May 102015
 

Roma, Auditorium Parco della Musica, 19 aprile 2015

★★★★☆

slow12 [800x600]Due anni dopo il precedente Suoni al confine, la Takadum Orchestra presenta dal vivo all’Auditorium il nuovo album Addje, appena pubblicato da Helikonia e distribuito da Egea.

Il suono è ancora più corposo, a tratti potentissimo, grazie alla consueta, collaudata ed imponente formazione schierata sul palco, composta da 15 elementi, tra cui la new entry Bruno Zola al contrabbasso che avvolge e rafforza la già consistente forza d’impatto dell’ensamble guidato da Simone Pulvano e Gabriele Gagliarini. Il tema generale dell’album è quello della migrazione, quanto mai di urgente attualità. Brani provenienti da tutto il Mediterraneo e non solo, accomunati dal racconto dell’inarrestabile movimento dei popoli alla ricerca della terra promessa o semplicemente di un luogo più sicuro e pacifico del proprio paese d’origine. Si è trattato di una e vera festa, con tanti ospiti che dopo aver partecipato alle registrazioni dei brani del disco non hanno fatto mancare la loro preziosa e prestigiosa presenza sul palco della Sala Petrassi, a partire da Ziad Trabelsi dell’Orchestra di Piazza Vittorio che con il suo ‘oud ha presentato il malinconico brano Ya Rayah.

L’Orchestra è ulteriormente cresciuta e maturata, anche rispetto alle esibizioni di solo pochi mesi fa, come in occasione della Slowfesta di Primavera del 2014 all’Init. Nuovi suoni si aggiungono, arpe ed organetto allargano l’orizzonte sonoro ed arricchiscono i sapori miscelati ed offerti ad un pubblico caldo e partecipe.

L’affiatamento è praticamente perfetto ed i nuovi brani espandono e completano il repertorio, aggiungendo nuovi aromi e suggestioni. L’impasto vocale tra Lavinia Mancusi e Valeria Villeggia resta fluido e si insinua tra le armonie e le percussioni, vero motore propulsivo della Takadum.

La mestizia dei brani più languidi come Canto d’esilio e Armeno Canto (ormai un classico, verrebbe da dire una ‘hit’) si alterna alla gioia e l’irrefrenabile vivacità di MB LALA o della ‘vecchia’ Kara Deniz. Dopo la filastrocca/favoletta Il Cammello e il Dromedario, nella migliore tradizione delle mille e una notte, dopo l’immancabile sipario di bellydance con Sciahina e dopo la splendida Balkadum, il concerto si chiude con la classica Takadum, ipnotica ed avvolgente come sempre.

Un esame di maturità, una riprova della bontà della scelta artistica di questa particolare, unica e speziata big band che compie un grosso passo in avanti nel suo percorso di ricerca e di proposta musicale oltre qualsiasi barriera, oltre ogni confine.

 

Recensione di Fabrizio Forno

foto di Giulio Crestini scattata alla Slowfesta del 16 maggio 2014

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