Mar 202014
 

Roma, Circolo degli artisti, 16 febbraio 2014

★★★☆☆

Non è raro imbattersi in band che faticano in sede live a riproporre in modo adeguato e soddisfacente l’egregio lavoro che compiono all’interno di uno studio di registrazione (pensiamo ai System of a Down, agli Anathema o ai Mastodon). Ma il caso degli Ulver può realmente essere considerato a tutti gli effetti più unico che raro: un gruppo che non sembra voler eseguire i propri brani. O, per meglio dire, un gruppo incapace di comprendere e costruire una scaletta realmente alla portata delle proprie capacità live, preferendo eseguire inutili improvvisazioni e composizioni che non risultano avere una resa ottimale sul palco.

I dischi che la band norvegese continua a produrre impressionano e sorprendono puntualmente i propri ascoltatori, con risultati a dir poco eccellenti: basti pensare agli ultimi due lavori, “Messe I.X–V I.X” (Kscope 2013), registrato assieme alla Tromsø Chamber Orchestra (con echi cinematografici che spaziano dai Tangerine Dream al Johnny Greenwood di “There Will Be Blood”), o al più recente “Terrestrials” (Southern Lord, 2014), split oscuro e sognante realizzato assieme ai Sunn O))).

Gli Ulver dal vivo sembrano aver timore di tanta magnificenza prodotta in studio: e se per gli ultimi due album appena citati quest’atteggiamento appare più che comprensibile (l’assenza di un’orchestra è un dettaglio che non va certamente sottovalutato, non di meno del rimanere orfani dei droni prodotti dalle chitarre di Stephen O’Malley e Greg Anderson), lo stesso non si può dire per la decisione di escludere quasi totalmente in sede live quella che, molto superficialmente, può essere considerata la trilogia “rock” della loro carriera, composta da “Blood Inside” (2005), “Shadows of the Sun” (2007) e “Wars of the Roses” (2011). Un repertorio senza ombra di dubbio più “facilmente” eseguibile dal vivo.

Nella data romana precedente, avvenuta sempre al Circolo degli artisti, la critica maggiore che era stata mossa agli Ulver era stata quella di non eseguire i propri brani in maniera professionale, a causa dall’ inesperienza dei musicisti (ricordiamo che sebbene il primo album sia stato registrato nel 1995, il vero debutto live ufficiale è avvenuto soltanto il 30 maggio 2009). Una critica all’epoca oggettivamente sacrosanta, ma che a due anni di distanza poteva essere facilmente spazzata via: il live di questa sera, introdotto da uno splendido loop elettronico dove a farla da padrone sono i rintocchi continui di campane, prende infatti il via ottimamente, con una superlativa esecuzione di “England”, seguita immediatamente da “Dressed in Black”. Sebbene il bravissimo batterista precedente Tomas Pettersen sia stato ora sostituito dal meno brillante (ma comunque ottimo) Ivar H. Johansen, la band, supportata anche dal percussionista tuttofare Anders Møller, appare finalmente all’altezza della situazione, completamente a suo agio con il proprio repertorio, realmente padrona e consapevole delle proprie capacità.

Ma già dal terzo pezzo, “Doom Stick” (alquanto stravolta), qualche ingranaggio inizia ad incepparsi: a una prima parte ipnotica e pulsante segue un improvviso cambio di groove che sfocia in una insipida jam colorita dalle congas che ricorda i peggiori Mars Volta. La mezzora seguente sarà completamente dedicata all’esecuzione di tre interminabili improvvisazioni strumentali, incentrate su giri, arrangiamenti e soluzioni assai ingenue, quasi amatoriali. La sensazione di trovarsi all’interno di una sala prove più che in una sala concerti è molto forte. Difficile dimenticare i pessimi intrecci percussivi della parte finale della prima improvvisazione, o la seconda, fintamente malefica, incentrata su un banale riff doom. Meglio i tentativi kraut-cosmici della terza, che si chiude affidandosi ad atmosfere tipicamente Rock in Opposition (causate probabilmente dalla passata militanza di Daniel O’ Sullivan nei mai troppo lodati Guapo, una delle band attualmente più rappresentative del RIO).

Fortunatamente nella mezz’ora finale gli Ulver si confrontano nuovamente con il proprio repertorio, e se “Tomorrow Never Knows” provoca un certo nervosismo a causa dell’estenuante ripetersi della stessa linea melodica da parte di Garm, le ottime esecuzioni di “Glamour Box (Ostinati)” (dove la chitarra di O’ Sullivan sostituisce più che egregiamente gli ostinati degli archi) e soprattutto di “Nowhere/Catastrophe”, tratta da “Perdition City”, riescono a riconquistare il favore degli ascoltatori. Il convincente bis è infine affidato alla strumentale “Eittlane”, presente nell’EP “A Quick Fix of Melancholy” che si struttura interamente attorno a un brevissimo campionamento tratto dal brano “Nattleite”, la traccia numero quattro del capolavoro black-folk “Kveldssanger”.

La band nei due anni trascorsi appare in definitiva migliorata enormemente sul piano esecutivo, ma ancora incerta sull’impostazione da dare al proprio live. È vero che forse in questo caso la location ha giocato in qualche modo a loro sfavore, spingendo più e più volte una minoranza maleducata del pubblico a urlare a squarciagola il nome Ulver, spezzando le cupe e glaciali atmosfere che Garm e soci tentavano di creare: una pratica sicuramente più adatta a un concerto dei Maiden in uno stadio strapieno piuttosto che a una band che necessita un ascolto assorto e attento (e in questo caso un teatro sarebbe stato sicuramente più indicato). Ciò che in conclusione amareggia maggiormente è che gli Ulver sembrano finalmente in grado di affrontare in maniera soddisfacente il proprio repertorio “rock” (che corrisponde all’ultima parte della loro carriera), ma si ostinano al contrario a ignorarlo in favore di escursione sonore e a ripescaggi di brani del passato non sempre convincenti. Ma di una cosa siamo certi: finché i “lupi” continueranno a sfornare album di così alta levatura, noi continueremo imperterriti a dargli la caccia seguendo le loro orme, con tutti i rischi e pericoli.

Recensione di Federico Forleo
Le foto sono prese dal sito e dal facebook ufficiale

Scaletta:

Intro
England
Dressed in Black
Doom Sticks
Improvvisazione I
Improvvisazione II
Improvvisazione III
Glamour Box (Ostinati)
Tomorrow Never Knows (parte finale, con versi tratti da Ecclesiastes 3)
Nowhere/Catastrophe

Eitttlane

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