Fine maggio 1980, gli esami di maturità si avvicinano, la voglia di studiare si allontana, e allora cosa si fa? Si parte!!!!
Quale migliore occasione del concerto di Lou Reed ai giardini delle Cascine per visitare una città d’arte come Firenze? Ci eravamo già persi Patti Smith nel settembre dell’anno prima, stavolta non potevamo mancare. Porca miseria, però il biglietto costa 4000 lire….
Che peccato dover rinunciare, ma a diciott’anni eravamo particolarmente scannati…
All’improvviso però, una notizia sconvolgente ci giunse alle orecchie: i grandissimi Clash avrebbero suonato
G R A T I S il 2 giugno a Piazza Maggiore a Bologna!!!!
Riccardo, che aveva il giradischi migliore, aveva appena comprato ‘London Calling’, il doppio LP appena uscito e me l’aveva subito copiato su cassetta. La sensazione già dal primo ascolto fu quella di trovarsi di fronte ad un vero capolavoro. I punk della prima ora storcevano però la bocca: dopo aver ingoiato il rospo di vedere i loro paladini sotto contratto per una Major come la Epic/Sony, i suoni molto ricercati ed una visione della musica più ampia rispetto agli inizi apparivano una sorta di tradimento dei loro ideali.
Noi invece il punk lo vedevamo principalmente come un siluro lanciato contro il rock più tradizionale, a volte barocco, dei supergruppi di fine anni ’70 come Pink Floyd, Genesis e simili. Avevamo immediatamente recepito, accolto e condiviso l’ondata di fresca energia rappresentata dai Clash, apprezzandone subito la genuina capacità di trasmettere emozioni miscelata a tematiche sociali e politiche che ci trovavano pienamente d’accordo.
In realtà a nostro avviso i Clash non sono mai stati realmente punk; ne condividevano certamente le valenze culturali, la scelta di sfrondare il rock degli orpelli e dei fronzoli che lo avevano appesantito nella prima meta degli anni settanta, respingevano la psichedelia e tutto ciò che di fricchettone era presente nell’aria, ma dal punto di vista musicale erano anni luce distanti dalla rozzezza e dall’eccessiva linearità rumorosa della maggior parte dei gruppi punk.
Approfittando del ponte per la festa della repubblica e abbandonando con particolare piacere il libro di trigonometria ed i poeti romantici dell’ottocento, decidemmo di partire un giorno prima del concerto, dormire sotto i portici, visitare una città certamente artisticamente meno allettante di Firenze, ma sicuramente molto più stimolante dal punto di vista ambientale ed urbano, la città simbolo dell’ Emilia rossa, del Dams, di Radio Alice e delle osterie di fuori porta…per poi goderci il concerto gratuito dei Clash. Quale migliore maniera per prepararci alla maturità?
All’epoca di concerti importanti ne capitavano un paio l’anno, quasi mai a Roma, già da allora vera periferia dell’impero. Non potevamo di certo mancare a quello che si preannunciava come il concerto dell’anno con la band del momento, meglio partire in anticipo.
Racimolando gli spiccioli necessari a coprire il solo biglietto ferroviario di andata (per il ritorno si vedrà, colletta o autostop?), partimmo di buon mattino per giungere nel primo pomeriggio alla stazione di Bologna, che di lì a due mesi esatti sarebbe stata distrutta dalle bombe fasciste causando una strage con decine di morti e centinaia di feriti.
Al nostro arrivo, una sfilza di cartelloni elettorali ci accolse all’esterno della stazione (non a caso l’amministrazione comunale aveva sponsorizzato il concerto proprio durante la campagna elettorale). Uno di questi manifesti annunciava che il giorno 2 giugno alle ore 20.00 in Piazza Maggiore avrebbe parlato il compagno Pietro Longo del partito socialdemocratico…in poche parole sembrava evidente che le informazioni che avevamo sul concerto dei Clash erano sbagliate e che il concerto dei Clash era ormai per noi svanito.
A parte un paio di riviste specializzate (Ciao 2001, Rockerilla e poco altro) e le prime radio private, non c’erano altre fonti di informazione che ci potessero aggiornare sul panorama musicale dell’epoca e probabilmente il passaparola ci aveva riportato una notizia errata, o per lo meno imprecisa.
Lo choc di questa scoperta ci paralizzò per alcuni interminabili minuti, poi, non volendoci arrendere all’evidenza, ci incamminammo comunque verso il centro senza avere il coraggio di guardarci negli occhi, né di aprire bocca. Dopo pochi passi scorgemmo un manifesto sul marciapiede di fronte, con sopra delle facce e delle chitarre a noi familiari che pubblicizzava ‘The Clash in concert’!!
Ci avvicinammo per leggerne i dettagli e scoprimmo che il concerto era stato organizzato per il primo giugno. Ancora storditi e amareggiati, non ci rendemmo subito conto che in realtà eravamo casualmente partiti in tempo utile e che il concerto si sarebbe svolto poche ore dopo! Una volta capito la fortuna capitataci, felici e risorti come Lazzaro, ci precipitammo nella vicina Piazza Maggiore dove sopra un enorme palco, che occupava il lato corto della piazza, si affaccendavano decine di ragazzi che stavano allestendo amplificatori, altoparlanti e strumenti vari.
Essendo molto presto, decidemmo di fare un giretto, senza allontanarci troppo. Improvvisamente ci accorgemmo che le strade attorno alla piazze si stavano riempiendo di strani personaggi, che fino ad allora avevamo visto solo nelle foto delle riviste di cui sopra: decine di chiome variopinte o maculate, guance forate con spille da balia, giubbotti di pelle, anfibi ed un ragazzo dalla cresta arancione talmente alta che non riusciva ad entrare nella cabina per fare una telefonata!!! L’atmosfera era sicuramente eccitante ed inconsueta, ma l’intensificarsi del movimento attorno al luogo del concerto ci spinse ad avvicinarci al palco e trascorrere il resto del pomeriggio ad assistere ai preparativi in prima fila. Verso le sette iniziarono a suonare un paio di gruppi spalla, tra cui un gruppo di Firenze in stile simil Police il cui bassista e front-man di lì a pochi anni sarebbe diventato famoso col nome di Raf. Entrambe le band vennero accolte a sputi, non come segno di disapprovazione, ma perché lo sputo era considerato una forma di comunicazione ed un simbolo distintivo della cultura punk. Intorno alle dieci, ora prevista per il clou della serata, la pioggia iniziò a cadere e rendere ancora più snervante l’attesa; scoprimmo poi dai giornali che i Clash, provenienti da una serata in Costa Azzurra, avendo l’abitudine di arrivare ai concerti separatamente, si erano persi per strada Topper Headon, il batterista. Dopo un’altra esasperante mezzora, essendo ormai la situazione ingovernabile nella piazza stracolma di gente, gli altri tre decidono di salire comunque sul palco, sostenuti dal batterista del gruppo spalla.
Ed ecco che all’improvviso smette di piovere ed il pubblico, travolto dal treno in corsa di ‘Clash City Rockers’, inizia a pogare ed ondeggiare vertiginosamente: trascinati da questo mare umano in tempesta, ci spostavamo rapidamente da un estremo all’alto del palco, perché era impossibile restare fermi. Dopo un paio di brani decidemmo di retrocedere di un paio di file, per poter assistere un po’ più tranquillamente (?) al concerto. Finalmente fu possibile concentrarci su ciò che avveniva sul palco: Mick Jones corre e salta in lungo ed il largo imbracciando la sua Gibson Melody Maker, Paul Simonon, gigante col suo basso Fender all’altezza delle ginocchia, ondeggia dolcemente ed appare più statuario e dinoccolato; Joe Strummer, con la sua voce al vetriolo, urla al mondo ai suoi piedi le sue storie di periferie urbane, accompagnandosi con la sua Telecaster decorata da adesivi colorati e stelle a cinque punte. Dopo un paio di brani arriva anche Topper Headon, riuscito fortunatamente a divincolarsi dalle trappole delle autostrade attorno a Bologna ed il concerto decolla definitivamente.
Non è facile descrivere le nostre sensazioni, ma di certo posso ammettere che l’emozione, la carica e l’energia emanata da quel palco e che veniva riversata sul pubblico come un fiume in piena, l’avrei ritrovata poche altre volte nella mia trentennale esperienza di concerti. I brani si susseguivano senza sosta, solo il tempo di un veloce cambio di chitarra, brani che a breve sarebbero entrati di diritto nella storia del rock: Clampdown, Police and Thieves, Train In Vain, Guns of Brixton in cui Joe Strummer suona il basso per cedere la chitarra ed il microfono a Paul Simonon.
Da qualche parte ho letto che la maggior parte delle rock band hanno a malapena un front-man, mentre i Clash ne avevano tre. Concordo pienamente con questa affermazione, senza però sottovalutare le grandi doti di Topper Headon, sicuramente una solida base su cui gli altri tre poggiavano la costruzione dei loro brani.
Dopo due ore e mezza di grande musica, di salti, di ritmi reggae e di brividi, il concerto finisce e con i miei amici ci scambiammo sguardi complici e sorrisi smaglianti, ancora increduli per essere riusciti ad assistere ad uno spettacolo incredibile ed indimenticabile.
Stremati da una serata così emozionante, decidemmo di rientrare immediatamente, prendendo un treno notturno, senza fare i biglietti, sperando di confonderci con i tanti ragazzi provenienti dal centro-sud che affollavano i vagoni. Dopo meno di ventiquattrore, eravamo di nuovo a casa, ma niente per noi sarebbe stato lo stesso. Eravamo cresciuti, volevamo cambiare le nostre vite grazie alla musica, grazie ai Clash.
Di lì a meno di un anno li avrei rivisti a Firenze in concerto, per un’altra memorabile serata nella tournèe ‘Mission impossibile tour 81’ di presentazione dell’altro capolavoro ‘Sandinista !’, ma il ricordo di questa prima volta e le particolari vicende legate a questo concerto hanno fatto passare in secondo piano anche la grandezza della serata di Firenze.
Sono passati quasi 28 anni, ho smesso da tempo di suonare e la vita mi ha portato altrove, ma se a distanza di così tanto tempo il ricordo di quel concerto è ancora così vivo e presente, se la mia passione per la musica, la voglia di parlarne e di condividerla è ancora così forte dopo tanto tempo, è proprio perché le sue radici partono da una serata speciale di inizio estate del lontanissimo 1980.
Se poi nelle sale cinematografiche viene oggi proiettato un docufilm su Joe Strummer [Joe Strummer: Il futuro non è scritto], se ancora esistono fanzine e pubblicazioni che affermano orgogliose che ‘Punk is Attitude not Fashion’, vuol dire che forse per certi versi il 1980 non è così lontano. The future is unwritten, but the past is present to be written!
Articolo by Fabrizio
NB. Le foto del concerto sono state scattate con una Zenith comprata a Porta Portese dai russi, la qualità non è delle migliori , ma le ritengo comunque funzionali ad una migliore fruizione del racconto.


