Jul 182013
 

Glen Hansard & The Frames /Bruce Springsteen & The E Street Band. Italia 2013

★★★★★

Non volendo per l’ennesima volta disquisire e recensire meramente i live 2013 di Glen Hansard & The Frames e di Bruce Springsteen & The E Street Band, visto che qua su Slowcult ne ho ampiamente già parlato in occasione delle loro precedenti visite sul suolo italico, mi trovo a ragionare su degli elementi che accomunano queste due esperienze visive e sensoriali, questi due viaggi sonori affascinanti, potenti, devastanti e pieni di poesia allo stesso tempo.
Chiunque esca da un concerto di Glen o di Bruce, esce felice, sollevato, col cuore gonfio di emozioni , conscio di aver assistito a un atto di amore assoluto dell’artista verso la musica, uno show senza orpelli, spoglio di effetti speciali, fuochi d’artificio, mega installazioni visive, uno show dove la musica quella vera, quella suonata (e dannatamente bene) ti colpisce come un pugno lasciandoti delle sensazioni che durano nel tempo marchiandoti e non lasciandoti più andare via.
Glen Hansard deve molto a Bruce, molti artisti dublinesi (U2 in primis) devono molto all’uomo del New Jersey che in Irlanda è veramente adorato.
Lo show di Glen poi che sta portando in giro ha molti accenni alla Springsteen.
Prendiamo “Drive all night” di Bruce dall album “The River”. Molte volte Glen l ha riproposta live, sia da solo o con i Frames, sia con Eddie Vedder ed anche con Jake Clemons il nipote di Clarence, leggendario e amatissimo sassofonista di Bruce recentemente scomparso.
Proprio Jake è poi entrato nella E street band, assieme agli E street Horns in un filo che lega le Seeger Sessions alla E Street e proprio Glen ha inserito una sezione di fiati nella line up dei Frames la sua band storica.
Scherzando (e mica tanto) con Glen a Dublino gli dissi ora hai i “Frames Horns”, e non è, ovviamente, solo questo aspetto di formazione che lega Glen a Bruce, ma anche l’attitudine a salire sul palco e vedere dove la musica ti porta, senza set lists predefinite, certo Glen non prende cartelli dall’audience, ma tiene in considerazione dei suggerimenti che gli vengono proposti, e nella scaletta ha sempre spazio una “Messy Room” dove tutto può accadere anche improvvisando (due esempi mirabili a Milano e Bologna dove le pene sentimentali di Justin il pianista o una bottiglietta d’acqua di una nota marca sono diventati spunti musicali per brani totalmente messi su in un attimo).
Questo per regalare ai fans o a chi ti viene a vedere anche per la prima volta, uno show unico, diverso da quello che sarà la volta dopo, un modus operandi che ti rende vivo, onora il tuo lungo catalogo di canzoni, e ovviamente rende felici alcuni e molto delusi altri (vedere le infinite discussioni sulle set lists di Bruce, visto che in piccoli posti e nel Nord Europa nel 2013 ha regalato vere e proprie gemme nascoste, discussioni poi messe a tacere con una set list stellare in quel di Roma).
E la musica di oggi ha un fottuto bisogno di questo, di strumenti suonati, di chitarre taglienti e di poesia deliberata senza filtri, il sorriso e l’energia di Bruce dopo 3 ore e mezza di concerto a Roma, la chitarra violentata da Glen durante “Astral Weeks” di Van Morrison, il bisogno di Bruce di mischiarsi sempre con la folla e cercare un contatto umano, Glen che prende una ragazza dall audience e le fa cantare assieme a lui la canzone dell’Oscar “Falling Slowly” (e Silvia Pittito è in buona compagnia visto che il brano l hanno cantato “solamente” Marketa irglova, Eddie Vedder e Lisa Hanningan), tanti flashes che ci fanno sempre più allontanare da mega show con uno script rigido legato a schermi che dettano la scaletta, visto uno show visti tutti (vero U2? Voi che amate cosi tanto Bruce cosa vi trattiene dal buttare tutto via e fare uno show imprevedibile e verace? Avete anche voi decenni di musica da attingere no?).
Dunque non ha senso parlare in fondo di scalette e di cosa ha fatto chi in quella data, per me, come musicista e come ascoltatore, è fondamentale vedere come un artista, uno scrittore, un performer onora il patto che fa con la propria audience, trovando notte dopo notte dopo notte un ulteriore “reason to believe”, regalando a chi ascolta brandelli della sua vita ricevendo in cambio dei sorrisi, un calore, che fa sentire il storyteller a casa, ricevuto con amore, ed è questo il segreto di chi fa musica per una ragione di vita, spesso venendo dalla strada come busker o dai piccoli bar del New Jersey. Non scordarsi che siamo tutti in cerca di una casa, di un amore da dare e poi ricevere, di un sorriso da regalare, di una mano da stringere, siamo tutti al timone di barche che approdano in porti non sempre sicuri, ma per questo tremendamente eccitanti, di orecchie pronte ad ascoltare le nostre storie e le nostre vite filtrate.
E uscendo dai concerti di Glen e di Bruce questo ho visto, il patto è stato ulteriormente rinnovato, i sorrisi per l’ennesima volta disegnati sui volti, e l’amore per la musica sempre più vivo e forte, nonostante l’avvilimento quotidiano a cui assistiamo, e lo svilimento di emozioni pure che devono essere preservate a tutti i costi senza se e senza ma. Ne va del nostro vivere e del nostro sentire le cose in maniera pura, vivida e senza confini.

Glen Hansard, io e i Frames foto di Silvia Pittito, Bologna 07/07/2013

Glen Hansard,foto di Silvia Pittito, Bologna, Bolognetti Rocks 07/07/2013

Bruce Springsteen & The E Street Band,foto di Riccardo Arena,Rock in Roma 11/07/2013

Pensieri a ruota libera di Fabrizio Fontanelli

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