Mar 062008
 

Roma, Palalottomatica, 29 febbraio 2008IMG_0784 [].jpg

Robert Smith.
Robert Smith è un genio. Robert Smith è un gatto con le fattezze da uomo. Robert Smith è l’orsacchiotto di pezza con cui ci si addormenta. Robert Smith è un pazzo ubriacone. Robert Smith è un grande musicista ed uno dei più grandi compositori degli ultimi trent’anni.
Robert Smith è Robert Smith.

I Cure sono uno dei più grandi misteri della storia della musica contemporanea, sopravvissuti a centinaia di generi musicali o etichettati tali, nascosti da sempre nell’underground dell’indie, eppure in grado di riempire completamente il Palalottomatica: bella sensazione davvero, trovarsi in un palazzetto gremito per un evento simile, peraltro pubblico eterogeneo, dai fans della prima ora a coloro che nemmeno erano nati,IMG_0781 [].jpg all’epoca dei primi lavori. Unici in grado di suonare 38 (avete letto bene, 38!) pezzi in una serata, spaziando dal punk di inizio anni 80, al dark, dance music e, perché no, spruzzate di jazz (una memorabile Lovecats). Solo di bis, 15 pezzi. Se non è un record questo!
La creatura di Smith è sempre stata multiforme: inizialmente un trio, negli anni si sono evoluti fino a sestetto, per poi prendere, tre anni fa, la radicale decisione di eliminare le tastiere e di tornare ad un suono più ruvido dominato dalle chitarre. Da questa decisione prende corpo la serata di Roma e si rivela, ancora una volta, la grandezza del nostro uomo : riarrangiare tutte le canzoni, costruite per pianoforte, tastiere e fiati, per una band formata da 2 chitarre, basso e batteria. E non usare, tranne qualche caso inevitabile, programmazioni e basi preregistrate. Fantastico.IMG_0776 [].jpgNegli ultimi dieci anni non avrà prodotto dischi all’altezza, non lo si può negare, ma dal vivo è sempre stata un’altra storia. Il rapporto con l’Italia, poi, è sempre stato speciale, tant’è che il tutto esaurito è segnalato da mesi.
Le aspettative saranno ripagate con gli interessi.
Alle 20.45, addirittura in anticipo sull’orario di cartellone, Robert Smith (49 anni ad aprile) sale sul palco. Lo accompagnano il compagno di sempre Simon Gallup al basso, con una nuova cresta punk rossa ed un fisico invidiabile per i suoi 48 anni. Porl Thompson (50) alla chitarra, in versione Matrix/DarthFener con una insospettabile, fino a qualche tempo fa, pelata integrale. Jason Cooper (40) alla batteria completa l’organico.IMG_0791 [].jpg Il Nostro, come sempre nerovestito, spettinato e goffo all’inverosimile attacca Plainsong, apertura di Disintegration, l’album più sfruttato in questo spettacolo. Si viaggia nei ricordi di un lontano passato (A strange day), nelle riletture di canzoni divenute classiche (The Walk, Lovesong, Pictures of you, Lullaby), il tempo di rilassarsi con un paio di pezzi più tranquilli per poi scuotere il palazzetto con la sequenza mozzafiato Friday I’m in love, In between days, Just like heaven.
Un pezzo nuovo per testare la reazione del pubblico al prossimo album, il 15mo in studio e poi immagini di tristi ricordi (guerra, dittatura, oppressione) accompagnano la cupissima e sempre magica One hundred years. La malinconia della title track Disintegration chiude il set. Sono passate due ore in un lampo, ma chi conosce la materia sa che siamo solo ad un gustoso antipasto.IMG_0783 [].jpg
I bis nei concerti dei Cure sono sempre leggenda. In questo siamo andati decisamente oltre. Tornano una prima volta sul palco e regalano una gustosissima porzione di Seventeen Seconds, secondo album, anno 1980. At night ed M sono un tuffo nei ricordi, Play for today è magica nel coro dei diecimila presenti che urlano a squarciagola la partitura della tastiera assente. Poi, un accordo sospeso, nascosto, modificato e all’improvviso il classico dei classici, A forest , è lanciato. Delirio puro. Il tempo di riprendere fiato e sono di nuovo sul palco per una seconda serie di bis. Stavolta incentrati sulla parte più pop/dance del repertorio, la Lovecats già citata, il groove riempipista di Hot hot hot e Let’s go to bed, la nuova Freak show dopodiché la divertentissima Close to me con tanto di ballo scatenato, eufemisticamente parlando, di Robert Smith che fa impazzire il pubblico. Si chiude con una tiratissima Why can’t I be you, con tanto di ritornello lasciato agli astanti, abitudine decisamente rara per il Nostro.
Finita? Troppo facile.IMG_0794 [].jpg
Tornano per una terza volta, ed è apoteosi. La terza ed ultima serie di bis è tutta sui primi singoli e sul primo disco, datato 1979. Sono pezzi che hanno 30 anni, ma l’impatto è sempre devastante. Si impazzisce, nei venti minuti che da Boys don’t cry sfociano nella conclusiva Killing an arab.
Ci ritroviamo tutti festanti e sfiniti, una serata memorabile. E non vediamo l’ora che sia il tempo del prossimo tour, Robert Smith ha dichiarato di voler continuare fino a settant’anni e non saremo certo noi a fermarlo.
Again and again and again and again and again….
Recensione by Attilio

Scaletta

Plainsong/Prayers for rain/A strange day/Alt.end/The end of the world/The walk/Lovesong/To wish impossible things/Pictures of you/Lullaby/From the edge of the deep green sea/Please project/Push/Friday I’m in love/Inbetween days/Just like heaven/Primary/A boy I never knew/Us or them/Never enough/Wrong number/One hundred years/Disintegration
Primo bis : At night/M/Play for today/A forest
Secondo bis : The lovecats/Hot hot hot !!!/Let’s go to bed/Freak show/Close to me/Why can’t I be you ?
Terzo bis : Boys don’t cry/Jumpin’ someone else’s train/Grinding halt/10:15 saturday night/Killing an arab

  One Response to “The Cure: again and again and again and again….”

  1. [...] superficiale ed insoddisfacente di tanta buona new wave d’antan: alcuni brani richiamavano i Cure di Pornography, gli Ultravox di Vienna, mentre il puntuale basso di Ghenga Adelekan addirittura ci [...]

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