Feb 272014
 

Roma, Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli, 1 febbraio 2014

La Magica Armonia Minimalista, di Dark Rider

★★★½☆

Wim Mertens, nella cornice dell’Auditorium, davanti ad un pubblico devoto ed appassionato, ha dato ancora una volta uno splendido saggio della sua pianistica maestria. Per una volta privo di qualsiasi accompagnamento orchestrale, ha per due ore incantato la platea con le sue magiche armonie di suoni e colori. Divenuto famoso negli anni ottanta per la sua interpretazione europea della Musica Minimalista dei maestri statunitensi, Philip Glass, Terry Riley, Steve Reich e La Monte Young (fondatori di una corrente musicale, ma anche di un pensiero filosofico, legato alle religioni orientali, che trova nell’elemento dell’iterazione musicale la costruzione di armonie via via sempre più complesse) senza dubbio più calda e meno rarefatta dell’originale (cui dedicò comunque un eccellente saggio), è autore di una musica romantica e barocca, fortemente evocativa di immagini e visioni.
Peter Greenway, che non a caso faceva predisporre le colonne sonore dei suoi film dal rigoroso minimalista inglese Michael Nyman, volle la sua musica per l’indimenticabile “Il Ventre dell’Architetto”, visionario ed inquietante capolavoro, cui il grande musicista belga donò un’aura esoterica ed apocalittica di rara fascinazione.
Non a caso, infatti, la musica di Mertens ha sempre avuto una componente fortemente visuale, immaginifica, ove le cascate di suoni, suggestive ed avvolgenti, richiamavano immagini cromatiche di grande bellezza.
Compositore d’Avanguardia, è stato sempre fortemente influenzato dalla Classicità, ma pur nell’articolazione di armonie complesse, la sua musica risente di una matrice popolare, e la fascinazione della melodia, sempre insolita, sempre labirintica, gli ha consentito di raggiungere un pubblico vasto, evidenziando le sue caratteristiche di animatore e divulgatore di musica colta, senza confini, rivolta a persone spiritualmente libere.
Iniziò la sua carriera musicale sotto il nome di “Soft Verdict”, in realtà non una band vera e propria, ma un gruppo di musicisti guidato da lui: “Struggle for Pleasure” fu un vero capolavoro, dove un minimalismo raffinato e luminoso univa romanticismo e post-modernità.
Il concerto è stato caratterizzato dalla sua inventiva, dalla sua grazia, dalla completa devozione per il pubblico, che ha accompagnato i suoi brani con autentiche ovazioni. Come avvenuto nell’ultimo decennio, la performance è stata accompagnata da un cantato senza parole, con suoni in falsetto, con risultati in realtà controversi, perché l’amalgama tra piano e voce, a volte riuscitissimo, non sempre è apparso in totale armonia con i brani proposti.
Comunque, il concerto ha comunicato delle emozioni intense, la poetica del compositore fiammingo è autentica e non risulta affatto compromessa dal tempo, e dalle innumerevoli pubblicazioni nel frattempo avvenute.
Certamente la magia si è rinnovata con “Struggle for Pleasure”, forse il brano più famoso, ma anche l’intenso lirismo di “Maximizing the Audience” e “Close Cover” ha toccato l’anima dell’uditorio, che, entusiasta, ha richiamato sul palco il musicista per ben tre volte.
Mertens, pienamente in empatia con il suo pubblico, si è inchinato più volte per ringraziare, indicando tutti i punti della sala, e si è congedato con una vera ovazione, lasciando un senso di quieto appagamento.
Resta solo il rammarico di aver dovuto constatare che gli ampi spazi di visionaria luminosità delle sue creazioni poetiche e musicali sono stati in parte ristretti dalla dimensione solista e scenograficamente assai scarna della sua esibizione.

Lotta per il piacere, di Fabrizio 82

★★★½☆

All’Auditorium Parco della Musica di Roma, l’occasione offerta al pubblico lo scorso 1 febbraio era veramente di quelle ghiotte: poter assistere per modici 18 euro al concerto del maestro Wim Mertens non è certo cosa di tutti i giorni, soprattutto considerando la statura di un artista tra gli ambasciatori della musica minimalista, avvoltolato nel culto cinefilo grazie alla splendida soundtrack de’ Il ventre dell’architetto di Peter Greenaway, summa dell’opera mertensiana figlia di uno sperimentalismo quasi mai fine a sé stesso. Diverso nelle sonorità rispetto a Philip Glass pur condividendone i principi di base, Mertens riesce a non inquadrarsi all’interno di un minimalismo predefinito, distaccandosi dalle tematiche zen care al vate Terry Riley in favore di una struttura più asciutta che ricorda il Nyman più introverso (quello di Lezioni di Piano, per intenderci) ma sempre nell’ambito di uno stile estremamente personale e sobrio, poco incline al virtuosismo gratuito ma dotato di un’immediatezza che ne facilita l’ascolto senza per questo sminuirne la complessità descrittiva. Il pianista fiammingo, nell’occasione corrente, si è esibito in una performance che ne ricalca lo stile perseguito nell’ultimo decennio, ovvero un “solo” per piano intervallato unicamente da vocalizzi, senza che essi formino parole di senso compiuto ma volti unicamente a fare da “ponte” tra la melodia e l’artista. Nulla di simile, per intenderci, allo sperimentalismo che fu del nostro Camisasca o dello Wyatt di The end of an ear, ma un qualcosa di molto personale ed intimistico nell’utilizzre la propria vocalità come strumento, unico vezzo dedicato alla parola da Mertens, esempio assiduo di una coerenza tentennale aliena da qualsiasi sirena commerciale. Lo spettacolo si dispiega nell’arco di un paio d’ore scarse, con Mertens che concederà numerosi bis ad un pubblico non numerosissimo ma infine appagato, nonostante l’inizio della kermesse risulti un po’ ingessato dalla complessità della proposta, con i vocalizzi che a tratti rischiano di predominare sul tessuto sonoro; man mano, l’amalgama tra voce e piano cresce e Mertens si dimostra padrone assoluto della situazione, non tradendo gli aficionados accorsi e dando nel frattempo l’impressione di trovarsi a proprio agio sul palco della Sala Sinopoli, tradendo a tratti una certa emozione che tuttavia non intralcia la riuscita dell’esibizione. Inutile sottolineare il giubilo dei presenti durante la riproposizione di Close cover, ma è pur sempre d’uopo ricordare come Struggle for pleasure riesca a provocare sani brividi a coloro che hanno la fortuna di assistervi dal vivo, certamente il momento più atteso da parte di tutti i presenti alla serata. Magari qualcuno preferirebbe un Mertens scevro dai summenzionati vocalizzi e maggiormente concentrato sull’aspetto sonoro, ma il percorso del compositore belga giustifica appieno la scelta compiuta, orientata in nome di un filo logico mai smarrito durante l’arco della propria carriera, dove minimalismo non è mai sinonimo delle pretenziosità contemporanee troppo spesso ascoltate in tempi recenti. Avercene!

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