Apr 112011
 

Roma Auditorium Parco della Musica, 4 aprile 2011

★★★★☆

I Van der Graaf Generator sono certamente uno dei gruppi più misconosciuti ed importanti del Rock mondiale: dotati da sempre di un sound raffinato e potentemente drammatico, nel corso del tempo, pur avendo avuto una battuta d’attesto di quasi trenta anni, hanno mantenuto intatta una profonda maturità artistica ed una coerente e originale poetica musicale. Considerati da sempre pionieri del Progressive, sono in realtà autori di una musica senza confini, che attraversa molti generi, tra i quali, dopo un inizio improntato a temi psichedelici, vanno annoverati in particolare la Classica, l’Elettronica, la Sperimentazione, il Jazz, con una straordinaria capacità di anticipare molta musica del futuro, tra cui il Dark ed il Punk, dei quali sono considerati precursori. Tutto ciò li rende molto diversi dagli altri e più famosi ensemble tipici del genere, come i Genesis, i King Crimson, gli Yes, soprattutto per le tematiche e le atmosfere cupe, oscure, spesso gotiche.
Merito soprattutto dello straordinario compositore poeta e performer Peter Hammill, uno dei più grandi musicisti contemporanei, che sin dagli anni settanta ha intrapreso in parallelo una splendida carriera solista e che abbiamo avuto modo di apprezzare in una strepitosa recente performance all’Auditorium di Roma nel dicembre 2009, la cui poetica rappresenta un continuo psicodramma in cui l’angoscia del vivere viene costantemente descritta attraverso un sound lirico ed epico.
Dopo aver assistito allo splendido concerto della reunion del 2005, confessiamo di esserci recati al nuovo concerto con un certo scetticismo, avendo ascoltato in particolare l’ultimo e recente lavoro dell’ensemble, quel “A Grounding in Numbers”, che ci era sembrato segnato da luci ed ombre. Per di più l’abbandono dello straordinario sassofonista David Jackson, autore delle sperimentazioni più ardite, ci aveva fatto ritenere che il sound della Band ne avrebbe risentito.
Ebbene ci siamo dovuti ricredere: il Gruppo, pur ormai formato solamente dai tre storici elementi, Peter Hammill, chitarra, piano e voce, Hug Banton, all’organo, e Guy Evans alla batteria, si è reso nuovamente protagonista di una performance strepitosa e coinvolgente, e pur essendo avanti con gli anni, i musicisti hanno dimostrato di essere ancora in grado di appassionare il pubblico, letteralmente ammaliato, che ha tributato loro un’ovazione sin dai primi brani interpretati, in una nuova indimenticabile serata.
Il concerto inizia con la schizoide “Interference Patterns”, tratta da “Trisector”, in cui in una splendida interazione dissonante tra organo e piano elettrico, con forti tonalità jazz e con voce lacerante Peter Hammill affronta il problema filosofico del rapporto tra il Destino dell’Uomo e la Fisica Quantistica. La qualità del brano, i suoi toni altalenanti ricordano le opere soliste del musicista.
In “Mr Sands”, tratta dal nuovo “A Grounding in Numbers”, la voce angosciosa e lancinante unitamente a riff improvvisi e mutevoli, creano un’atmosfera di angosciosa claustrofobia, in linea con i brani composti dopo la reunion post 2005. Hammill, cui il protagonista del brano funge da alter ego, descrive mirabilmente lo straniamento dell’uomo moderno, che ha perso la bussola e i suoi valori di riferimento e si dibatte disperatamente nel buio.
“Your time starts now”, ancora dall’album “A Grounding in Numbers” ammalia con l’organo che crea un bellissimo tappeto di suoni e per tutto il brano la voce di Peter crea un potente afflato lirico.
In “All That Before”, sempre da “Trisector”, Hammill imbraccia la chitarra ed elabora un brano molto più rabbioso e propriamente rock.
“Lifetime”, tratto ancora da “Trisector”, è uno dei brani più affascinanti del nuovo corso, con un suggestivo impianto melodico, quasi misterioso, ove l’atmosfera lirica ricorda uno dei primi album solisti di Peter Hammill, “The Silent Corner and the Empty Space”.
Anche in “Bunsho”, di nuovo da “A Grounding in numbers” il musicista accompagna la sua voce con articolate geometrie chitarristiche che ricordano quelle create dal suo amico e leader dei King Crimson Robert Fripp, che partecipò ai primi album dell’ensemble e che ebbe modo di dire che Peter Hammill nella Storia della musica rock aveva fatto per la voce quello che Hendrix aveva fatto per la chitarra.
Il concerto prosegue con grande intensità, senza sosta alcuna: Hammill ci comunica che stavolta riproporrà un brano antico ed è la volta della struggente “Childlike Faith In Childhood’s End”, tratto dallo stupendo album “Stll Life” del 1977 (il titolo si ispira al romanzo di fantascienza Childhood’s End, di Artur C. Clarke, pubblicato da Urania col titolo di ‘Le guide del tramonto’), che rappresenta una dolorosa, drammatica riflessione filosofica sulla morte e su ciò che ci si può attendere dopo di essa, unendo mirabilmente tematiche esistenziali e religiose.
“All Over the Place” tratta anch’essa da “A grounding in Numbers”, con eccellenti arrangiamenti orchestrali esprime fortissima tensione e grande pathos lirico, ricordando fortemente la Band dei primi anni di carriera.
“Over The Hill”, ancora da “Trisector”, è una melodia affascinante, addirittura una lunga mini suite che muta in distorsioni strumentali lancinanti; la Band esprime il meglio della sua tradizionale multiformità sonora, passando da dissonanze estreme a stupende orchestrazioni, evocando passaggi strumentali di fascino sconfinato e creando atmosfere piene di tensione, di enorme impatto emozionale.
E finalmente arriva il momento del tuffo nel passato; Hammill ripropone una potente versione di uno dei grandi capolavori della Band, quella “Man Erg”, tratta dal loro leggendario album “Pawn Hearts”, del 1971, riflessione filosofica sulla contrapposizione tra il Bene ed il Male, in cui un assassino è visto nello stempo tempo come Angelo e Demone, in una visione tenebrosa ed esoterica dell’esistenza, non priva di grandi citazioni letterarie, come lo Shakespeare di Re Lear.
Il pubblico è in piedi, emozionato, gli applausi sono scroscianti. Il concerto si è concluso, Hammill è sfinito, la Band saluta e scompare; richiamata per acclamazione ci regala un’ultima perla, la stupenda “Scorched Earth” dall’antico album “Godbluff”, ove il tema è quella della “terra bruciata”, strategia bellica, in cui l’esercito in ritirata distrugge oggi cosa che incontra; nell’ambito di questa drammatica condizione viene descritto il dilemma di un uomo che deve scegliere se cedere al nemico, o salvarsi distruggendo tutta la sua vita passata, le sue tradizioni, i suoi ricordi.
Poeti dell’inconscio, dell’umana solitudine, della rabbia e dell’incomunicabilità, portatori di una visione del mondo pervasa da un’inquietudine di fondo, di un substrato di dolore perenne che sembra imprescindibile dalla condizione umana, evocatori di scenari d’incubo, di esoterica oscurità, Peter Hammill ed i suoi Van Der Graaf Generator sono tuttora capaci di coinvolgere emozionalmente come pochissimi ensemble del pianeta. Usciamo dal concerto ancora una volta arricchiti nello spirito e nella mente.

Recensione di Dark Rider

Scaletta:

INTERFERENCE PATTERNS
MR.SANDS
YOUR TIME STARTS NOW
ALL THET BEFORE
LIFETIME
BUNSHO
CHILDLIKE FAITH IN CHILDHOOD’S END
ALL OVER THE PLACE
OVER THE HILL
MAN-ERG

ENCORE:
SCORCHED EARTH

  One Response to “Van Der Graaf Generator: Fratelli nell’ombra, la spasmodica ricerca della luce”

  1. [...] ha avuto il suo massimo fulgore negli anni settanta; gruppi come i Genesis, i King Crimson, i Van Der Graaf Generator, i Gentle Giant e molti altri, tra cui, con particolari caratteristiche, gli stessi Pink Floyd, [...]

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