Apr 202009
 

Roma, Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli, 7 aprile 2009

★★★☆☆

Rita Marcotulli porta all’Auditorium il progetto presentato in anteprima un anno fa alla Casa del Jazz e dedicato al mito dei Pink Floyd e alla loro opera straordinaria e immortale. La serata è ospitata dalla splendida e quasi esaurita Sala Sinopoli, la seconda per grandezza del complesso dell’Auditorium, ed è divisa in due parti: nella prima veniamo introdotti nell’universo musicale dei Pink Floyd da una interessante lezione di Gino Castaldo, noto critico de “la Repubblica” (era prevista anche la presenza del suo partner fisso Ernesto Assante, ma ha dato forfait all’ultimo momento); la seconda parte è invece il concerto vero e proprio.
Marcotulli_fabrizio_rm26265red.jpgLa piacevolissima lezione di Castaldo, non pretendendo di “spiegare” a nessuno i Pink Floyd (non basterebbe un anno di lezioni…), si è soffermata su alcuni aspetti particolari o temi ricorrenti della loro opera, primi fra tutti ovviamente quelli legati alla figura di Syd Barrett (scomparso nel 2006), prima genio visionario del gruppo, poi assenza/presenza incombente e quasi inquietante: si veda la famosissima leggenda (confermata da David Gilmour) secondo la quale Syd si materializzò negli studi di Abbey Road dopo anni di assenza proprio mentre la band registrava “Shine On You Crazy Diamond”, a lui dedicata.
Castaldo ha intervallato la lezione con dei contributi sonori e soprattutto video (direttamente da YouTube!): una straordinaria “Astronomy Dominé” del 1967, mirabile esempio di come i Pink Floyd intendevano quello che noi chiamiamo psichedelia; una “Us and Them” dal dvd “Pulse” relativo al mastodontico tour del 1994, senza Roger Waters; e una (meno interessante) “Goodbye Blue Sky” interpretata da Joni Mitchell tratta dal film “The Wall – Live in Berlin”, relativo al concerto tenuto da Roger Waters nella capitale tedesca pochi mesi dopo la caduta del Muro.
Dopo circa un’ora di presentazione da parte di Castaldo arriva il momento del concerto, introdotto direttamente dal giornalista. Ad accompagnare Rita Marcotulli, che suona piano e tastiere, una band larga ed atipica, con un bassista (Matthew Garrison) e un contrabbassista (Giovanni Tommaso), batteria (Alfredo Golino), percussioni ed elettronica (Michele Rabbia), oltre alle chitarre di Fausto Mesolella degli Avion Travel, i sassofoni di Andy Sheppard, e la meravigliosa voce di Raiz, ex leader degli Almamegretta.
L’introduzione è una sovrapposizione di suoni assemblati da Michele Rabbia, sui quali una voce recita parte del testo di “Wish You Were Here”, ma il primo vero brano è proprio quella “Astronomy Dominé” che oltre quarant’anni fa apriva il primo epocale album del gruppo inglese, “The Piper at the Gates of Dawn”, l’unico prodotto sotto la leadership di Syd Barrett, e che ha giustamente contribuito a creare l’aura di genio di quest’ultimo: l’arrangiamento si discosta dall’originale non tanto per la struttura quanto per il suono complessivo, per certi versi molto più ricco, vista la grande varietà di strumenti, e con in primo piano il Fender Rhodes di Rita Marcotulli al posto della chitarra di Syd Barrett. Manca forse un po’ di alchimia fra i membri della band, che a tratti sembrano andare ciascuno per conto proprio, specialmente nella lunga sezione improvvisata dove comunque si mette in mostra l’ottimo sax di Andy Sheppard.Marcotulli_klaralred.jpg
Un interludio di pianoforte introduce il secondo brano, “Cirrus Minor”, bellissima ballad tratta dalla colonna sonora del film “More”, scelta interessante perché proveniente dal lato meno famoso e celebrato del vasto catalogo dei Pink Floyd. Quello di ripescare titoli minori, o comunque meno famosi, è un pregio che si protrae per tutta la scaletta: lo dimostrano le scelte di “Burning Bridges”, da “Obscured by Clouds”, proposta in una versione strumentale con il sax a riprendere il bellissimo tema dell’organo, di “San Tropez”, un divertissement dai toni swingati tratto dall’album “Meddle”, e di “Crying Song”, altro splendido lento da “More”, interpretata magnificamente da Raiz in apertura del bis. Da “The Wall” viene invece tratta “Goodbye Blue Sky”, preceduta da una pregevole introduzione di chitarra, e occasione di un’altra grande prova di Raiz.
D’altra parte non potevano mancare dalla scaletta alcune delle composizioni più famose dei Pink Floyd, quelle che hanno assegnato alla band il loro posto in cima all’Olimpo della Musica del Novecento: ecco dunque “Money” e “Us and Them” dal cilindro di “The Dark Side of the Moon”. Nella prima il tema vocale è suonato dal sax, e il famoso assolo di David Gilmour è rimpiazzato dagli assoli del bassista virtuoso Matthew Garrison e di Sheppard, seguiti da un (discutibile, per la verità) cantato funky/rap di Raiz. Di “Us and Them”, composta dal recentemente scomparso Richard Wright, il gruppo rende molto bene la raffinata delicatezza della strofa, ma rallenta molto il ritornello, frenando un po’ l’esplosione stellare della versione originale.
I momenti più convincenti del concerto li regalano senza dubbio “Shine On You Crazy Diamond”, spogliata del bellissimo arrangiamento originale e suonata da Mesolella e Raiz in un meraviglioso adattamento chitarra e voce, e soprattutto “Set the Controls for the Heart of the Sun”: qui l’amalgama sonoro della band è perfetto, e Raiz raggiunge vette notevoli, improvvisando in maniera superba sulle tonalità orientaleggianti del brano, in territori melodici che, ci sembra, gli sono davvero consoni.
A chiudere il concerto una bella versione di “Eclipse”, ancora da “Dark Side”, che però viene inspiegabilmente troncata in modo quasi brusco, con la band che abbandona il palco in fretta dopo che ciascun membro ha lasciato al suo posto un pupazzo di peluche semovente. Questa davvero non ce la siamo spiegata.
A discapito della riuscita generale del concerto ha pesato sicuramente il fatto che tra un brano e l’altro si sono susseguiti gli assoli di tutti i componenti del gruppo, e mentre quelli di Rita Marcotulli, di Mesolella e di Michele Rabbia erano delle interessanti introduzioni alle canzoni che li seguivano, quelli del batterista e dei due bassisti (un po’ sconclusionato quello di Giovanni Tommaso, poco adatti ad un contesto “pinkfloydiano” i virtuosismi di Matthew Garrison) ci sono sembrati piuttosto noiosi e fuori posto, e hanno in parte compromesso la continuità dello spettacolo.
Inoltre il gruppo è sembrato più a suo agio nei brani lenti e nelle ballate, rispetto a quelli con un suono più pieno come “Astronomy Dominé” o “Money” (ma il discorso non vale per “Set the Controls for the Heart of the Sun”), nei quali forse i tanti strumenti e i diversi suoni non riuscivano a fondersi bene fra loro (in particolare è sembrata davvero superflua la presenza di due bassisti), generando un po’ di confusione in chi ascoltava, e dove paradossalmente proprio il piano di Rita Marcotulli risultava un po’ sommerso dagli altri strumenti.
Un concerto riuscito a metà, insomma, sebbene l’esperimento risulti comunque interessante e riesca per lunghi tratti a rendere giustizia alla grandezza dell’opera dei Pink Floyd, che a distanza di tanto tempo (sono passati trent’anni da “The Wall”) viene ancora giustamente celebrata con serate come questa.

Live report di Andrea Carletti

Scaletta:

1. Astronomy Domine
2. Cirrus Minor
3. Money
4. Goodbye Blue Sky
5. Burning Bridges
6. San Tropez
7. Shine On You Crazy Diamond
8. Set the Controls for the Heart of the Sun
9. Us and Them / Goodbye Cruel World
10. Crying Song
11. Eclipse

Le foto riportate nell’articolo sono di fabrizio_rm26265 e di klaral (relativa all’ evento JazLe)

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