Ott 272014
 

Non potevo trovare una descrizione migliore per la avventura umana e musicale di Cesare Carugi, altro artista proveniente dall’inesaurabile provincia italiana che sto scandagliando in lungo e largo.
Questa volta ci troviamo a Cecina, Toscana, una Toscana che sa di America, di Johnny Cash, Jackson Browne, Bruce Springsteen, Tom Petty insomma una Toscana che profuma del grande songbook della musica americana e non solo. Un patrimonio importante che Cesare ha filtrato e fatto suo in modo onesto, verace e molto intenso. Il risultato di tutta questa immersione in questo immaginario sono due dischi usciti nel corso di questi anni. Due dischi a mio parere importanti che fanno di Cesare Carugi un songwriter importante.

“Here’s to the road” (2011 Roots Music Club/Cd Baby)

Una bella foto in bianco e nero con una strada che si perde nella distanza è il viatico per questo viaggio sonoro di Cesare Carugi, il suo debutto dopo un ep “Open 24 hours”. Un disco che scorre via che è una meraviglia, tutti i brani son degna di nota e una volta sentiti ti rimangono in circolo, specialmente una doppietta da Ko, una stupenda ballad “Caroline” impreziosita dal violino di Fulvio Renzi e dalla voce bellissima di Gulia Millanta e “Dakota LIghts & The man who Shot John Lennon” straziante brano per voce e piano con special guest il grande Michael McDermott (altro autore da conoscere nella sterminata offerta stelle e striscie e arrivato ora al decimo disco).
Ma tutto il disco viaggia ad alti livelli con un ottimo songwriting, ospiti come Riccardo Maffoni (“32 Springs”), e traspare durante l’ascolto tutto l’amore sconfinato di Cesare Carugi per i suoni rootsy, ma anche con gradite incursioni altrove (“London Rain” tra tutte).

“Pontchartrain” (2013 Roots Music Club/Ird)

“Pontchartrain” è il secondo album per Cesare, e già la prima traccia “Troubled Waters” fa notare un salto di songwriting il riff del brano è veramente trascinante e avvolgente (da notare il prezioso apporto di Paolo Bonfanti), ma questo salto di qualità si percepisce in tutte le altre traccie, e se non sapessi fosse Cesare scambierei questo lavoro per un lavoro proveniente da tutte altre parti tranne che dall’Italia. Dunque Cesare alza il tiro con questo lavoro e come per il precedente cd la traccia che si staglia subito all’ascolto è la numero cinque “Charley Verrick” (proprio lui il protagonista del film di Don Siegel) anche qua con una bella voce femminile a raccontare assieme a Cesare questa storia, questa volta la voce femminile è di Marialaura Specchia alle prese con la moglie di Verrick, Nadine.
Come dicevo tutto il lavoro è di grande spessore, scorrono ospiti come appunto Paolo Bonfanti, i Mojo Filters (la bella ballad finale “We’ll meet again someday”) tutti al servizio di veramente belle canzoni e Cesare ha anche modo di raccontare la sua “Thunder Road” ovvero “When The Silence Breaks Through”.

Ho la graditissima occasione di intervistare Cesare per Slowcult ed ecco la nostra chiaccherata:

Ciao Cesare, si è appena saputo che te andrai al suonare al Light of Day Benefit ad Asbury Park…raccontaci di questa manifestazione e della tua emozione, suppongo, del suonare in un posto cosi pieno di simbologia rock roll come Asbury Park…

Cesare: Ciao. Si, ho recentemente avuto la conferma della mia presenza e quella del mio amico Daniele Tenca al Light of Day Festival di Asbury Park, probabilmente insieme a qualche altro artista italiano. E’ gran motivo di soddisfazione, un po’ per le radici della mia musica che, inevitabilmente, passano anche da quei posti (ma ci tengo a specificare che Springsteen non è la mia unica fonte di ispirazione, anzi…), un po’ perchè rappresentiamo l’Italia in una manifestazione altamente importante per la ricerca, infatti dietro al festival c’è un’importante fondazione che tramite gli eventi raccoglie fondi per la ricerca sul morbo di Parkinson. Ho già suonato all’edizione italiana del Light of Day a Lugo (RA) nel 2012, sono un fedele supporter dell’evento, e il coronamento di un sogno è arrivato.

Su Slowcult abbiamo raccontato un po la tua traiettora artistica, cosa hai inciso e il tuo mondo..raccontaci i tuoi inizi, le prime incisioni e cosa ti ha portato al primo album

Dovrei ripristinare un bel po’ di cose in memoria, anche perchè da quando ho cominciato a strimpellare la chitarra non mi sono fatto troppo attendere. Il primo pezzo l’ho scritto un paio di settimane dopo aver comprato lo strumento e aver imparato i primi accordi da un vecchio libro delle medie. Il mio bagaglio di conoscenze chitarristiche era di 4 accordi, un Do, un Re minore, un Sol e un La minore, e con quello che avevo scrissi il primo pezzo, che poi incisi pure a casa di un amico con attrezzature di fortuna. Ed era solo il 1994. Ne ho scritti di pezzi, nei primi anni, anche troppi, ero fissato con Paul Simon, Springsteen, poi passai a Jeff Buckley, ai Radiohead, al blues, addirittura provai a fare qualcosa di strumentale, tra il gypsy e il jazz. Alla fine mi sono svegliato, anche se un po’ tardi, e dopo aver deposto carta e penna per qualche anno, ho ripreso a scrivere con continuità dal 2009 in poi. Ho voluto incidere un EP (“Open 24 Hrs” del 2010) per vedere da dove potevo partire e dove potevo arrivare, quindi l’elemento evolutivo è stato si fondamentale ma anche frutto della mia volontà.

Su “Pontchartrain” ho notato un salto di scrittura, una differente consapevolezza…

Ho curato molto più i suoni rispetto a “Here’s To The Road”, ma soprattutto gli arrangiamenti, cosa che sinceramente mi diverte, nonostante sia inevitabilmente spossante. Ma c’è anche un tentativo di dimostrarsi versatile con più generi, visto che le fonti da cui apprendo hanno backgrounds diversi. Adoro Nick Cave, i Wilco, i Replacements, o Jackson Browne, gente che musicalmente ha ben poco in comune l’uno con l’altro.

Con Slowcult seguiamo tutto il mondo dell arte a 360 gradi, cosa stai ascoltando in questi tempi, cosa stai leggendo e un film da consigliarci anche del passato…

Recentemente mi sono innamorato di due dischi in particolare, l’ultimo di Lucinda Williams (che rimane la miglior rocker femminile degli ultimi 30 anni, secondo me) e il nuovo cd di Christopher Denny, davvero una rivelazione. Non inventa niente, ma allo stesso tempo non è uguale a niente. Ha una voce davvero singolare, ricorda un po’ Jimmie Dale Gilmore, un po’ Woody Guthrie, ma messi in un contesto soul. Non sono un asso della lettura purtroppo, quindi sui libri non posso aiutarti, e di film recenti purtroppo non ho ricordi esorbitanti, però posso consigliare, visto che c’ho scritto una canzone sopra, di recuperare quel gioiellino che è “Chi Ucciderà Charley Varrick?” di Don Siegel, piccolo capolavoro sottovalutato, ma che ritengo, insieme a “Giungla D’Asfalto” di John Huston, il miglior film su rapine e rapinatori mai realizzato.

Grazie Cesare e buona vita on the road!

Grazie a voi, the road is my friend!

Recensioni e interviste di Fabrizio Fontanelli

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