Nov 202012
 

Triple Vision(i): R.A.J. Trio, Nohaybandatrio, M.A.T., featuring Fabrizio Bosso
Roma, Auditorium Parco della Musica, Sala Petrassi, 25 ottobre 2012

★★★½☆

È un evento del tutto particolare quello a cui abbiamo assistito nella bellissima cornice della Sala Petrassi all’Auditorium Parco della Musica di Roma: a dividersi il palco per questa prima assoluta sono tre formazioni molto diverse fra loro, che proprio sfruttando le peculiarità che le accomunano hanno potuto dare vita ad uno spettacolo originale e coinvolgente, molto curato nei dettagli ma sempre libero di respirare nell’improvvisazione e nell’interazione fra i musicisti e con il pubblico.

Di tutte e tre le formazioni, ciascuna composta di tre elementi, fa parte il bravissimo sassofonista (e ideatore del progetto) Marcello Allulli, che assume la funzione del perno attorno al quale ruota tutto il concerto, peraltro senza mai peccare di protagonismo. E tutte e tre le formazioni sono accompagnate da un diverso videoartista che contribuisce ad espandere il suggestivo immaginario creato dalla musica. A fare da battitore libero una figura d’eccezione come Fabrizio Bosso, trombettista e nome importantissimo del jazz italiano e internazionale, protagonista di diverse incursioni nelle performance dei tre gruppi.

I primi a salire sul palco con Marcello Allulli sono Michele Rabbia, batteria, e Antonio Jasevoli, chitarra, ovvero R.A.J. Trio, accompagnati dai visuals di Nadia Cassino. La loro musica muove da territori jazz, ma è ricca di contaminazioni e sonorità diverse, con qualche incursione di suoni elettronici generati dal laptop di Michele Rabbia e parecchie sterzate verso il noise, il free jazz e l’improvvisazione pura.
I brani sono lunghe suite costruite su dense trame di chitarra, che Jasevoli intesse con la sua Telecaster, spesso sovrapponendo diversi loop, e su cui Allulli ricama melodie che hanno il pregio di essere spesso molto semplici e cantabili, ma di gran gusto e mai banali. Ed è molto efficace l’approccio alla batteria di Michele Rabbia, che coniuga l’ovvia funzione ritmica a quella di colore sonoro aggiuntivo e generatore continuo di rumori e suoni non convenzionali, come quando lo si vede “suonare” un rotolo di scotch, staccando e riattaccando il nastro.
Il concerto è un flusso continuo, in cui la fine di un brano scivola nell’introduzione al successivo tramite un assolo di sax o di chitarra, o una frenetica e schizofrenica performance di Michele Rabbia, che mischia suoni elettronici, batteria e rumori generati da ammennicoli vari. Si passa dalle atmosfere malinconiche, oscure e a tratti ossessive di “Gio’s Walk”, in cui il trio ospita la tromba di Fabrizio Bosso, a quelle più rasserenate e placide di “RAJ” e c’è spazio anche per un lungo assolo di chitarra classica da parte di Antonio Jasevoli, che pur risultando un po’ fuori contesto mostra la straordinaria bravura tecnica, la versatilità e il gusto raffinato del chitarrista.

Il passaggio di testimone alla band successiva, i Nohaybandatrio, invece di essere la classica pausa avviene tramite il bellissimo brano “Banchetto di Nozze”, una ballata struggente suonata insieme dai due ensemble, e dopo il quale Antonio Jasevoli e Michele Rabbia abbandonano il palco. Ora dunque il sax di Marcello Allulli è affiancato da Fabio “Reeks” Recchia al basso e alla chitarra preparati e dalla batteria di Emanuele Tomasi e la prima differenza evidente rispetto alla band precedente è banalmente di volume: il percorso dei Nohaybandatrio, almeno dal punto di vista strettamente sonoro, parte dal rock e dall’hardcore per arrivare al jazz più che il contrario, e infatti i tre suonano fortissimo (soprattutto basso e batteria risuonano enormi nella sala Petrassi, solitamente abituata a sonorità più delicate).
I quattro brani suonati dai Nohaybandatrio, affiancati dal bravissimo manipolatore di immagini Alessandro Rebecchi a.k.a. Byruzz, sono suddivisi equamente tra i due album pubblicati dalla band: da “Tsuzuku”, del 2007, viene “Giostraio Rom”, suonata in apertura e carica di groove, e che nella sezione centrale improvvisata vede duettare Marcello Allulli e l’ospite Fabrizio Bosso in un fiume di note in direzione decisamente free jazz. E da “Tsuzuku” viene anche la splendida “Il Tukatì”, con un tema che ricorda il jazz rock dei primi anni ’70, suonato da chitarra e sax, ancora tanto groove, e una sezione centrale con grandi idee armoniche e un mood spensierato. Dal più recente “Nohaybandatrio” vengono invece pescati gli inequivocabili titoli “HC” e “Tonino Hardcore, Tonino Rock&Roll”, entrambe potentissime: la prima si divide fra corse spericolate e ritmiche contorte, mentre la seconda sfoggia un riff enorme e poi si lancia in un viaggio psichedelico e caotico.

Ancora una volta è suonando insieme la splendida “Banchetto di Nozze” che le band si avvicendano sul palco: tocca ora al M.A.T. (Marcello Allulli Trio) ovvero il solito Marcello Allulli al sax, Francesco Diodato alla chitarra ed Ermanno Baron alla batteria. Il loro ultimo album “Hermanos”, pubblicato nel 2011 da Zone di Musica, ha riscosso un importante successo di critica e pubblico e ha contribuito a imporre definitivamente Allulli fra i più importanti nomi del jazz nazionale. Ad accompagnare il M.A.T. gli interessanti visuals di Gabriel Zagni, che proietta sullo schermo disegni realizzati dal vivo, improvvisando sulla musica.
Quello del M.A.T. è un jazz dalle strutture tutto sommato canoniche, ma ricco di spunti e contaminazioni: i temi portati dal sax brillano spesso per semplicità e notevole gusto melodico, ma anche quando sono più complessi risultano comunque di facile presa, come nella frenetica “E. E.”, suonata insieme a Fabrizio Bosso (che compare in “Hermanos” e ha spesso accompagnato il trio dal vivo), e in cui il quartetto sfoggia uno straordinario interplay. “Ultimo sogno”, colorata di sonorità mediterranee, è costruita su un semplice arpeggio di chitarra e su un beat ricchissimo e mai uguale a sé stesso, su cui poggia un bellissimo tema delicato e ipnotico, mentre nel finale si trasforma tingendosi di funk. Ancora più delicata e soffice è “Hermanos”, suonata così piano da permettere ad Allulli e Diodato di cantarne il tema senza neanche bisogno del microfono, prima di svilupparlo in un romantico assolo di sax, mentre in “Oscuro”, ultimo brano in scaletta, c’è spazio per qualche digressione rumoristica di Francesco Diodato e per delle evoluzioni verso il free jazz, con un gran lavoro del batterista Ermanno Baron.

Dopo una affettuosa presentazione di tutti gli artisti presenti sul palco da parte di Marcello Allulli, che non fa nulla per nascondere l’emozione, la soddisfazione e il trasporto con cui ha visto realizzarsi questo splendido evento, è il momento dell’inevitabile bis, una “Besame Mucho” (che Allulli definisce, forse non a torto, la canzone più famosa del mondo) suonata insieme da tutti i musicisti che hanno preso parte alla serata. Il sassofonista invita le due metà del pubblico ad armonizzare due variazioni del tema del brano da lui scritte, perché, come afferma lui stesso, cantare insieme libera energie positive e il momento storico lo richiede. Ed è proprio questa la sensazione migliore che lascia questa serata, al di là della sua elevata qualità musicale, della bravura dei musicisti e dei videoartist, dell’originalità con cui lo show è concepito: quando la musica, persino la più complessa, è vera e sincera, essa è connessione, condivisione, comunicazione, empatia, e Marcello Allulli e tutti gli altri artisti sul palco della sala Petrassi lo hanno dimostrato.

Live report di Andrea Carletti
Foto di Musicenology

Scaletta

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