Nov 142013
 

Roma, Atlantico Live, 27 Ottobre 2013

★★★½☆

Mi piace pensare che la “rotten banana” burlescamente esibita con la quale si è presentato al pubblico dell’Atlantico abbia voluto essere il suo modo di omaggiare i Velvet Underground nella triste serata della dipartita di Lou Reed, ma questo non ci è dato saperlo. Perché nulla di convenzionale (e quindi di prevedibile) è nelle corde del personaggio che più di ogni altri ha fatto della contraddizione il suo marchio di fabbrica. Stiamo parlando di John Lydon, ex Johnny Rotten, colui che con i Sex Pistols ha annientato il passato prossimo così velocemente relegandolo nel trapassato remoto e che ha stravolto per sempre il senso estetico degli anni a venire. Una leggenda insomma che, dopo il “no future” del punk, imbocca veloce una nuova strada mettendo in piedi una formazione che a sua volta farà da apripista ad una serie di generi quali new wave, gothic punk, noise, con un sound dai ritmi tribali e ossessivamente ripetuti: i Public Image Ltd.

Introdotti dalla valida e intensa performance dei pesaresi Soviet Soviet, i PIL si presentano al cospetto di un pubblico esiguo ma molto variegato sia come fascia d’età (si va dai giovanissimi ai reduci del ’78) sia come look, spaziando tra i fedeli alla linea degli anni che furono ai maturi 50enni dagli insospettabili trascorsi musicali. Preceduto sul palco dalla chioma fluente del barbutissimo Lu Edmons alla chitarra e dall’inappuntabile Bruce Smith al basso (e già qui il mettere insieme un ex Damned e un turnista delle Spice Girl la dice lunga sul personaggio) per completare con Scott Firth alla batteria, ecco che poco dopo le 22.00 fa la sua apparizione un immenso John Lydon, ancora capace di tenere accesa la platea con il suo talento innato di frontman, alternando movenze burlesche e sguardi spiritati ad una potenza vocale notevole, che nulla ha perduto rispetto a 30 anni fa. Un vero e proprio animale da palcoscenico che fa della teatralità di ogni suo gesto il punto focale dello show. Con un look da clown post moderno, camicione bianco con su scritto “free dumb” e pantaloni esageratamente larghi a scacchi bianchi e rossi, delega l’apertura a “Deeper Water”, brano tratto dall’ultimo disco in studio quel “This is PIL” accolto in maniera molto tiepida dalla critica. Ma il live è un’altra cosa. Non si ha affatto l’idea di trovarsi al cospetto di una parodia della band che fu, anzi. Ogni brano viene affrontato ed elaborato al massimo, in estenuanti virtuosismi musicali e sopratutto vocali che comportano il dover ricorrere continuamente ad una sorta di gargarismo in diretta con conseguente evacuazione nella sputacchiera allestita al centro del palco, anche più volte durante l’esibizione dello stesso brano. È un fuoco di fila. Si passa di seguito ad “Albatross”, brano del mitico “Metalbox” del ’79 per poi proporre subito dopo (quasi in apertura del concerto) un pezzo altrimenti buono per i bis, “Love Song”, forse la loro vera e unica hit. La gente canta, ma soprattutto balla, balla sulle note sincopate e acide che vedono anche il ritmico battere di piedi della strana figura in trance alla sinistra del palco per tutta la durata dello show (che amici della security ci confidano essere il manager del gruppo).

E via così, alternaza tra nuovo e vecchio, con un’interpretazione da brividi di “The body”, aperta e chiusa da un mix di “This is what you want”. Si prosegue di pari intensità per un’ora e mezza di esecuzione ininterrrotta, toccando i punti più alti con “Warrior”, “Death disco” e “One drop” che chiude la prima parte del concerto. Alla ripresa viene aumentata all’inverosimile la potenza dei bassi che ci sparano diretti nello stomaco le note in sequenza di “Public Image”, “Rise” e “Open up” per il colpo di grazia finale. Le orecchie restano ovattate fino al giorno seguente (colpa anche dell’acustica di quel posto maledetto che è l’Atlantico) ma ne è valsa davvero la pena perché a mio parere l’esserci è stato non solo un piacere, ma al cospetto di questo personaggio controverso e discutibile che nel bene e nel male rappresenta la storia, anche un dovere e un privilegio.

Live report di Claudia Giacinti.

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