Feb 122015
 

The Disappearing One: The Disappearing One (2014, Autoprodotto)
★★★★☆

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Con molto piacere torno a scrivere del combo campano, un progetto nato nella stanza di Fabio Giobbe e che,dopo vari ep e concerti al fianco di artisti come Perturbazione, Paolo Benvegnù, Malfunk, Plan de Fuga e The Niro oggi escono con un nuovo album full lenght autoprodotto.
Un album che denota la maturità della band, un viaggio tra suoni acustici, fiati, preziose ospitate come quella di The Niro su “Once he left for the Province” e canzoni molto intense, con una bella costruzione. Un disco da sentire nella sua totalità.
La band di Caserta mi è sempre piaciuta perchè trasuda onestà, voglia di indipendenza da calcoli e suoni fashion da adottare, hanno sempre fatto la musica che volevano, senza compromessi di alcuna sorta, anzi tenendo dritta la barra.
La loro musica è il prodotto genuino dei loro ascolti, delle loro influenze, un percorso in direzione ostinata e contraria, che fa parlare della musica e non di inutili orpelli o atteggiamenti da poser. E questo piace molto a noi di Slowcult.

Ciao Fabio, come nasce questo album?

Fabio Giobbe: “Stavolta sentivamo l’esigenza di scrivere un disco più corale rispetto ai precedenti. Mentre per i primi album abbiamo pescato dalle mie vecchie demo, per poi risuonarle semplicemente apportando delle migliorie dovute alle caratteristiche dei singoli componenti, per questo disco abbiamo avuto un approccio diverso. Volevano fosse più coeso, e per questo ci siamo dati delle direttive di massima, ossia fare un disco unitario, che avesse un filo conduttore evidente tra i singoli brani e che non fosse troppo lungo, in modo da garantire un ascolto globale che non avesse strappi o interruzioni. L’ulteriore amalgama sarebbe stata data dai testi, tutti con in comune il tema principale: le persone/personaggi che abbiamo incontrato negli ultimi anni. I testi li ho scritti io (fabio), come anche gran parte delle idee melodiche ed armoniche di base. Ma stavolta abbiamo arrangiato e sviluppato le canzoni tutti insieme in sala prove, alla vecchia maniera. Per questo abbiamo deciso di dare il nome del gruppo anche al disco. E siamo contenti così, perché il processo creativo è stato molto più stimolante, nonostante fosse più complesso”.

Cosa vuol dire oggi fare parte di una band indipendente e muoversi in una vera e propria giungla dove tutto sembra cospirare contro? Io e te siamo al terzo album e a volte mi domando da dove viene tutta la nostra forza…

Fabio Giobbe: “Credo che venga dalla semplice voglia di provare a migliorarsi, di provare a fare dischi migliori, di crescere e non fermarsi a metà strada, almeno per una volta.
Poi ci sono artisti che per fortuna ci danno un esempio forte, una spinta aggiuntiva. Seguiamo i maestri, a modo nostro. Credo.”

Siete sempre stati una band da palco, ho visto che vi state muovendo privilegiando teatri e con sezione di archi a seguito. Cosa vi sta dando questa esperienza?

Fabio Giobbe: “Suonare dal vivo tutti gli strumenti presenti nel disco è un’esperienza nuova per noi. I teatri sono venuti per caso, e all’interno di manifestazioni organizzate da altri. Rientrano in quelle esperienze positive che non ti aspetti.
Se siamo una Band Da Palco non saprei dirtelo. Non invogliano chi ci ascolta a battere mani a tempo, a ballare sui tavoli o cose del genere! Ma suonare dal vivo è per noi, ovviamente, fondamentale. Anche perché, facendo completamente fondo cassa, ci permette di sopravvivere come Band auto producendo nuovi dischi.
Siamo molto felici di avere, quando possibile, con noi sul palco anche Veronica Casertano alle tastiere, Domenico Birnardo alla tromba e Gianluca d’Alessio al violoncello. LORO alzano il livello qualitativo!”

Grazie Fabio e buon viaggio!

Fabio Giobbe: “Grazie Slowcult!”

Recensione e Intervista di Fabrizio Fontanelli

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