arena, 24 giugno 2012

★★★★½

Ozzy Osbourne è la dimostrazione che l’espressione “dinosauro del rock” non deve portare con sé un’accezione negativa. Il modo in cui riesce a creare con il suo pubblico un’empatia perfetta è invidiabile per chiunque, anzi proprio la sua esperienza quarantennale gli permette di essere ormai una sola cosa con la gente che lo ascolta, sebbene il suo potere sulla gente si notasse già da quando aveva cominciato a battere le mani al ritmo di War Pigs durante le prime esibizioni dei Black Sabbath. Adesso c’è molta più schiuma però!

Ma andiamo con ordine. Chi scrive non è un fan del metal, ma l’irresistibile carisma di Michael “Ozzy”  Osbourne l’ha comunque spinto a salire da Roma alla fiera di Milano a Rho in 7 ore di treno, facendo amicizia con ragazzi da gusti molto più heavy dei suoi e sopportando chitarroni oltremodo pesanti prima di sentire quello che aveva pagato per ascoltare (riuscendo invero ad apprezzare qualcosa dei gruppi che precedevano Ozzy, in particolare gli Opeth, un po’ meno Black Label Society di Zakk Wylde, del quale riparleremo piu’ avanti, e Lamb of God). Che poi in realtà avevo pagato per vedermi i Black Sabbath in formazione completa come avevano annunciato a Novembre (il giorno 11/11/11 alle ore 11.11 fu convocata la conferenza stampa con la quale proclamavano la reunion), ma purtroppo i problemi di salute di Iommi e il non gradimento di Ward dei contratti stipulati ci hanno costretto a vedere questa proposta denonimata “Ozzy and Friends”, comunque non di secondo piano, che adesso andiamo a capire di cosa si tratta.

L’attesa è stata certamente premiata, sebbene resa ancora piu’ lunga dal mini-documentario di qualche minuto su Black Sabbath e Ozzy che qualcuno ha deciso di mostrarci.

Ozzy sale sul palco causando un delirio generale. Lui e la sua band (Gus G. alla chitarra, Rob “Blasko” Nicholson al basso, Tommy Clufetos alle tastiere e Adam Wakeman alla batteria, uno che ti sveglia davvero quest’ultimo e poi dirò perché)  cominciano con Bark at the moon, dal periodo con Jake E.Lee alla chitarra, buona per cominciare a scaldare l’atmosfera. Proseguono con un trio di canzoni spaventoso: ci ipnotizzano con le tastiere di Mr.Crowley, ci avvisano di certe conseguenze delle nostre azioni con Suicide Solution e vanno avanti con la dichiarazione di impotenza di I don’t know. Colpisce che abbiano voluto suonare all’inizio del concerto tre dei pezzi piu’ famosi del primo disco solista di Ozzy, Blizzard of Ozz, forse volevano il pubblico italiano in loro possesso già da subito! Nelle pause della voce, Ozzy innaffia i suoi seguaci con il suo ormai celeberrimo fucile a schiuma (ma solo alla sua sinistra, quelli come me che erano alla sua destra non potevano fare altro che rosicare e continuare a morire di caldo). Le canzoni dell’Ozzy solista di questa prima parte terminano con Shot in the dark, ancora dal periodo insieme a Lee.

Poi la band di Ozzy si lancia in una gustosissima jam sulle note di Rat Salad dei Black Sabbath, dall’album Paranoid, e certamente riescono nel tentativo di mostrarsi come ottimi musicisti. In particolare Gus.G è davvero bravo, ineccepibile, e Adam Wakeman non lesina certo sulla sua ottima tecnica.

Rat Salad non è una scelta a caso: immediatamente dopo il suo splendido assolo di batteria, Wakeman comincia a battere sulla grancassa non potendo non ricordare i colpi iniziali di Bill Ward su Iron Man.  Mentre Wakeman colpisce, Ozzy va al microfono a presentare l’ingresso del suo grande amico di sempre e bassista dei Black Sabbath Geezer Butler, acclamatissimo dal gruppo, (sostituendo quindi Blasko che scende dal palco) e quello di un’altra leggenda del rock, Slash, anch’egli molto ben voluto dal pubblico (nonostante qualche metallaro scatenato non ami molto il suono troppo pulito della sua chitarra, manco fosse un bluesman tipo Clapton…), che sostituisce Gus G. alla chitarra solista. Iron Man è ovviamente il pezzo con cui la formazione di Ozzy e i nuovi ospiti si misurano.  E’ una grandissima festa, che prosegue con altri due capolavori dell’epoca Sabbath: la sonoramente pesante ma dal testo pacifista War Pigs, dall’album Paranoid, e N.I.B. dal primo album, Black Sabbath. Neanche dovrei stare a precisare che la partecipazione del pubblico è fortissima, perché appare ovvio con pezzi di questo genere.

Slash torna in camerino a farsi un goccio di Jack Daniel’s , e sale al loro posto a far parte del trionfo Zakk Wylde, per un certo periodo chitarra solista di Ozzy e ora leader dei Black Label Society. Chi vi scrive ritiene Randy Rhoads il chitarrista solista migliore con cui Ozzy abbia mai inciso dischi, ovviamente DOPO Tony Iommi. Sarà perché il suono di Rhoads nel disco Blizzard of Ozz è fantastico, e perché alle volte Wylde mi risulta un po’ pacchiano, sebbene alcuni dei suoi pezzi con i BLS non siano da buttare via, quando non troppo estremi. Ma questo non significa che i pezzi che suonano in questa parte dello show non risultino pazzeschi: stiamo parlando di Fairies Wear Boots, epoca Black Sabbath album Paranoid (dopo la quale Geezer scende dal palco per tirare un po’ il fiato, e viene momentaneamente sostituito da Blasko), di I don’t want to change the world, presa proprio dal periodo in cui Ozzy e Wylde suonavano insieme, e la fantastica Crazy Train da Blizzard of Ozz, un riff che è scolpito nella storia. Oltre ai colpi di fucile alla schiuma, Ozzy ora innaffia il pubblico anche con secchiate d’acqua che gli vengono continuamente rifornite da dietro il palco.

Dopo il momento melodico di Mama I’m coming home, una bellissima ballata dell’Ozzy solista, è l’ora del delirio finale: Paranoid suonata tutti insieme, Ozzy, la sua band al completo, Geezer Butler, Slash e Zakk Wylde. Dopo una roba di questo genere, non puoi fare altro che urlare a Ozzy che è un grande ed immortale eroe della musica, per quello che ti ha regalato in una serata in cui grazie a lui non t’è passato nemmeno per la testa che ti sei perso il quarto di finale dell’Europeo, Italia-Inghilterra, in corso proprio durante il concerto.

Peccato che, dopo che tutti hanno lasciato le scene, le note di Dreamer che si sentono sono quelle della registrazione originale e non un altro momento melodico dal vivo.

recensione di Christian Dalenz

 

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